Assessore Rabaiotti: «Nei quartieri popolari, il Comune dovrà lavorare con più determinazione. In distribuzione le prime 300mila mascherine»

Gabriele Rabaiotti, 50 anni, architetto, assessore alle Politiche sociali, alla Salute e ai Diritti civili, ex presidente del Municipio 6, ricercatore universitario sui temi delle politiche pubbliche del territorio al Politecnico di Milano e alla Iuva

Gabriele Rabaiotti, 50 anni, architetto, assessore alle Politiche sociali, alla Salute e ai Diritti civili, ex presidente del Municipio 6, ricercatore universitario sui temi delle politiche pubbliche del territorio al Politecnico di Milano e alla Iuva di Venezia, è da fine febbraio la prima linea di Palazzo Marino nella lotta al Covid-19, con l’obiettivo di arrivare velocemente e in modo efficace, a sostenere i milanesi in questo difficile periodo, in particolare aiutando le fasce più deboli, più esposte ai rischi di contagio e alla crisi economica e finanziaria.

Insediatosi l’estate scorsa al posto di Pierfrancesco Majorino, eletto al Parlamento Europeo, l’assessore Rabaiotti, in una delle sue prime uscite disse che: “All’interno dei quartieri popolari, il Comune dovrà lavorare con maggiore determinazione”. Alla luce di questa affermazione, è iniziata la nostra intervista. 

Com’è cambiata in questi due mesi la situazione delle fasce più deboli della popolazione di Milano?
«Questa epidemia non guarda in faccia a nessuno, ha colpito tutta la città, senza alcuna distinzione di censo o quartiere. Ma le persone che più di altre in questo periodo hanno avuto bisogno di una cura mirata sono stati i senza dimora e con disabilità gravi, a cui abbiamo dovuto garantire una casa e adeguati distanziamenti. Distanziamenti che abbiamo dovuto introdurre anche nelle case collettive, come quelle per minori non accompagnati, i richiedenti asilo o anziani nelle Rsa. A queste fasce di milanesi in sofferenza, seguono gli abitanti dei quartieri popolari, dove l’epidemia e la serrata delle attività ha creato gravi problemi».

Quali sono le strutture che avete trovato per favorire il distanziamento sociale?
«D’accordo con la proprietà abbiamo messo a disposizione le 300 camere dell’hotel Michelangelo, accanto alla Stazione Centrale, per le persone dimesse dagli ospedali o i parenti delle persone malate. Con un bando ne stiamo valutando un’altra quindicina. Stiamo inoltre lavorando per predisporre anche l’ostello della gioventù al Qt8, anche quello di proprietà comunale. In via Zumbini, nell’ostello del Villaggio Barona, la cooperativa sociale La Cordata, in collaborazione col Comune, ha attivato il servizio di ospitalità dei bambini i cui genitori sono ricoverati.
Per quanto riguarda le strutture abitative collettive, la prima che abbiamo messo a disposizione è quella di via Carbonia, con 48 tra mono e bilocali, per le persone sintomatiche che provengono dai nostri centri collettivi, individuate da Emergency che sta facendo presidio sanitario appunto nei vari centri. Al momento ospita una trentina di persone. 
Abbiamo poi alleggerito le presenze a Casa Jannacci, che ospitava 500 persone, trasferendo 150 senzatetto al Centro sportivo Saini di via Corelli, aperto con un’operazione veramente lampo. Un altro gruppo di 120 persone è stato spostato nella Social Music City, la grande tensostruttura a Scalo Romana, messa a disposizione gratuitamente dalla proprietà. Abbiamo aperto due strutture dell’emergenza freddo, in via Cenisio e via Satta, pensate solo per l’ospitalità notturna, aperte tutto il giorno, pasto incluso. In questo modo praticamente a tutti i senza dimora è stato dato un tetto».

 

Tornando alle case popolari, come vi siete mossi per sostenere questa parte di città?
«Abbiamo messo in atto un’azione di maggiore attenzione al presidio. Da un lato con un contatto mirato e continuo sugli over 75 che abitano negli alloggi MM, che stiamo monitorando telefonicamente per capirne le esigenze e intervenire in caso di difficoltà, attraverso un gruppo di volontari».

E sugli anziani abitanti negli alloggi Aler?
«Abbiamo chiesto ad Aler, in quanto proprietaria degli immobili e gestore, l’autorizzazione per potere chiamare queste famiglie, autorizzazione che però non è arrivata. Mentre siamo riusciti in questi giorni ad ottenere il via libera per la distribuzione di 300mila mascherine donateci, sia negli alloggi Aler che in quelli MM. Distribuzione che segue quella fatta nelle settimane scorse ai medici di base e a tutte le strutture collettive del Comune».

State pensando a una distribuzione di presidi a tutti i milanesi?
«Sì, ci stiamo organizzando per distribuire presidi di protezione a tutti i milanesi. Obiettivo è porlo in atto prima dell’avvio della fase 2, quella che prevede un graduale allentamento delle limitazioni».

Capitolo aiuti economici e sostegno alle persone sole: cosa è stato fatto?
«Come detto, gli effetti, anche economici, di Covid hanno interessato tutta la città, per quanto sui quartieri Aler e MM si siano concentrate la maggioranza delle azioni. Se mettiamo insieme tutte le misure di sostegno al reddito, consegna dei pacchi alimentari e buoni spesa, complessivamente raggiungiamo circa 25mila famiglie, per un totale stimato di 60mila persone. In particolare attraverso MilanoAiuta vengono consegnati settimanalmente farmaci, cibo e svolte attività di sostegno alle persone più in difficoltà. Prima di Pasqua siamo arrivati a consegnare 15mila pacchi spesa».

Esiste un mondo difficilissimo da intercettare dei lavoratori precari o in nero che è in grave difficoltà, siete riusciti a raggiungerli?
«In questo periodo alle domande di aiuto che assistiamo abitualmente, se ne sono aggiunte moltissime provenienti da quelle fasce di popolazione che fino all’emergenza Covid se le cavavano. A queste persone stiamo rispondendo con il Buono spesa, finanziato dal Governo, a cui si può fare domanda attraverso il sito fino a mercoledì 15 aprile. Per questa iniziativa stiamo dando la precedenza, proprio per intercettare questa fasce di popolazione, alle famiglie composte da lavoratori autonomi, monoreddito o con reddito zero, che non percepiscono il reddito di cittadinanza o altri aiuti del Comune. Il secondo strumento a disposizione dei milanesi è il Fondo San Giuseppe, per aiutare chi ha perso o visto ridursi drasticamente il lavoro. È un’iniziativa della Diocesi di Milano a cui il Comune ha contribuito con 2 milioni di euro, provenienti dal Fondo di Mutuo soccorso».

In che misura i mondi del volontariato, del terzo settore e della Milano che produce hanno affiancato o sostenute queste iniziative?
«Si tratta di mondi che hanno contribuito in modo decisivo al rafforzamento ed efficacia di tutte le misure messe in campo dal Comune di accompagnamento delle famiglie, consegna spesa e farmaci a domicilio. Sono 352 le associazioni e le imprese che attraverso MilanoAiuta, hanno detto: “Noi siamo disponibili a dare una mano al Comune e alle famiglie più in difficoltà”. Soggetti che in base alle proprie vocazioni e disponibilità si sono messi in moto e hanno sostenuto concretamente anche il Fondo di Mutuo soccorso, istituito dal Comune. Una rete cittadina gigantesca che fa onore alla nostra città».

Come sarà la fase 2 e come immagina l’uscita da Covid-19 per Milano?
«Dovremo convivere con forme di protezione e distanziamento sociale, per quanto più organizzato e allentato, per diverso tempo. Verrà il tempo delle città e nelle città. Dovremo prestare attenzione non solo e non tanto al disegno delle forme e dello spazio, ma sempre di più alla dimensione del tempo, delle modalità di utilizzo, delle pratiche e quindi di quando e come usiamo la città. Sta emergendo come centrale la componente dell’interazione sociale che la città, più di altri sistemi territoriali, raccoglie, sollecita e organizza. È come stiamo insieme, quando e non solo dove. E questo vale per ogni forma di attività: dal lavoro, allo studio, fino al vivere sociale. Questa prospettiva, se assunta e impiegata, metterà al lavoro un diverso pensiero sulla città, anche per l’Urbanistica che nel nostro paese si è molto concentrata sullo spazio e sulla sua organizzazione funzionale».

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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