3 marzo, Biblioteca Chiesa Rossa – La vicenda dell’esercito occupante italiano che protesse gli ebrei, raccontata nel documentario “1943 il tempo della tregua” di E. Bedei e A. Waksman

Non è “Italiani, brava gente”, ma un documentario ricco di testimonianze e immagini d’epoca, realizzato dall’autrice e giornalista di Milanosud Elena Bedei e da André Waksman.Il titolo è “1943 Il tempo della tregua” e racconta

Non è “Italiani, brava gente”, ma un documentario ricco di testimonianze e immagini d’epoca, realizzato dall’autrice e giornalista di Milanosud Elena Bedei e da André Waksman.

Il titolo è “1943 Il tempo della tregua” e racconta la storia di un piccolo paese delle Alpi Marittime francesi, Saint-Martin-Vésubie, che per alcuni mesi, durante la Seconda Guerra Mondiale, diventa il rifugio di centinaia di ebrei provenienti da tutta Europa, che, protetti dal Regio Esercito, vivranno una vita quasi normale, forse addirittura spensierata fino all’8 settembre del ’43, data dalla quale, con il ritiro degli italiani, torneranno a essere preda della follia sterminatrice nazista.

Si tratta di un episodio della Shoah poco conosciuto, che attraverso il documentario di Elena e André Waksman viene approfondito ed esaminato senza retorica, con numerose testimonianze di storici e abitanti del piccolo paese dell’Alta Savoia, alla ricerca delle ragioni di questo atteggiamento unico, da parte del Regio Esercito italiano.

Così come unico al mondo è, probabilmente, il monumento ai militari occupanti di Saint-Martin-Vésubie, che ancora ricorda quel momento della Seconda Guerra Mondiale.

Alla proiezione, che si terrà giovedì 3 marzo, alle ore 20,45 alla Biblioteca Chiesa Rossa saranno presenti l’autrice Elena Bedei e lo storico Bruno Contardi, che condurrà la serata.

La scritta sul monumento di Saint-Martin-Vésubie, che ricorda la protezione che il Regio esercito diede ai profughi ebrei.

 

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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