Alda Merini nel ricordo della figlia maggiore Emanuela

In questi giorni è in libreria Alda Merini, mia madre (Manni editore). È il regalo fatto da Emanuela Carniti a sua madre, a se stessa e a tutti noi. Manuela è la figlia maggiore della poetessa, nata

, Alda Merini nel ricordo della figlia maggiore Emanuela

In questi giorni è in libreria Alda Merini, mia madre (Manni editore). È il regalo fatto da Emanuela Carniti a sua madre, a se stessa e a tutti noi. Manuela è la figlia maggiore della poetessa, nata dal matrimonio con Ettore Carniti (avranno poi altre tre figlie allevate da altre famiglie: Flavia, Barbara e Simonetta, sottratte alla poetessa a seguito dei continui ricoveri e allevate da famiglie affidatarie). 

Manuela perché un libro su sua madre?
«Di noi quattro sorelle, io sono la maggiore, nata nel 1955 e quella con più ricordi. Ce l’avevo già dentro da tempo, questo libro, solo che rimandavo al futuro. Mi è sembrato giusto farlo ora, per il decennale dalla sua scomparsa. Avrei desiderato scriverlo con le mie sorelle: non ci sono riuscita e alla fine l’ho fatto da sola. Molte cose si dicono di lei, spesso però con grandissimo dispiacere per noi figlie. Il mercato e i media l’hanno anche sfruttata, spolpata, banalizzata. Sono usciti libri che hanno approfittato del suo nome e della sua immagine purtroppo. Meritava una ricostruzione della sua esistenza. Quello che cerco di raccontare con sincerità non è stato facile: è un’Alda Merini madre, con mille volti diversi, eppure sempre uguale a se stessa, tra le tante sfumature di gioia, dolore, sofferenza, passione, urla e silenzi, amore e abbandoni».  

Sono trascorsi dieci anni dalla sua scomparsa. Le manca?
«Non mi manca, ma non perché non provi dell’affetto. Non mi manca perché in qualche modo è sempre stata manchevole, totalmente rapita dalla poesia. La poesia, in qualche modo, ce l’ha sottratta. Lei diceva che la poesia l’aveva salvata e lo credo anch’io. Soffriva di un disagio psichico che oggi, con farmaci più avanzati e con metodi meno brutali, sarebbe stato curato in modo diverso. In quel periodo storico, tutto ciò che era fuori dalle regole veniva considerato devianza. Il calvario fra miglioramenti e peggioramenti, dimissioni e ricovero durerà fino al 1978 anno in cui è uscita la legge Basaglia che chiudeva gli ospedali psichiatrici dove i pazienti erano sottoposti a elettroschock e docce fredde».

Chi era Alda Merini?
«Tenace e testarda, era una donna che voleva essere libera. Anche se ha passato la vita chiusa fra il manicomio e una casetta di ringhiera di 45 mq sui Navigli. Ma sopratutto è stata poeta: a prescindere dalla dolorosa e drammatica vicenda umana (“Sono rimasta poeta anche nell’inferno). A 10 anni vinse il premio Piccola Poetessa d’Italia. Certo l’esperienza manicomiale ha influenzato la sua poesia e lei ne era pienamente consapevole. Ma Alda Merini ha sempre scritto, la poesia ce l’aveva dentro, le sgorgava come non fosse lei stessa in grado di fermarla, sgorgava e basta, e lei la lasciava uscire. Dettava di getto al telefono anche 20-30 pagine senza pensarci, tutte d’un fiato, faceva così con editori, amici. Era velocissima e come si arrabbiava se le si diceva di ripetere!».

Secondo lei, è stata felice?
«Sì, senz’altro. Nel libro Più bella della poesia è stata la mia vita lei lo dichiara. Ha avuto in fondo quello che voleva. Ha avuto quattro figlie e, anche se alcune gliele hanno allontanate, alla fine erano sue. Ha avuto tanti riconoscimenti importanti, impossibili da elencare. Si è definita la poetessa della gioia perché, nonostante tante angosce che si è portata dietro nella vita, trovava tesori di felicità dentro di sé. Era una donna viva, sempre viva, anche quando stava male. Non ho mai conosciuto una persona così legata alla vita. Lei la respirava come faceva con le sue sigarette». 

Com’è stato il rapporto con sua madre?
«Complicato. Sofferto. Conflittuale, come tra qualsiasi figlia e madre normali. Con in più il fatto che lei era una figura tanto imponente quanto fragile. Aveva momenti bui, in cui sembrava che avesse un piede nell’inferno e ti chiamava disperata; ma due minuti dopo la telefonata finiva magari con una barzelletta. Ricordo quando prendevo un tram per Affori e andavo da sola a trovare la mamma al Paolo Pini. Molte volte quando mi scorgeva arrivare gridava “vai via, vai via” perché non voleva che io la vedessi là dentro e in quello stato. Ma l’ho capito dopo. Più tardi ancora, quando andavo a trovarla nella nostra casa sui Navigli, lei declamava le sue poesie quando invece avrei voluto mi chiedesse “come stai?”: cercavo un contatto fisico che non è mai riuscita a darmi. Avevo un bisogno disperato di una madre. Ma nessuno può rispondere a un bisogno così grande. L’ho capito anche questo dopo. Diventata adulta e madre a mia volta: di Riccardo oggi informatico e Sara psicologa. Mi sono riconciliata quando ho capito che lei non poteva essere la madre che avrei voluto». 

Una figlia non finisce mai di scoprire un genitore.
«La scoperta più grande è stata proprio la sua poesia. Devo essere sincera: non tenevo in gran conto i suoi scritti quando ero bambina, perché costituivano qualcosa che mi allontanava da mia madre. Era come se tutto ciò che non era poesia per lei venisse dopo… non c’era molto spazio, era più forte anche del suo essere madre. Poi ho capito. Le sue carezze erano la Poesia. E con questa ci nutriva, credendo che fosse tutto ciò di cui avessimo bisogno… Ho cominciato ad amare le sue poesie dopo che è morta». 

Sua madre le ha dedicate diverse poesie.
Emanuela si tocca i capelli, e recita tutto d’un fiato: “Perché t’amo e mi sfuggi pesce rosso di vita viscido dentro l’erba palpitante nel sole…”.

Che cosa c’è in lei di Alda?
«Bella domanda, difficile però. Più passa il tempo più la riconosco in tanti aspetti del mio carattere. Il bisogno di libertà. Alda Merini ha fatto tutto quello che voleva nella vita, quando voleva, senza regole né freni, fregandosene di quello che dicevano gli altri. Anche la passione per la scrittura (Emanuela ha pubblicato anche una raccolta di poesie: Chirurgia d’affetto) è certo una dote in parte genetica. La mia prima poesia fu scritta per mia madre all’età di nove anni: voleva essere il mio regalo di Natale».

I primi ricordi di sua madre?
«Non faceva che coprirmi, aveva l’ossessione che stessi al caldo, era il suo modo di avere cura del mio corpo… Ricordo un maglione color salmone di quella lana che pungeva e che odiavo, e lei me lo faceva indossare anche in primavera. Quando è nata mia sorella Flavia ne fui gelosa, come capita spesso con i fratelli minori e avevo smesso completamente di mangiare: per non farmi ingelosire, mia madre dava il biberon a lei e a me preparava lo stesso latte nella scodella. I primi ricordi che ho di mia madre sono di una donna energica e piena di vita, che suona il pianoforte, scrive, riceve gente. Perché in casa nostra, nei primi anni del matrimonio con mio padre, intorno ad Alda c’era tutto un gruppo di intellettuali, di amici. Ricordo personaggi come Quasimodo e Vanni Scheiwiller, che è stato anche padrino di mia sorella Barbara. All’inizio, quando ero piccola e lei stava ancora bene, ha provato a interpretare la perfetta donna di casa, fare la spesa, tenere i conti, dava qualche lezione di pianoforte ai bambini, o faceva ripetizioni». 

L’ultima immagine?
«Noi quattro sorelle intorno al suo letto in ospedale. Allora credo che la mamma abbia capito che era arrivato il momento, perché è stata credo davvero la prima volta che ci ha viste tutte insieme… Allora con un filo di voce sì e messa a cantare una strofa della canzone Porta romana di Giorgio Gaber che in un verso dice “la gioventù la passa, la mamma muore”. Due giorni dopo si è spenta. Nella bara le abbiamo messo una stecca di sigarette, i soldi nella sottoveste dove li teneva abitualmente, un cappello, una foto di papà, una rosa. Al Cimitero Monumentale, è stata tumulata nella cripta del Famedio, proprio sopra la tomba di Giorgio Gaber».

Il ricordo più bello? E quello più brutto?
«Ricordo, da bambina, certe sue risate interminabili, contagiose. Il più brutto è stato invece il suo primo ricovero al Paolo Pini. Ho un ricordo molto netto di quella sera, era una domenica il 31ottobre 1965: avevo 10 anni, Flavia 8, Barbara e Simona non erano ancora nate. Scoppiò una scenata violentissima, la mamma tirò una sedia in testa al papà e mio padre non seppe gestire il litigio. Arrivò l’ambulanza. La sentivo urlare mentre la trascinavano giù per le scale. Quando ci penso, sento dentro le stesse sensazioni di allora: terrore, disperazione, senso di impotenza. La mamma tornò a casa dalla clinica psichiatrica 15 giorni dopo, ma nulla fu più come prima. Arrivò anche lo stigma. Lei era additata come la matta e noi eravamo le figlie della matta». 

Nel 1953 Alda Merini aveva sposato Ettore Carniti
«Si erano conosciuti al cinema: lei era seduta nelle file davanti a lui. Si amavano ma avevano litigi molto forti. Dal punto di vista intellettivo, papà sapeva di essere ben lontano dal suo mondo, non lo capiva ma era molto orgoglioso di avere una moglie che scriveva. Soffro tanto quando sento che lo si vuole accusare di aver lasciato che la ricoverassero. Non abbiamo mai saputo chi chiamò l’ambulanza, non prevedendo certo che l’avrebbero portata in manicomio. Papà ha fatto quel che poteva, anche perché non aveva strumenti per capire il disturbo di mia madre».

Nel 1971 lei, Emanuela, è andata via di casa…
«Me ne andai dopo che il mio ragazzo aveva cercato di placare una lite fra papà e mia madre. Papà gli disse di non farsi più vedere. Poi, guardandomi, aggiunse: “E se vuoi andare anche tu, prendi il tuo bel cappottino, puoi seguirlo”. Lo guardai sbalordita e me ne andai. Non volevo sposarmi, ma volevo andarmene. Ero minorenne, intervenne il tribunale, la situazione si fece difficile, minacciarono di mandarmi in riformatorio. Mi sposai. Nel 1973 ho cominciato a frequentare un corso da infermiera e poi a lavorare nell’ospedale cittadino di Omegna, dove sono andata ad abitare, occupandomi poi di malati psichiatrici. Certo è chiaro che questo mestiere l’ho scelto per la storia che ho avuto».

Oggi chi è Emanuela?
«Domanda difficile… noi umani siamo così complessi, e contradditori, e così insondabile è la nostra anima. Ecco, potrei rispondere: sono una solitaria con lo sguardo rivolto anche alle persone. In perenne ricerca di melodia, nel caos dell’anima. E di una serenità che fatico a mantenere. I miei occhi sono così stanchi davanti al dolore. Sono stata infermiera per 40 anni. Fin da quando ero alle elementari papà mi diceva: cura la mamma, guarda la mamma. E ogni volta che giravo la testa per cercarla, incontravo i suoi occhi bellissimi, il suo sguardo così dolce e al tempo stesso beffardo». 

Cosa vorrebbe dire a sua madre?
«Adesso sei davvero mia madre». 

da Donnainsalute.it

 

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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