Alasia, ucciso o giustiziato? Gli interrogativi sollevati dal romanzo di Culicchia e il commento di Giorgio Bazzega, figlio del maresciallo ucciso

«In quel cortile succede che tu Walter, ferito alle gambe, chiami più volte: “Mamma

«In quel cortile succede che tu Walter, ferito alle gambe, chiami più volte: “Mamma… mamma”. E tua madre ti sente, e grida: “Walter!”, ma non può muoversi dal divano dove i poliziotti le hanno intimato di stare seduta. E poi lì fuori in cortile arriva un altro poliziotto, e ti fredda sparandoti un colpo al cuore. Per simulare una sparatoria, esplode altri colpi. Ecco perché ai barellieri quando arrivano in ambulanza non viene permesso di soccorrerti. Prima devono finirti. La messinscena è completa. La versione da dare ai giornali è pronta. Dicendo che sei stato tu a sparare lì da terra perfino ai barellieri, il ritratto di te da dare ai giornali è fatto» (“Il tempo di vivere con te”, Giuseppe Culicchia, Mondadori ).
Sopra, Walter Alasia (in foto a destra) con il cugino Giuseppe Culicchia.

di Saverio Paffumi

Walter è Alasia, il brigatista più famoso dopo i grandi capi delle BR, prima, seconda e terza stagione. Morto a Sesto San Giovanni nella sera fra il 14 e il 15 dicembre del 1976, mentre dopo aver sparato a due poliziotti che erano venuti ad arrestarlo a casa, tentava di darsi alla fuga scappando in cortile. Morti anche i due poliziotti, il maresciallo Sergio Bazzega, 32 anni e un figlio, e il vicequestore Vittorio Padovani, 43 anni e quattro figli fra cui una bambina nata 12 giorni prima. Chi scrive invece è Giuseppe Culicchia, autore molto apprezzato e molto noto di cui però pochissimi conoscevano il grado di parentela con il terrorista, suo cugino di primo grado. Un legame forte, intenso, che è al centro del libro uscito quest’anno per i tipi di Mondadori. “Il tempo di vivere con te”. È uno di quei romanzi-non romanzi nei quali a una storia vera si intrecciano elementi creativi, una sorta di fiction che a volte serve a riempire i buchi, a volte a proiettare il racconto in un orizzonte più vasto.

In questo caso verità e immaginazione sono presentate dallo scrittore in maniera abbastanza netta e distinta. Tutto ciò che accade a Culicchia o con Culicchia presente, più giovane di nove anni del cugino, è esposto nella narrazione come la verità storica degli episodi narrati, spesso riprendendo le pagine del libro più importante pubblicato sulla vicenda, “Indagine su un brigatista rosso” (di Giorgio Manzini – Einaudi, 1978). Immaginari o dedotti con licenza, invece, e non potrebbe essere altrimenti, sono i pensieri di Walter, i ragionamenti di Walter, i sentimenti di Walter. Ovvero di questo cugino più grande («Tu hai vent’anni. Io undici»), una sorta di fratello maggiore che la frequentazione sporadica rende ancora più prezioso, quasi un modello, un compagno di giochi comprensivo e soprattutto complice nonostante la differenza di età: una fonte di felicità. Senza dubbio questa è la parte più bella e commovente del libro. Walter è dipinto come un ragazzo buono, simpatico, anticonformista, clamorosamente empatico con il cuginetto che lo ricambia amandolo spassionatamente senza minimamente sospettare l’evoluzione ideologica e non solo teorica del giovane, che frequenta Renato Curcio e con lui si allena a sparare nei boschi della Bergamasca.

Walter Alasia e sua madre Ada Tibaldi – Foto di Guido Alasia.

Il lettore scopre quel che dovrebbe già sapere, e cioè che se proprio si vuole dividere il mondo in buoni e cattivi, bisogna arrendersi al fatto che i cattivi quasi sempre hanno un lato buono e i buoni spesso ne hanno uno cattivo. Santi o demoni perfetti sono rarità assolute, forse sono soltanto grandi miti della storia e delle religioni. E poi ci sono i buoni come Walter, così ci porta a pensare Culicchia, che la società, la storia, le circostanze, il carattere fanno scivolare in un buco nero dove diventa difficilissimo, per chi ne viene inghiottito, distinguere il bene dal male… e questi buoni finiscono con il fare cose molto cattive. Per esempio trascinare i propri genitori e i propri familiari nell’abisso, o ammazzare padri di famiglia (quattro figli Padovani, uno Bazzega), o lasciare un ragazzino che viveva in simbiosi completamente solo, abbandonato, impossibilitato a comprendere. Un ragazzino che cresce con l’idea di scrivere qualcosa da dedicare a Walter, che chiama Walter il protagonista del suo primo romanzo (“Tutti giù per terra”) e che finalmente scrive di Walter più di quarant’anni dopo.

Le citazioni che aprono il libro sono illuminanti, più di tutte quella che riporta i versi della canzone di Guccini, La locomotiva: “Non so che cosa accadde, perché prese la decisione/Forse una rabbia antica, generazioni senza nome/Che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore/Dimenticò pietà, scordò la sua bontà…”.

Le riflessioni che ne nascono sono profonde, è troppo comodo giudicare fatti e persone in bianco e nero, tagliando i giudizi con l’accetta. Tuttavia, all’epoca dei fatti, bisognava scegliere e non era facile: le BR avevano già compiuto sequestri e assassini (Sossi, Coco, fra gli altri), ma gli anni di piombo erano ancora agli inizi, tutta la sinistra, soprattutto la base, la “classe operaia”, era percorsa da un dibattito in punta di slogan che andavano dai “compagni che sbagliano” a “né con lo Stato né con le BR”.

A Sesto San Giovanni, quella notte, il figlio di due operai iscritti al PCI aveva ucciso due poliziotti dello “Stato borghese” e non era scontato decidere da che parte stare, per chi professava una ideologia con radici antiche in tutti i movimenti rivoluzionari armati del mondo. Ma i sindacati decisero, il PCI decise e la scelta fu senza se e senza ma: si doveva difendere non lo “Stato borghese”, ma lo “Stato democratico” conquistato con la lotta di Liberazione dal Nazifascismo, da riformare attraverso il consenso con i mezzi previsti dalla Costituzione e non attraverso l’imposizione con la lotta armata di una “dittatura del proletariato” o qualcosa del genere. A sinistra lo scontro ideologico – anche fra i giovani operai e studenti dell’epoca – fu tra chi nei cortei urlava “lotta dura per le riforme di struttura” e chi “lo Stato borghese si abbatte e non si cambia”.

16 dicembre 1976, Sesto San Giovanni, nelle due foto piazza della Resistenza, manifestazione sindacale all’indomani dell’uccisione di Walter Alasia e dei poliziotti Sergio Bazzega e Vittorio Padovani – Foto di Silvestre Loconsolo – Archivio del Lavoro della CGIL Milano.

Il 16 dicembre, il giorno dopo la tragica notte, una manifestazione di operai senza precedenti, decine di migliaia, gremì come non mai la piazza davanti al Municipio di Sesto, contro il terrorismo, contro le BR. Ma il 17 dicembre, ci ricorda Culicchia, altri operai, non pochi (”più di cinquecento”, scrive), parteciparono ai funerali di Walter Alasia e lo salutarono con i pugni alzati, alcuni di essi promettendo la morte al giudice Emilio Alessandrini, presente insieme agli agenti della Digos e responsabile delle indagini, il magistrato che aveva firmato il mandato di perquisizione. Verrà ucciso nel gennaio del 1979, per mano di un commando di Prima Linea. A Walter Alasia sarà poi intitolata la famigerata colonna milanese delle BR e, in nome di quel ragazzo morto a vent’anni come non dovrebbe mai morire un ventenne, sarebbe stata lanciata un’altra atroce catena di delitti.

Ma come morì Alasia? Deliberatamente e freddato con un colpo al cuore, commettendo un delitto inaccettabile e anche stupido, dato che il terrorista, una volta catturato, sarebbe stato ben più “utile” da vivo?

E non è questa l’unica domanda che il libro di Culicchia solleva, ben al di qua della fiction. «Da parte mia», scrive Culicchia immaginando di parlare ad Alasia «ricordo bene tua madre che ci racconta: “Quando sono stata convocata dal sostituto procuratore Alessandrini, mi ha restituito il giaccone di pelle che Walter portava quella mattina. E mi ha detto: ‘Signora, se la cosa può confortarla sappia che suo figlio ha ucciso solo uno dei nostri. L’altro ce lo siamo ammazzati noi per errore».

La versione ufficiale, quella che lo stesso Alessandrini fornisce alla stampa e riportata dai giornali, racconta di un Walter Alasia che spara ai due poliziotti ferendoli a morte, poi si cala nel cortile fuggendo dalla porta finestra del balcone (l’appartamento è all’ammezzato), quindi viene colpito da una prima raffica alle gambe “si finge morto. Sopraggiungono due barellieri (…). Alasia si rialza, spara ancora e a questo punto uno dei cinquanta poliziotti appostati nel cortile lo stende con una raffica di mitra”.

Pagina dell’Unità 16 dicembre 1976.

Ma le testimonianze che Culicchia riporta lo convincono (in sintonia con articoli del Manifesto, di Lotta Continua e servizi di Radio Popolare di quei giorni) che con ogni probabilità il maresciallo Sergio Bazzega sia stato ucciso da fuoco amico, come confidato da Alessandrini alla madre, mentre Alasia, in quel cortile, non abbia mai cercato di rimettersi in piedi e sparare ancora: «Come può Alasia, ferito alle gambe, rialzarsi e con tanta astuzia e ferocia sparare di nuovo e per di più contro due barellieri?». In un intervento successivo, pubblicato dal quotidiano Domani, lo scrittore precisa: «Da quanto ho avuto modo di ricostruire in base alle testimonianze dell’epoca, per l’esattezza venne giustiziato: ferito alle gambe e ormai inerme, fu finito con un colpo di pistola, un modo di esercitare la giustizia alquanto singolare in uno Stato democratico».

Al di là del valore letterario di questo libro, che a modesto parere di chi scrive non è classificabile come un semplice “romanzo” – ho cercato di spiegarlo all’inizio –, gli va riconosciuto il merito di stimolare la ricerca della verità. Ha però anche il limite importante di non contribuire a rivelarla, proponendo con enfasi la “certezza” di una versione alternativa, senza farsi carico dell’onere della prova, dato che i dubbi non sono prove e mancano riscontri documentali.

La verità, come è stato giustamente osservato in occasione dei recenti arresti di terroristi in Francia, a lungo andare è perfino più importante della giustizia. Le nuove generazioni, i posteri hanno via via sempre meno bisogno che i colpevoli siano “puniti”, ma hanno sempre più bisogno di verità, per conoscere la storia e conservare la memoria. Al dovere civico di ricordare, quindi, corrisponde il diritto di sapere esattamente “cosa” ricordare.

Allora in conclusione: qual è la verità? Come andarono davvero le cose? Per fortuna quella stagione finì. Anche per questo lo Stato democratico oggi può permettersi di aprire archivi, di lasciare che si legga o rilegga la storia di quegli anni per quella che è. E se invece non ci fosse nulla da rivelare “Il tempo di vivere con te” resterebbe soltanto una bella e struggente testimonianza di un percorso di memoria personale, scritta magistralmente da qualcuno che sa scrivere. Ma che Culicchia fosse un bravo scrittore si sapeva già.

Creare mostri non serve ma le cose non andarono così

Di Giorgio Bazzega, figlio del poliziotto ucciso

Se posso permettermi di dire la mia dopo aver letto il libro penso si tratti di un lavoro ben fatto e da un certo punto di vista necessario. Non trovo pietas a senso unico anzi trovo molto dolore nel modo in cui l’autore parla del male causato a papà, Padovani e a noi famigliari, dolore che mi è stato confermato quando ho avuto modo di conoscere l’autore e parlare del libro e delle nostre vite. Personalmente ho speso gran parte della mia vita ad odiare quel “mostro” come tutti lo definiscono che altro non era che un ragazzo che ha fatto delle scelte (evidentemente sbagliate) dettate da esperienze di vita, educazione e incontri e che hanno portato a conseguenze tragiche da qualunque lato si voglia vedere la storia ma che resta un ragazzo e non un mostro.

Se non ci sforziamo di fare questo passo e di provare a riconoscerci reciprocamente vedo veramente difficile uscire da quella spirale di dolore che accompagna la vita di chi non riesce a fare “pace” con la propria storia. Quello che ho apprezzato di questo libro e che personalmente mi serviva era proprio conoscere la persona, il ragazzo che era Walter per riuscire a chiudere definitivamente un percorso iniziato tanto tempo fa e che necessitava di questo passo.

Anche la parte in cui Giuseppe riporta nei virgolettati le tesi dei giornali vicini alla lotta armata, palesemente false (abbiamo i vestiti di papà e segni di altri colpi di arma da fuoco oltre a quelli sparati da Walter non ce ne sono…), che a una prima lettura mi avevano un po’ scosso pensandoci bene danno l’idea dell’aria che si respirava in quegli anni e non intaccano minimamente la figura di papà. Per chiudere vedrei anche la confidenza della mamma di Walter sulle parole che attribuisce ad Alessandrini cercando di inquadrarle in una situazione di una madre che ha perso un figlio in modo tragico e che magari, inconsciamente, si aggrappa a qualsiasi cosa per lenire un dolore tanto grande perché anch’io faccio fatica a credere che un uomo come Alessandrini abbia potuto parlare in certi toni.

Questo non è secondo me un libro che vuole riscrivere la storia e i fatti ma che molto onestamente fa capire che anche chi commette le peggiori azioni non può essere cristallizzato solo in quelle, che creare mostri non fa bene a nessuno e che il dolore non è stato solo di noi vittime… e di questo ringrazio Giuseppe.

Chi è Giorgio Bazzega

Giorgio Bazzega, oggi ha 47 anni. Ne aveva due e mezzo quando il padre, il maresciallo dell’anti-terrorismo Sergio Bazzega fu ucciso, assieme al vicequestore Vittorio Padovani, dal brigatista Walter Alasia. Un lutto devastante. Dopo lunghi anni in cui ha covato anche un desiderio di vendetta, come ha più volte dichiarato, ora è concentrato su un percorso di comprensione, dialogo, confronto. Pubblichiamo, con il suo consenso, l’intervento che lui stesso ha postato su Facebook in una discussione proprio sul libro di Giuseppe Culicchia.

Proprio con Culicchia, Bazzega si è confrontato in un incontro registrato il 19 maggio scorso.

 

 

 

 

 

Già giornalista all'Unità e all'Europeo, per anni collaboratore al Gambero Rosso, Tuttoturismo e Meridiani e varie case editrici, tra cui Mondadori, Rusconi, Sperling and Kupfer approda a Milanosud perché la passionaccia del giornalismo non si può far tacere.

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