Andy Wahrol, l’icona per eccellenza della Pop Art, alla Fabbrica del Vapore fino al 26 marzo. Con oltre 300 lavori tra disegni, fotografie, incisioni, serigrafie, sculture e cartoline

Andy Warhol era a Milano il 22 gennaio 1987, quando alle Stelline di corso Magenta fu inaugurata la mostra The last supper, ispirata all’Ultima cena di Leonardo da Vinci, ripetuta 60 volte. È questa gigantesca

Andy Warhol era a Milano il 22 gennaio 1987, quando alle Stelline di corso Magenta fu inaugurata la mostra The last supper, ispirata all’Ultima cena di Leonardo da Vinci, ripetuta 60 volte. È questa gigantesca opera (lunga quasi tre metri e alta oltre uno) che conclude il viaggio nell’arte di Warhol. Appena un mese dopo l’inaugurazione milanese, che aveva già attratto un’enorme attenzione, in un evento mediatico di massa, arriva l’improvvisa e inaspettata morte dell’artista a New York il 22 febbraio, a seguito di complicanze per un intervento alla cistifellea. Aveva 58 anni. 

Tutti abbiamo in mente le sue immagini più iconiche: la stessa bottiglia di Coca-Cola ripetuta più e più volte o quelle della zuppa Campbell o ancora il ritratto di Marilyn Monroe su sfondo rosso, arancione, azzurro, blu salvia e turchese. Immagini entrate nel nostro immaginario collettivo. L’occasione, imperdibile, per vederle “dal vivo” è la mostra Andy Warhol. La pubblicità della forma (aperta fino al 26 marzo 2023) promossa e prodotta da Comune di Milano – Cultura e Navigare, alla Fabbrica del Vapore a Milano che ospita l’omaggio a un artista tra i più originali, egocentrici, ambigui e insondabili del Novecento.

L’icona per eccellenza della Pop Art, “Il Raffaello della società di massa”, come lo definisce il critico Achille Bonito Oliva, arriva a Milano con oltre 300 lavori tra disegni, fotografie, incisioni, serigrafie, sculture e cartoline. La Bmw Art Car dipinta da Warhol con il video in cui la realizzò e una parte multimediale con proiezioni di film da vedere con gli occhialini tridimensionali. E autentici oggetti di culto, come l’album di debutto dei Velvet Underground & Nico nel 1967, Sticky Finger autografato dall’artista, che ha realizzato la grafica della cover (la leggendaria banana gialla).

Oltre alla ricostruzione della celebre Silver Factory newyorkese: un laboratorio pieno di gente, in cui bazzicavano musicisti, artisti, sballati e intellettuali: Bob Dylan, Lou Reed, Jean-Michel Basquiat e Allen Ginsberg. Qui convergono a far baldorie Jim Morrison dei Doors, Nico, Mick Jagger, e molte di quelle che lui chiamava Superstar. Tra i frequentatori della Factory, per un periodo, anche Loredana Bertè, ribattezzata Pasta Queen, per le sue apprezzate doti culinarie.

L’idea dei curatori, Achille Bonito Oliva ed Edoardo Falcioni è questa: raccontare un artista di cui pensiamo di sapere quasi tutto. E stupirci. Un artista geniale che ha ingannato tutti proiettando l’immagine di una persona le cui uniche ossessioni erano soldi, fama e glamour. Nascondendo l’Andrew Warhol timido e introverso che si celava sotto la parrucca bionda (che indossava da quando a trent’anni aveva iniziato a perdere i capelli) e dietro frasi sibilline e slogan d’effetto. E a guardare oltre. Oltre l’apparente cinismo e indifferenza ostentati per mascherare sentimenti e inquietudini profonde.

La storia dell’artista simbolo della New York degli eccessi degli anni 70/80 comincia molto lontano dalla Grande Mela. Andy Warhola nasce il 6 agosto 1928, terzo dei tre figli, sua madre Júlia Zavacká e suo padre Andrij Varkhola (trascritti poi come Warhola da un ufficiale dell’immigrazione) sono entrambi slovacchi, vengono da Miková, un paesino sperduto e molto cattolico nel nord del paese, emigrati a Pittsburgh, in Pennsylvania. La mattina del suo primo giorno di scuola segnò la psicologia di Andy per il resto della sua vita. Una compagna di scuola lo aveva picchiato ed Andy non volle più andare a scuola. E da quell’episodio sviluppò dei tic nervosi, soffriva di crisi d’ansia e poco dopo gli fu diagnosticata un’encefalite. La malattia lo costrinse a letto per un anno intero, cosa che ne rafforzò l’introversione, che lo legò in modo fortissimo a sua madre, ma soprattutto che lo iniziò all’arte in modo un po’ insolito: mamma Júlia non faceva che regalargli libri coi disegni da colorare, era un modo per tenere il bambino attivo e per evitare che si annoiasse. Suo padre, minatore e in seguito operaio edile, morì a soli 52 anni. In punto di morte, lasciò a Andy un piccolo fondo fiduciario, raccomandando che venisse usato per gli studi. Andrew Warhola studia arte pubblicitaria al Carnegie Institute di Pittsburgh. Dopo la laurea nel 1949 si trasferisce a New York, lavorando per riviste prestigiose, quali Vogue e Glamour, e deve il suo nome d’arte al refuso d’un giornale che una volta, nei credit d’una sua pubblicità, trascrisse in forma incompleta il suo cognome, Warhola in Warhol. 

Achille Bonito Oliva (a sinistra) e Edoardo Falcioni con la Marilyn nera.

Volti come lattine

Nei primi anni ’60 è un giovane pubblicitario di successo, ma fatica ad affermarsi nel mondo dell’arte. A stravolgere il suo percorso e a portarlo al successo è l’intuizione di ripetere su grosse tele una immagine più e più volte, dei prodotti più familiari, più banali, d’uso quotidiano, che tutti sono in grado di procurarsi. Come la Coca‑Cola, che beveva di frequente, e la zuppa Campbell, che mangiava a pranzo tutti i giorni. Immagini amplificate nelle proporzioni, come a suggerire l’idea del fascino e del potere che un innocuo prodotto commerciale può giungere a esercitare sul consumatore di massa in una società dominata dalla merce, dalla persuasione occulta della pubblicità e dalla risonanza dei media. I prodotti di massa che rappresentano una sorta di democrazia sociale, in quanto conosciuti e consumati da ogni strato della società. “Una Coca Cola è sempre una Coca Cola e non c’è quantità di denaro che possa farti comprare una Coca Cola più buona di quella che l’ultimo dei poveracci si sta bevendo sul marciapiede sotto casa tua. Tutte le Coca Cola sono sempre uguali e tutte le Coca Cola sono buone. Lo sa Liz Taylor, lo sa il Presidente degli Stati Uniti, lo sa il barbone e lo sai anche tu”. Anche le grandi star e i politici (Marilyn Monroe, Mao Zedong, Che Guevara, Michael Jackson, Elvis Presley, Elizabeth Taylor, Brigitte Bardot, Marlon Brando, Mick Jagger e tanti altri) diventano prodotti di massa, come i grandi marchi commerciali che popolavano l’immaginario pubblicitario negli Stati Uniti tra gli anni ‘60 e ’70. 

Anche la morte, sembra volerci dire Wahrol con la serie Death and Disaster, ha subito un processo di banalizzazione per come ci viene presentata dai mass media. Diventa una sorta di prodotto di consumo da mostrare in televisione, “uno spettacolo di massa” che ormai non ci emoziona più. Attraverso la ripetizione seriale, la tragicità dell’immagine (un incidente stradale, la sedia elettrica, gli scontri razziali) viene resa insignificante.  

Warhol cancella in via definitiva il paradigma di un’arte fatta per esser compresa da pochi, che richiedeva spiegazioni, conoscenze puntuali e diavolerie varie: guarda ai miti della società dei consumi e dei mass media, costruendo una grammatica visiva di impatto immediato e leggibile da chiunque. La celebre Gioconda, viene ripetuta ben trenta volte, e da celebre ed esclusiva opera d’arte, viene trasformata in una opera di tutti e per tutti (1963). Le Thirty are better than one, vale a dire Trenta è meglio di una.

Una vera e propria rottura con i canoni. Un approccio diametralmente opposto a quello dominante al tempo, quello degli espressionisti astratti come Jackson Pollock. Che infatti lo snobbavano considerandolo un personaggio dal successo immeritato.

Fu un critico o un esaltatore della società dei consumi? La sua arte ha diviso gli studiosi che se ne sono occupati. In realtà, lo stesso Warhol amava muoversi sul filo di questa ambiguità, con le sue affermazioni a proposito della sua arte. “Se raccogliessero tutte le frasi che ho detto capirebbero che sono un idiota e la smetterebbero di farmi domande”, diceva. Non si possono dare risposte certe per quanto riguarda Andy Warhol. Forse è questa sua dualità che lo rende tuttora un personaggio incompreso, misterioso e fascinoso. In qualunque modo si voglia etichettare questo artista, non si può negare il suo genio. Quanto mai profetico. Ci aveva visto lungo Andy Warhol, quando alla fine degli anni Sessanta diceva: “In the future everyone will be world-famous for 15 minutes! Nel futuro ognuno sarà avrà il suo quarto d’ora di celebrità”. Nell’era della rete, di YouTube, dei social sembra quasi un imperativo al quale nessuno vuole sottrarsi. Ieri e ancor più oggi, incredibilmente attuale. 

Corridoio di fiori.

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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