Beppe Sala: altri sei mesi di indagini

Altri sei mesi di indagini. Questo è quanto ha deciso l’8 gennaio il Gip Lucio Marcantonio, accogliendo la richiesta di proroga dell’inchiesta sulla “Piastra dei servizi” di Expo, avanzata il 12 dicembre scorso dalla Procura

Immagine 2Altri sei mesi di indagini. Questo è quanto ha deciso l’8 gennaio il Gip Lucio Marcantonio, accogliendo la richiesta di proroga dell’inchiesta sulla “Piastra dei servizi” di Expo, avanzata il 12 dicembre scorso dalla Procura generale di Milano. Il sostituto procuratore generale Felice Isnardi ha inserito tra gli indagati di questo nuovo filone di inchiesta il sindaco Beppe Sala, il costruttore Paolo Pizzarotti e altre 5 persone. L’avvocato di Sala, Salvatore Scuto, non ha presentato opposizione alla proroga dell’inchiesta, né il sindaco, ha fatto alcun commento alla decisione del Gip.

L’accusa
L’inchiesta è quella legata all’attribuzione dei lavori per la Piastra di Expo, la piattaforma tecnologica su cui sono stati realizzati i padiglioni dell’esposizione. Appalto vinto dalla Mantovani con un ribasso del 42%, su una base d’asta di 272 milioni di euro. La Procura generale, che a novembre aveva tolto il fascicolo delle indagini alla Procura della Repubblica non condividendone la richiesta di archiviazione avanzata dai pm Giovanni Polizzi, Roberto Pellicano e Paolo Filippini, ipotizza a carico di Sala, che al tempo era Commissario straordinario del Governo per Expo, il reato di concorso in falso materiale e falso in atto pubblico. Secondo le tesi della Procura genenerale, basate su indagini della Guardia Finanza, Sala avrebbe falsificato i verbali relativi alla sostituzione di due componenti della commissione giudicatrice per l’appalto della Piastra, per il quale si paventava un possibile profilo di incompatibilità con il ruolo assunto. Al fine di evitare l’annullamento della procedura e rispettare i tempi Sala avrebbe retrodatato i verbali, per attribuire l’appalto e rispettare il cronoprogramma.

L’autosospensione e il sostegno dei milanesi
L’inserimento tra gli indagati di Beppe Sala era stata resa nota dalla stampa il 15 dicembre scorso. Il sindaco, appresa la notizia, si era subito autosospeso facendo sapere che: «Pur non avendo la benché minima idea delle ipotesi investigative, ho deciso di autosospendermi dalla carica di sindaco, determinazione che formalizzerò domani mattina (16 dicembre – NdR) nelle mani del Prefetto di Milano». Decisione revocata dopo cinque giorni di fibrillazione politica, che consentivano al sindaco di tornare a Palazzo Marino più forte di quanto non lo fosse prima della notizia di essere indagato.

Come è potuto accadere tutto questo, in un Paese come il nostro, afflitto da un giustizialismo galoppante che mette sullo stesso piano sentenze e avvisi garanzia e per il quale i reati sono tutti uguali?

I motivi sono molteplici. Il primo è di carattere tattico, da ricondursi alla mossa fulminea e desueta, probabilmente fatta “di pancia”, che ha portato Sala ad autosospendersi. Una decisione che ha spiazzato tutti, Procura compresa, e ha suscitato simpatia. Da potenziale imputato Sala è divenuto vittima. Nel giro di poche ore è montata un’ondata di solidarietà, fondata sulla condanna della modalità in cui il sindaco ha appreso la notizia – dai giornali e non dal tribunale –e sul merito dell’accusa: una retrodatazione di un verbale di sostituzione di due membri di commissione che, se avvenuta, non ha inciso sull’attribuzione dell’appalto, come d’altronde aveva già detto la Procura, che aveva archiviato le indagini. Da qui i moltissimi attestati di stima. In pochi giorni il sindaco di Milano ha ricevuto l’appoggio del Pd, del vescovo Angelo Scola, dei rappresentanti delle categorie produttive cittadine, da importanti rappresentanti dell’opposizione milanese e nazionale, dall’Anci e da circa 400 sindaci italiani e soprattutto da moltissimi milanesi. Sostegno cresciuto ulteriormente, quando lunedì 19 dicembre, dopo un incontro in Tribunale tra l’avvocato di Sala e il procuratore Felice Isnardi, è risultato chiaro che oltre all’accusa di “retrodatazione” la Procura non aveva altri rilievi da muovere a Sala. Unica nota stonata di quei giorni, l’assordante silenzio dei rappresentanti nazionali della corrente minoritaria del Pd Sinistra Dem e da Sinistra Italiana, troppo occupati in guerre intestine, per sostenere un sindaco che nella vulgata è stato “messo a Palazzo Marino da Renzi”. Ma questo fa parte di una storia secolare e autolesionistica della sinistra, detta e ridetta e, in fondo, poco interessante.

La solidarietà sindaco Sala ha avuto anche un altro motivo scatenante, più di sostanza. Nei primi mesi del suo mandato il primo cittadino ha mostrato di essere un buon sindaco. Ha subito messo in moto la macchina comunale. A inizio dicembre ha presentato un piano per le periferie da 350 milioni di euro, per le aree ex Expo arrivano dallo Stato altre centinaia di milioni, che contribuiranno al rilancio di tutta la città, il Patto per Milano è stato firmato e il percorso per il recupero degli scali ferroviari cittadini è avviato e promette partecipazione e attenzione alle esigenze della città. A questo si aggiunge il grande lavoro per il contrasto alla povertà e l’accoglienza ai profughi, condotto dalla Giunta sin dal suo insediamento. Progetti che intendono migliorare Milano e continuare quello che il cardinale Scola ha definito «Un Rinascimento cittadino». Tutto questo è piaciuto troppo ai milanesi per essere buttato alle ortiche da un avviso di garanzia a mezzo stampa.

Cosa accade adesso
La Procura ora avrà tempo per le indagini fino al 10 giugno per archiviare il caso o rinviare a giudizio gli indagati. L’auspicio è che le indagini siano veloci e senza clamore, né tantomeno vengano condotte con comunicazioni a mezzo stampa. Se alla fine dell’inchiesta Sala dovrà essere sottoposto a processo, per Milano sarà un problema. La speranza è che il sindaco non si dimetta fino a sentenza, ma certo l’azione politica della Giunta risulterà indebolita. Se invece le accuse si riveleranno infondate o pretestuose e affrettate, sarebbe ora che chi ha sbagliato, anche in Procura, ne rendesse conto alla città.

Stefano Ferri

Condanna a Letizia Moratti e giunta

L’ex sindaco di Milano Letizia Moratti, la sua giunta e alcuni ex dirigenti comunali sono stati condannati in via definitiva dalla Corte dei Conti Centrale a versare oltre un milione di euro per danno erariale nell’ambito della vicenda delle “consulenze d’oro” del 2007. L’ex primo cittadino (ha guidato Palazzo Marino dal  2006 al 2011) dovrà versare oltre 591 mila euro. La Corte dei Conti Centrale, che svolge funzioni di appello, ha quadruplicato la condanna inflitta agli stessi “convenuti” dalla Corte dei Conti della Lombardia che, nel 2009, aveva valutato in 261 mila euro il totale dei danni subiti dall’erario. Questi danni erano stati causati da 11 incarichi dirigenziali esterni assegnati a non laureati (per quasi 1 milione e 900 mila euro), da retribuzioni ritenute troppo costose (più di 1 milione) di alcuni addetti stampa e dall’incompatibilità con la carica di consiglieri regionali dell’ex direttore generale Giampiero Borghini (che a sua volta fu sindaco di Milano tra il 1992 e il 1993) e dell’ex capo di gabinetto Alberto Bonetti. Questa stessa vicenda, nel 2009, era stata considerata non penalmente rilevante e dunque archiviata su richiesta della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano. A proposito dell’ex sindaco, i magistrati contabili parlano di «grave colpevolezza, ravvisabile in uno scriteriato agire, improntato ad assoluto disinteresse dell’interesse pubblico». Da ambienti vicini a Letizia Moratti si parla invece di “profonda amarezza da parte di chi ritiene di aver lavorato per cinque anni solo nell’interesse della città e sempre in sintonia con i vertici amministrativi del Comune”.

Laureata in Scienze dei Beni Culturali, blogger appassionata di cinema e teatro, talentuosa grafica e webmaster, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide, forte della sua estrazione umanista veste con grazia e competenza le testate digitali e su carta di Milanosud.

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