Antonio Iannetta, il manager outsider che guarda al sociale

Classe 1974, padre di due bambini, Antonio Iannetta può permettersi di brandire la più giovane età, rispetto agli altri candidati, come una vera e propria arma a suo favore, almeno in termini di capacità di

, Antonio Iannetta, il manager outsider che guarda al sociale

PRImarieSacchi

Classe 1974, padre di due bambini, Antonio Iannetta può permettersi di brandire la più giovane età, rispetto agli altri candidati, come una vera e propria arma a suo favore, almeno in termini di capacità di dialogo con la parte più giovane dell’elettorato. Nemmeno il taglio molto classico, quasi risorgimentale, della barba riesce a cancellare la piacevole impressione di trovarsi di fronte a un politico fresco, energico che gioca nel futuro le sue carte migliori. Il suo vantaggio, però, è anche la sua debolezza, dato che, per converso, è il candidato che i milanesi conoscono meno, ad eccezione del tutt’altro che trascurabile mondo dell’associazionismo e del terzo settore. Il suo profilo, come egli stesso sottolinea, è quello di un vero e proprio “manager del sociale”, considerando che la sola Uisp, di cui è direttore generale, tra Milano e provincia conta 550 società sportive e 70mila tesserati. Senza dubbio gli va riconosciuto il coraggio di essersi messo in gioco.

Cosa l’ha spinto a candidarsi?
«Sono il candidato che mancava. La mia candidatura è maturata fra ottobre e novembre, sulla spinta, oltre che dall’associazionismo e dal terzo settore, delle periferie. L’ho detto anche al Dal Verme. Siamo vicini a quell’elettorato che sta alle fondamenta. Se le fondamenta non sono buone cade il palazzo».

Uno dei grandi problemi a livello comunale e in particolare nel sud Milano è la questione delle case dell’Aler e di Metropolitana milanese…
«La problematica è importante, e non è stata risolta o esaurita dai due candidati che arrivano dalla giunta Pisapia. Noi valutiamo gli aspetti che riguardano le case popolari sapendo che abbiamo necessità di rilanciare l’housing sociale e l’affitto di case a costi calmierati. Non è l’unico settore sofferentedell’edilizia. Anche gli scali ferroviari dismessi sono un grande problema e al tempo stesso una grande opportunità: la giunta Pisapia non ha portato a termine una rivoluzione urbanistica che avrebbe permesso la riqualificazione di quasi un milione di metri quadrati.Per quel concerne la casa c’è anche un tema di bilancio. Sul patrimonio esistente abbiamo già fatto la nostra proposta: quella di attivarci con gli istituti di credito, sulla base di quanto abbiamo già sperimentato in concreto come Uisp riguardo la rigenerazione di spazi destinati alle attività sportive. Si tratta di coinvolgere l’imprenditorialità con valenza sociale e ambientale… Le risorse del pubblico non ci sono più? Bisogna valorizzare quello che esiste già sul territorio. Si può innestare un percorso virtuoso tra nuovo inquilino e istituto di credito, in cui il Comune può farsi garante: chi subentra ottiene il finanziamento, ristruttura e poi restituisce alla banca il denaro prestato, attraverso il pagamento del canone. Si tratta di una visione nuova. Non ci si può limitare solo a drenare risorse dal bilancio. Un miliardo in cinque anni e ristrutturiamo: è troppo facile. Se parliamo di quasi 30 mila alloggi, per altrettante famiglie, bisogna trovare soluzioni a breve».

La questione delle case implica anche delicati rapporti con la Regione…
«I dati: ad agosto c’erano case sfitte per 35 mila unità; famiglie in attesa: 23.989. I candidati al ruolo di sindaco devono dare risposte concrete, non raccontare “quali sono i loro sogni”. Con l’Aler e la Regione bisognerà discutere nel concreto».

IannettaWebLa periferia del sud Milano si intreccia alle aree verdi del Parco. Ma per queste ultime si sommano un problema di fruibilità non sufficientemente sviluppata e un’emergenza ambientale causata da discariche abusive e presenza di amianto e altre sostanze tossiche.
«Noi parliamo di area metropolitana. Dobbiamo allargare la visione, pensare all’anello orbitale di 73 km che circonda la città. Ricucire il territorio urbano a quello agricolo. La vocazione agricola dell’area sud è un valore aggiunto anche sotto il profilo turistico. Il post Expo è un’opportunità per mettere davvero in moto quelle energie che in parte sono state spese, ma non hanno rilanciato la vocazione turistica della città. Se poi l’amministrazione non si assume l’onere prevalente della bonifica di un’area o di un edificio, qual è il privato che investe 500mila euro, faccio per dire… Insomma questo è un tema decisivo.
Sempre sul tema del verde ho lanciato l’idea di 3 milioni e mezzo di alberi a Milano. Un’idea che ha fatto rabbrividire qualcuno, ma se ogni albero avesse il nome di un cittadino non mi dispiacerebbe. Un lascito per le prossime generazioni.
In generale questa città ha bisogno di essere valorizzata per rilanciarsi. A New York il Chelsea Market è un ex scalo ferroviario. Guardiamo cosa è diventato.

Una delle più grandi “food hall” del mondo, che attrae, si legge sul sito, 6 milioni di visitatori l’anno.
«Non solo gente che va a comprare. Turisti, persone che vanno a correre, si sdraiano sull’erba, si incontrano, danno vita ad eventi… Il Parco sud non può essere un luogo di grande attrazione? Risorgive, fontanili, prati e campi, cascine, abbazie… Tutto questo andrebbe inserito in un grande progetto di rivalutazione».

Milano è una delle città più inquinate d’Italia per quanto concerne le polveri sottili. Un’emergenza ambientale che si lega ai problemi del traffico e del riscaldamento…
«L’Area metropolitana dovrà fare un grande sforzo in questa direzione. Al pari di metropolieuropee come Parigi e Londra. Per quel che riguarda i trasporti ad esempio noi siamo per un’agenzia unica che coordini l’Atm e le aziende che fanno capo ai Comuni. Ogni giorno a Milano entrano 800 mila automobili…».

Come far sì che, almeno in buona parte, si fermino prima di entrare?
«Occorre unificare le tariffe e avviare una migliore gestione, con l’Agenzia dei trasporti. Ma non è solo un’emergenza milanese, anche se l’area padana è più esposta per ragioni morfologichee climatiche. Un sindaco dell’Area metropolitana puòarmonizzare i rapporti con gli altri sindaci, sapendo che il problema non lo può risolvere se non lavorando sui trasporti e promuovendo il cosiddetto efficientamento energetico, in primis degli edifici pubblici. Oggi ci sono tecnologie tali per cui si possono immaginare interventi impensabili qualche tempo fa… E non dimentichiamo che questi interventi comportano anche la creazione di posti di lavoro».

Nel quadro di una drastica diminuzione del traffico in centro e di una rivalutazione della città anche in senso turistico, cosa pensa della riscoperta delle vie d’acqua, in senso lato e alla lettera, viste le proposte del suo competitor Giuseppe Sala?
«Vorrei fare una battuta rivolta a Sala, che propone di scoperchiare i Navigli… Sì, bella proposta, affascinante, ma prima pensiamo al Seveso, al ricorrente annoso fenomeno delle esondazioni che riguardano 150 mila abitanti tra Niguarda e Isola. E poi consolidiamo l’esistente e interveniamo laddove è possibile per completare quanto avviato. Nel merito dolla proposta di Sala, si potrebbe iniziare con una via d’acqua da Melchiorre Gioia al Ponte delle Gabelle Melchiorre Gioia, non è una via del sud Milano, ma se si creasse un polo di attrazione ulteriore si darebbe un contributo al decongestionamento dei Navigli che stanno a Sud, senza fare concorrenza. Milano deve diventare policentrica. È assurdo che vi siano pochi luoghi in cui si concentra tutto, anche la cosiddetta movida».

Il policentrismo della città ha il suo riferimento amministrativo nel decentramento della macchina comunale, quale pensa dovrebbe essere il ruolo dei futuri municipi?
«Le zone sono state poco valorizzate. Non si può chiedere alla Zona di essere un interfaccia senza capacità di spesa. Il presidio del territorio passa da luoghi fisici che vengono riconosciuti dal cittadino. È inutile pensare che si debbano portare e risolvere in centro tutti i problemi dell’area mediana e delle periferie. Un presidio di zona adeguatamente valorizzato diventa un luogo di ascolto del cittadino. Ad esempio, riguardo anche i recenti episodi di terrorismo e di necessità di controllo del territorio, istituirei uno sportello per la sicurezza, intanto. Ma anche una possibilità di ascolto per la necessità di alcuni interventi, come la buca nelle strade, la finestra rotta. Interventi leggeri, ma importanti per chi li vive sul territorio».

La sola manutenzione non è pero sufficiente, come rendiamo più belle le nostre periferie?
«La nostra impostazione prefigura una Milano policentrica. Ciò significa ripartire dalle periferie come luogo di investimento. Io mi sono permesso, non era una esternazione, di immaginare le periferie come arti, rispetto a un cuore del sistema che sta al centro. Gli arti hanno un ruolo fondamentale per il benessere di tutto il corpo. Oggi hai una Fondazione Prada e davanti il degrado. Ecco cosa significa rigenerazione di spazi urbani. Il concetto estetico riportato in periferia è un concetto di qualità della vita. Non è solo riferito alla presenza di opere d’arte o monumenti, è patrimonio artistico culturale diffuso. Alla Barona c’è il parco di via Teramo. Un’area che si snoda tra i caseggiati popolari dell’Aler e si slancia verso la campagna… Altra fetta di territorio da rilanciare».

In via Teramo un privato, architetto, non potendo costruire a causa della diversa destinazione d’uso, ha sezionato il territorio creando 300 orti privati. E gli “ortisti” si trovano, organizzano grigliate, giocano a calcio…
«Così, fatemi dire introducendo un altro dei temi che mi stanno a cuore, si crea anche sicurezza. Che sarà un elemento importante della competizione contro il Centrodestra. Noi preferiamo una parola diversa. Vogliamo usare la parola “protezione”, che mette insieme due pilastri. Uno il coordinamento con le forze dell’ordine attraverso una vera e propria cabina di regia. Ovvero idee chiare sul controllo del territorio, che deve essere una priorità. Più si arretra sul controllo del territorio più c’è un avanzamento di altre realtà, di malaffare.
La parte fondamentale è però la seconda, quella del rilancio sociale: oratori, circoli, associazioni, gli stessi esercenti:nella bottega si vende qualità ed è una cellula di aggregazione del quartiere a tutti gli effetti. Analogamente concepiamo l’altra proposta di coinvolgimento imprenditoriale, di cui ho parlato al Dal Verme: le start up per tre anni non devono pagare tasse comunali. Una scelta “politica” strategica, che darà uno slancio forte, soprattutto alle imprese giovani. Quindi, nelle aree periferiche l’occupazione del suolo pubblico deve costare meno, deve essere almeno dimezzata e detassato. Se un esercente in una zona problematica crea un dehor un luogo di incontro, va facilitato».

È  pronto a collaborare con un eventuale altro candidato se non vincerà lei le primarie?
«Domanda delicata. Bisogna dare l’idea che vi sia ricomposizione subito dopo le primarie, ma per obiettivi precisi. Oggi è importante che non ci sia voglia di cadrega per la cadrega. Abbiamo firmato insieme la carta dei valori… Le primarie sono per me un passaggio importante se gli elettori si esprimono liberi da ordini di scuderia. Sono lo strumento per selezionare il miglior candidato sindaco, che possa competere e vincere contro il Centrodestra, che sappia raccogliere l’empatia dell’elettorato che dovrà sostenerlo».

Maiorino viene dato politicamente più vicino alla Balzani. Lei è più vicino a Sala?
«L’elettorato sa bene quali sono stati i punti importanti della mia azione… Ho un profilo da manager del sociale. Un profilo oggettivamente molto interessante per guidare di una città come Milano».

Nei suoi primi 100 giorni da sindaco quali sarebbero gli interventi più urgenti?
«Sicuramente riprendere in mano il tema degli scali ferroviari. E per la Zona Sud, Lorenteggio, Gratosoglio, Corvetto: un piano di incontri subito con tutta quella imprenditorialità che vuole mettersi in moto per il rilancio delle periferie. Sono le aree del futuro. Dobbiamo subito attivare tavoli con imprenditori e municipi. Senza dimenticare le associazioni: il terzo settore è un po’ il nostro habitat».

Saverio Paffumi
Illustrazione: Franco Portinari

(gennaio 2016)

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di dargli un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

Recensioni
NESSUN COMMENTO

SCRIVI UN COMMENTO