19 maggio, “Rock Om” quando l’India incontrò il rock. Yoga e beat generation in scena Artè in via Meda 25

Sono le 19.10 del 15 agosto 1969 e sul palco, dopo Ritchie Havens, sale uno Swami, cioè un monaco indù, Swami Satchidananda (nell'immagine), che per 10 minuti ricorda a quei ragazzi strafatti e pieni di

Sono le 19.10 del 15 agosto 1969 e sul palco, dopo Ritchie Havens, sale uno Swami, cioè un monaco indù, Swami Satchidananda (nell’immagine), che per 10 minuti ricorda a quei ragazzi strafatti e pieni di sogni che l’America è arrivata a uno snodo epocale, che deve provvedere anche a esportare spiritualità e non solo icone materiali.

Questo frame del film Woodstock racconta la strettissima connessione tra il mondo dello yoga e la musica rock, jazz e classica e i loro protagonisti. È questo il tema di “Rock Om”, la docu-conferenza di Mario Raffaele Conti che andrà “in scena” giovedì 19 maggio alle 21 all’Associazione culturale Artè di via Meda 25.

Swami Satchidananda è stato solo l’ultimo di una schiera di monaci e guru indiani che hanno colonizzato spiritualmente la California della beat generation e che vengono raccontati nella conferenza. Per esempio, proprio quella stessa sera a Woodstock si esibisce un altro guru, un uomo che ha portato la spiritualità del sitar, lo strumento della musica classica indiana: Ravi Shankar. E il collegamento tra Shankar e i Beatles è breve perché George Harrison è stato il suo discepolo (musicale) più famoso ed è stato anche grazie a lui se le sonorità indiane sono entrate nei dischi del Fab Four.

«Il fulcro del racconto gira proprio attorno ai quattro Beatles perché è stato grazie al loro famoso ritiro nell’ashram di Maharishi Mahesh Yogi a Rishikesh nel febbraio 1968 che tutto il mondo ha scoperto l’India», spiega Mario Raffaele Conti, giornalista, autore (con Elia Perboni) di “Yogananda mi ha cambiato la vita” e “Pratiche quotidiane di felicità”, e insegnante di Raja Yoga proprio ad Artè.

«In America quel ritiro è stato definito – con un’iperbole – il più importante della Storia dopo i 40 giorni di Gesù nel deserto, e rende l’idea dell’influsso culturale che ha avuto nell’immaginario collettivo di quegli anni». L’elenco di star che hanno trovato ispirazione ed energia nelle tecniche e nella filosofia indiane è lunghissimo. Basti pensare alla lista di personaggi che ancora oggi frequentano l’Integral Yoga Studio di New York fondato da Satchidananda, o i seguaci della Meditazione trascendentale, da David Lynch a Gwyneth Paltrow, da Jennifer Aniston a Martin Scorsese e Nicole Kidman.

«Altri ancora sono stati affascinati dalla lettura di “Autobiografia di uno yogi” di Paramahansa Yogananda, un libro che ha effettivamente cambiato la visione filosofica dell’Occidente», prosegue Conti. «Lo stesso Harrison, ambasciatore trasversale di questo mondo, ha sostenuto che senza la lettura di quel libro probabilmente sarebbe diventato una persona orribile e ne aveva una pila di copie in casa che regalava agli amici in crisi. E Steve Jobs, che lo leggeva una volta all’anno sul suo iPad, ne ha fatte distribuire 500 copie al suo Memorial Service».

George Harrison poi è stato discepolo del guru più eclatante della beat generation, Swami Baktivedanta Prabhupada, il fondatore degli Hare Krishna. Bob Dylan, John Lennon, Yoko Ono, Allen Ginsberg sono stati suoi discepoli, ma il chitarrista dei Beatles ha fatto di più, ha finanziato libri, templi e anche un disco di canti devozionali che è anche arrivato nelle classifiche pop. Perché tra yoga e musica il passo è davvero breve.

ROCK OM – Giovedì 19 maggio – ore 21 – Associazione culturale Artè – via Meda 25

Raffaele Jauffret

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