“1939-1952: lettere di Bruno Paggi alla moglie Milena” – Una raccolta epistolare che racconta di vite spezzate dalle leggi razziali, pubblicata per la Giornata della Memoria

È il 17 gennaio 1945 sul piazzale di Auschwitz l’appello è cominciato, sarà l’ultimo ma i prigionieri non lo sanno. Sono 67.012, maschi e femmine. Himmler, il capo delle SS, ideologo dello sterminio, aveva dato

È il 17 gennaio 1945 sul piazzale di Auschwitz l’appello è cominciato, sarà l’ultimo ma i prigionieri non lo sanno. Sono 67.012, maschi e femmine. Himmler, il capo delle SS, ideologo dello sterminio, aveva dato l’ultimo ordine: distruggere i forni crematori, evacuare i Lager.

All’alba del 18 gennaio chi può camminare viene messo in colonna. È la Marcia della Morte. Ce ne sono state tante, in tutti i campi di sterminio nazisti, quella di Auschwitz è diventata la parte per il tutto. I prigionieri si mettono in cammino, migliaia muoiono lungo la strada. Difficile non vederli, oggi lo sappiamo. Il 27 gennaio davanti ai cancelli arrivano le prime truppe sovietiche.

27 gennaio, una data-simbolo

Ecco perché quella data-simbolo è stata scelta dall’Europa – e ratificata con una legge in Italia a luglio del 2000 – come Giornata della Memoria. In questi vent’anni ne è stata fatta di strada. Migliaia di ragazzi hanno ascoltato, studiato, cercato tra i cassetti della memoria dei nonni, degli ultimi testimoni, un contatto con quel che è accaduto. Molti sopravvissuti hanno compreso l’urgenza personale e anagrafica di raccontare. «È scattato qualcosa», mi dice Sami Modiano seduto nel salotto della sua casa a Ostia (la testimonianza in www.distoriainstoria.it). «Hanno cominciato a organizzare viaggi ad Auschwitz, anche la Regione Lazio, e mia moglie mi ha detto “Vai Sami, con i ragazzi sarà più facile tornare in quell’orrore”». In realtà Sami Modiano 90 anni lo sguardo dolce e la voce che non perde un passo, racconta che lui da Auschwitz non è mai uscito.

Il cassetto rimasto chiuso

Anch’io ho cominciato vent’anni fa. Anche per me è scattato qualcosa. Ricostruire le vite spezzate dalle leggi razziali, dalla violenza della guerra, della mia famiglia. Ho fatto interviste, registrato testimonianze. I miei genitori, gli zii, sono andata in Svizzera dove mio padre era rifugiato con i fratelli e la nonna. Cercavo documenti, date, riscontri ai racconti frammentati a volte contraddittori. Ma nonno dov’era? Come avete fatto a passare la frontiera? Come è morto zio Claudio? Ho scritto a conoscenti, scavato in decine di archivi online. Una ricerca frammentata dal lavoro, dai figli, dalla vita di tutti i giorni. Poi, un giorno, mi ha telefonato una zia. Ero già stata da lei mi aveva dato molte fotografie, ma poche notizie, come se al pari degli altri fratelli e sorelle ricordasse poco o niente. Come dubitare, era nata nel 1938, l’anno in cui mio nonno Bruno cacciato dall’Università per effetto delle leggi razziali era stato costretto a emigrare. Invece quel giorno mi disse più o meno così: «Vera se passi da me ti do le lettere».

“Milena cara…”

Le ha appoggiate sul tavolo della cucina, in un sacchetto di carta. Stavano lì da 70 anni, in ordine sparso, 100 lettere scritte a mano, a macchina sulla carta velina della posta aerea. Fitte fitte a volte indecifrabili: “Milena cara, guardo la calma dell’Oceano e immagino quando anche tu e i ragazzi farete la stessa rotta e finalmente ci riuniremo”, così scriveva mio nonno Bruno, sul ponte del Transatlantico Conte Biancamano il 28 aprile del 1940 diretto a Panama, a Milena rimasta a Firenze con i 7 figli. Lei lo incalzava sul loro futuro, separati dalla guerra.

Una corrispondenza che racconta come due generazioni separate forzosamente cerchino di mantenere vivi i legami familiari, tentando di condividere una quotidianità che sarà perduta per sempre. Da queste lettere è nato il mio libro (Milena cara, Lettere 1939-1952 a cura di Vera Paggi), distribuito dai maggiori store online e nelle librerie Feltrinelli.

Vorrei concludere questo breve contributo con una riflessione. Quando sei giovane guardi avanti, il tempo è il tuo orizzonte, non capisci subito di essere il futuro di qualcuno. Oggi le migliaia di ragazzi che sono stati a visitare i Lager e continueranno ad andarci, sono il futuro di Gianfranco Maris, di Sami Modiano, di Liliana Segre, e di milioni di morti. Un presidio contro la xenofobia, il razzismo, i pregiudizi che tornano ad agitare la nostra Europa.

Vera Paggi

Articolo di Vera Paggi

Sempre di Vera Paggi, è uscito nel 2013 “Vicolo degli Azzimi – Dal ghetto di Pitigliano al miracolo economico

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