45° Olympic Team: la storia del basket passa per la Zona 5

I primi rudimenti di pallacanestro, nel ‘75, sono stati impartiti nella palestrina della Samz e in scuole come l’Arcadia e la Silvio Pellico. Intanto le fila della Società, che più avanti si stabilirà al Centro

Correva l’anno 1975, quando un volitivo Professore di educazione fisica, Juanito Santinoli, appassionatissimo di basket, decideva di riunire gli allievi a cui stava impartendo i primi rudimenti di pallacanestro nella palestrina della SAMZ e in altre scuole come l’Arcadia e la Silvio Pellico, sotto un’unica squadra: l’Olympic Team, società che nel giro di qualche anno e per oltre un decennio diventerà una delle realtà più grandi e conosciute del panorama cestistico milanese. La pallacanestro in quegli anni sta vivendo una transizione importante: da gioco sostanzialmente di nicchia si sta trasformando in uno sport popolare, amato e praticato da un numero crescente di giovani. Juanito Santinoli si prodiga senza tregua per diffondere Il “verbo” di James Naismith, e così le fila dell’Olympic Team si ingrossano giorno dopo giorno. La società si stabilisce al Centro Puecher, ultimato da poco. Gli allenamenti e le partite dei campionati minori) si svolgono nelle palestrine, le partite di cartello al palazzetto, allora vero e proprio gioiello dotato di parquet e tabelloni di cristallo. Nel giro di pochi anni la società raggiunge numeri davvero ragguardevoli: oltre 400 atleti organizzati in una ventina di squadre maschili e femminili.
La pallacanestro è sempre più seguita: la domenica, terminate le partite casalinghe di Milan e Inter, i tifosi si spostano in massa al vecchio palazzetto dello sport per farsi stregare dalle magie di Mike D’Antoni o al palalido per ammirare i canestri in sospensione di Chuck Jura. in quegli anni Milano può infatti vantare oltre a quello calcistico un derby cestistico di alto livello: da un lato la pluridecorata Olimpia e dall’altro la cenerentola Pallacanestro Milano che, partendo da un oratorio, ha scalato tutte le classifiche fino all’approdo in A1.

Esauritosi lo slancio pionieristico e spontaneo di quei primi anni, nasce la necessità di una formalizzazione: ecco così che all’inizio degli anni ‘80, l’Olympic Team si dà uno statuto e un consiglio Direttivo di cui fanno parte alcuni genitori, allenatori e giocatori. Finisce l’era Santinoli e comincia quella del presidente Limonta. Nel frattempo, è sempre più basket mania. Le palestrine da metà pomeriggio fino a sera inoltrata sono sempre piene, diventando un punto di riferimento e di aggregazione per moltissimi giovani dei quartieri della zona sud. Il sabato e la domenica le partite attirano fiumi di gente che, in occasione delle sfide più calde, trasformano le palestrine in bolge dantesche. La partecipazione delle famiglie è fortissima. Il ritrovo delle partite in trasferta, fissato in Piazzale Abbiategrasso, crea spesso ingorghi di auto con i papà intenti a discutere animatamente per decidere quale strada imboccare; la spunta quasi sempre il papà vigile, grazie alla autorevolezza della divisa che veste di giorno, unita a una genuina tendenza a “boutade” spassose e divertenti. In palestra l’urlo più familiare è però quello del nonno supertifoso; il suo:” Fa balà l’oeucc!” è una efficace sveglia per i giocatori colti da eventuali torpori durante le partite. L’Olympic Team è ormai una grande famiglia in cui ci si conosce tutti e i più grandi svolgono un ruolo di guida verso i più piccoli. Non a caso gli allenatori, adeguatamente formati, vengono reclutati tra gli stessi giocatori. Ogni iscritto è chiamato a partecipare attivamente, e così a turno c’è chi tiene il segnapunti, chi il referto chi il cronometro. Arrivano anche le soddisfazioni sportive: come quando il gruppo del ‘66 guidato da Angelo Preti approda alle finali nazionali.

Il pomeriggio, quando le palestre sono ancora chiuse, i ragazzi si riversano nei playground (allora si chiamavano campetti) dove spesso formando squadre miste per sesso ed età si sfidano in partite interminabili in cui si sperimentano le “evoluzioni” di Magic Johnson, i “ganci cielo” di Kareem Abdul Jabbar, senza timore dei rimproveri degli allenatori (“Niente americanate!”). E per i compleanni le richieste dei figli sono di fare acquisti da “All Basket”, a quei tempi il negozio di sport più gettonato di Milano: uno scantinato in zona Città Studi fornito di ogni articolo e marca che riguardi il basket. Usciti dal negozio è d’obbligo un passaggio alla sede dell’Olimpia Milano situata a pochi metri, nella storica sede di via Caltanisetta, nella speranza di incontrare qualche campione della prima squadra.

Gli anni 90 sono tutti declinati al femminile: la prima squadra, composta per buona parte da giocatrici cresciute nel settore giovanile e provenienti dal settore minibasket, gravita per 6 anni dal 1996 al 2002 in Serie B. Nel frattempo, nel 1999 il vertice societario si rinnova: Bruno Orecchio, una carriera costruita dal basso occupando vari ruoli all’interno della società, ne diventa presidente e da allora la guida con impegno e serietà, ma trovandosi nella condizione di dover affrontare problematiche e difficoltà crescenti. Rispetto agli anni d’oro, lo scenario generale è infatti cambiato radicalmente: l’invecchiamento progressivo dei quartieri, i tassi di natalità sempre più bassi, i cambiamenti del tessuto sociale dovuto all’immigrazione, la dittatura del calcio hanno reso il reclutamento dei giovani da avviare alla pallacanestro sempre più complicato. A cui si aggiungono problemi più contingenti come la prolungata indisponibilità del Centro Carraro. Nonostante ciò a distanza di 45 anni L’Olympic Team, con i suoi corsi di minibasket, basket giovanile e senior (proprio in queste settimane è in corso la campagna di iscrizione alla stagione 2020-2021) continua ad essere un polo d’attrazione importante per la nostra zona. Non a caso in 45 anni di attività L’Olympic Team ha ricevuto grandi riconoscimenti come la Stella di Bronzo al Merito Sportivo nel 2005 e la Stella D’Argento al Merito Sportivo nel 2013. Ma forse ancor di più delle medaglie vale la confessione di un ex giocatore che in una delle serate “revival” che saltuariamente vengono organizzate rivolgendosi ai compagni di squadra confidò: “In quegli anni stavo per prendere una brutta strada, se non ci fosse stato l’Olympic Team molto probabilmente sarei finito nei guai”.

Reporting specialist di una multinazionale di giorno, al calar delle prime ombre della sera si dedica alla sua vera passione ed indossati i panni di aspirante giornalista e scrittore si aggira per gli anfratti della Milano Sud in cerca di notizie e spunti per un nuovo racconto…..

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