Giangiacomo Mora, l’untore del Carrobbio

La storia della peste milanese del 1630 e dell’efferato capitolo degli untori è abbastanza conosciuta. Soprattutto grazie al racconto che ne accenna il Manzoni ne “I promessi sposi” e che sviluppa poi ne “La colonna

La storia della peste milanese del 1630 e dell’efferato capitolo degli untori è abbastanza conosciuta. Soprattutto grazie al racconto che ne accenna il Manzoni ne “I promessi sposi” e che sviluppa poi ne “La colonna infame”. Di quel capitolo della storia milanese, la pagina più sconvolgente è quella relativa a Giangiacomo Mora, assurto a simbolo del feroce e bestiale fanatismo popolare e del crudele e cinico esercizio del potere che tennero le autorità dell’epoca.

Milano fu investita nel 1630 da una epidemia di peste di una gravità senza precedenti. La portarono i Lanzichenecchi nel corso di una delle tante scorribande che devastavano in quegli anni la nostra terra. Non fu solo a Milano ad esserne colpita, ma fu a Milano che, anche in ragione dell’addensamento della popolazione, si registrarono le più elevate perdite. Gli storici non furono concordi nel valutare il numero di milanesi uccisi dalla pestilenza. Il Ripamonti, che scriveva a ridosso dell’evento, parla di 140.000; il Tadini, protomedico durante la peste, scrive 165.000; Cusani indica le perdite in 86.000. Un calcolo quasi impossibile, se non, con una certa approssimazione, facendo la differenza fra il numero dei milanesi prima dello scoppio della peste e quello risultante a epidemia sconfitta: e si tratta di circa 100.000 unità.

Un evento di una gravità spaventosa, che terrorizzò la popolazione, la esasperò, la spinse a comportamenti fuori controllo. Come spesso capita, le grandi sciagure chiedono un colpevole, un capro espiatorio. La storia dell’ebraismo è in questo senso paradigmatica: i pogrom, l’antisemitismo, il razzismo sono quasi sempre stati filiati dalla ricerca di qualcuno (un “diverso”) cui imputare le proprie disgrazie. Spetterebbe alle autorità politiche, amministrative, scientifiche, governare questi processi. Ma il più delle volte le autorità trovano comodo che le colpe ricadano su qualche infelice, su un gruppo etnico, su una comunità.

Successe anche a Milano, nel 1630. Si sparse la voce che la peste era provocata dagli “untori”, fantastici personaggi che diffondevano il contagio cospargendo i portoni con malefici unguenti. Idea assurda e scientificamente infondata. Ma la disperazione non va per il sottile. Del resto, era stato proprio un dispaccio del re di Spagna Filippo IV a segnalare al governatore di Milano Ambrogio Spinola che “erano stati osservati in Madrid quattro uomini, che avevan portati degli un guenti per recare la pestilenza in quella reale città”. Nientemeno che il re! Spinola, che pure non era un malvagio, dovette abbozzare.

Insomma si diffuse la pratica della “caccia all’untore”. Avvenne dunque che la mattina del 21 giugno 1630, dalla sua finestra, una anziana signora vide un uomo accostarsi con fare sospetto a un portone, dalle parti del Carrobbio. Il poveretto era il commissario sanitario Guglielmo Piazza, che stava semplicemente cercando di ripararsi dalla pioggia. La donna – che si chiamava Caterina Troccazzani Rosa, ricordiamone il nome a sua eterna ignominia – lanciò, con la collaborazione di una vicina (Ottavia Persici Boni, non meno sciagurata di lei), il ferale allarme: “Dagli all’untore!”. Per lo sventurato Piazza era finita. Rin-tracciato e arrestato fu sottoposto a lunghi interrogatori e a torture fisiche di crescente intensità. Si pretendeva da lui la confessione. Ma il Piazza non aveva nulla da confessare e, sopportando lo strazio della tortura, continuava a negare. Implorava, pregava.

“Che volete che dica?” chiedeva agli aguzzini. E gli fu subdolamente promesso che, se avesse rivelato i nomi dei suoi complici, sarebbe stato liberato. Il Piazza, stremato e consapevole che la tortura non avrebbe avuto termine, indicò il suo complice principale in Giangiacomo Mora, un barbiere di sua conoscenza, che oltre alla sua mansione principale, si ingegnava nella confezione

di prodotti per la salute. Innocue baggianate.

Mora fu arrestato e iniziò per lui lo stesso trattamento che era stato riservato al Piazza. Il povero barbiere per sua disgrazia aveva nel cortile di casa una grande caldaia, ove furono trovati i resti del ranno per il bucato. Ecco la prova della fabbricazione dell’unguento mortifero! Eravamo nel 1630, la scienza aveva compiuto significativi progressi, non era più tempo di stregoni e fattucchiere. Eppure l’autorità sanitaria – terrorizzata dalle dimensioni del caso – non fu in grado di smontare l’assurda accusa. Mora resistette fin che poté alla tortura, poi si disse disposto a confessare.

Bisogna sapere che la legge prevedeva che la confessione fatta sotto tortura dovesse essere replicata in condizioni normali per poter essere validata. Portato davanti ai giudici, Mora disse che aveva confessato per la paura e il tormento della tortura. Lo rimandarono dai carnefici e ancora una volta il Mora disse: “Confesso”. Per poi rimangiarsi la confessione innanzi ai giudici. Quando fu riportato una terza volta nella camera delle torture capì che non aveva scampo e questa volta ammise davanti ai giudici di essere colpevole. E, ormai stroncato nonché indotto dai feroci persecutori, fece i nomi di qualche altro disgraziato complice.

I giudici erano contentissimi perché le confessioni finali del Piazza e del Mora erano avvenute nella sala del consiglio, non sotto tortura! Che vergognosa ipocrisia.

Il processo era finito. Ora il senato milanese poteva gettare i corpi dei due disgraziati a placare la fanatica paura della popolazione. Il 1° agosto 1630 con un rituale di raccapricciante efferatezza, il Mora e il Piazza vennero condotti a morte. “Il senato comandò che sovra alto carro martoriati prima con rovente tanaglia e tronca la mano destra si frangessero colla ruota e alla ruota intrecciati dopo sei ore scannati poscia abbruciati e perché nulla resti d’uomini così scellerati”. Queste parole fanno parte della iscrizione che fu apposta su una colonna fatta erigere dal Senato sul luogo ove prima sorgeva la casa del Mora, che fu rasa al suolo. Questa colonna fu detta la “Colonna infame”, perché, nelle intenzioni dei suoi autori, doveva consegnare alla storia la infame memoria dei due untori.

La verità su questa terribile vicenda venne portata alla luce da un grande scrittore, l’illuminista Pietro Verri, che nel 1777 pubblicò “Osservazioni sulla tortura”, un testo fondamentale che per la prima volta ricostruì il caso degli untori, mettendo in evidenza le mostruosità del procedimento e riabilitando il Mora e il Piazza. Non è un caso se appena un anno dopo – regnante Maria Teresa – la colonna fu fatta abbattere dal governo austriaco. Al grande illuminista dobbiamo dunque non solo la revisione del processo e il ristabilimento della verità, ma anche la cessazione di una memoria indegna. Colpisce infatti che prima del Verri nessuno scrittore, storico, studioso italiano fosse stato in grado di affrontare con spirito di verità la vicenda.

Persino una nobile anima come il Parini, in un inspiegabile frammento, scriveva, a proposito della “colonna infame: “Lungi, – o buoni cittadin, lungi, che il suolo – miserabile infame non v’infetti”. Infine arrivò il Manzoni. Manzoni (che del Verri era probabilmente nipote, per alcuni addirittura figlio, essendo risaputo che Giulia, la madre di Alessandro, donna spigliata e frivola, ebbe intensa relazione con almeno uno dei fratelli Verri) tratta brevemente della colonna infame all’interno de “I promessi sposi” e sviluppa poi ampiamente la vicenda ne “La colonna infame”, utilizzando a man salva il libro del Verri.

Encomiabile l’opera del Manzoni, per lo scrupolo della narrazione e per la “pietas” che pervade quelle pagine. Una pietas che però curiosamente ci si incaglia quando pretende l’eroismo a tutti i costi anche da parte di chi eroe non è e non può essere. Il Piazza denunciando il Mora fece calunnia. E fece calunnia perché non era più in grado di sopportare i tormenti. Scrive Manzoni che il Piazza fu anche colpevole, perché “i patimenti e i terrori dell’innocente sono una gran cosa, hanno di gran virtù; ma non quella di mutar la legge eterna, di far che la calunnia cessi d’esser colpa. E la compassione stessa, che vorrebbe pure scusare il tormentato, si rivolta subito anch’essa contro il calunniatore: ha sentito nominare un altro innocente; prevede altri patimenti, altri terrori, forse altre simili colpe”. Insomma, il Piazza ha, per Manzoni, la colpa di non aver sopportato la tortura fino alla morte.

Sotto tortura alcuni – pochissimi: chiamiamoli santi, chiamiamoli eroi – resistono fino alla fine. La maggior parte cede, non ce la fa fisicamente. Questa debolezza è una colpa imperdonabile?

Piero Pantucci

 

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di dargli un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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