“Big Bug”, sarà così il nostro futuro prossimo?

Non è facile sedersi ancora dietro la macchina da presa dopo che si è messo a segno un colpo indelebile nella Storia del cinema. Certe pellicole possono diventare la fortuna o la persecuzione per gli

Non è facile sedersi ancora dietro la macchina da presa dopo che si è messo a segno un colpo indelebile nella Storia del cinema. Certe pellicole possono diventare la fortuna o la persecuzione per gli autori,ed è fuori di dubbio che un capolavoro come quello del “Favoloso mondo di Amelie” rientri in questa casistica. Sarebbe troppo facile ritirarsi e vivere di rendita e di ricordi, eppure certi fuoriclasse come Jean-Pierre Jeunet non hanno mai avuto il timore di percorre strade alternative. Sempre caricaturali sia chiaro, magari al limite del grottesco e comunque fuori dall’ordinario.

Dimentichiamoci quindi Montmartre, il Sacre Coeur e il tessuto sonoro di fisarmonica di Yann Tiersen, perché il viaggio progettato dal Jeunet di questo primo ventennio del 2000 è un percorso modernamente hi-tech, in una località indefinita, con scenografie asettiche, squadrate e composte solo di dispositivi informatici e intelligenze artificiali. L’informatica e il progresso estremo divengono parte integrante delle interazioni casalinghe, del ménage familiare, come la stessa tresca fra amanti. Un’impostazione assolutamente plausibile, in quanto “Big Bugè la degna “proiezione” di quello che sarà il futuro prossimo, come già affrontato in precedenza da menti ancora più ossessionate dalle dinamiche “dell’intelligenza artificiale”, come Spielberg e Kubrick.

Anche nel caso di Big Bug si assiste alla messa in scena di un futuro dove androidi e umani sono costretti a convivere, ma a differenza dell’A.I. raccontata da Spielberg, stavolta sono gli umani a essere soggiogati da un nuovo ordine di governatori cibernetici e già pronti a decretare la fine di un genere umano che rimane intrappolato nelle mura domestiche fra sistemi automatici di sicurezza e videocamere di sorveglianza di orwelliana memoria.

“Big Bug” non è di sicuro il miglior episodio della carriera di Jeunet ma rimane un film capace di sollevare grandi riflessioni (e inquietudini) future, mantenendosi in un racconto essenzialmente chiuso fra quattro mura come in una sit-com. Battute serrate e dialoghi di botta e risposta rimangono i colpi vincenti per Jeunet, che ha fatto del macchiettismo intelligente dei personaggi il suo marchio di fabbrica.

Un marchio che si rinnova ulteriormente in un contesto più moderno, non c’è che dire, ma ci dispiace dover ammettere che in questo caso, un uso eccessivo di colori sgargianti ed effetti speciali, rischiano di mettere davvero in secondo piano proprio la componente umana e le doti attoriali di una famiglia sgangherata in fuga dal futuro.

Un soggetto esile quindi per una sceneggiatura comunque ben realizzata, ma contornata di giochi pirotecnici che alla lunga rischiano di risultare davvero troppo stucchevoli da sopportare. Ma rimane un’esperienza da provare, che premia il coraggio autoriale di chi non vive del proprio passato e sceglie proprio nuove piattaforme come Netflix, strizzando l’occhio alla nuova generazione di spettatori, indubbiamente più digitalizzata.

 

Laureatosi nel 2001 al Dams è attualmente impegnato nel settore commerciale e logistico Italia / Estero. Teamplayer e rivendicatore della libertà di espressione fra Politica, Musica e Spettacolo. Sogna una nuova Nouvelle Vague da ricreare a Milano ascoltando una vecchia canzone anni '80 e un goal del... Milan! Citazione preferita: "Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica faranno la mia felicità fino alla mia morte" (F. Truffaut).

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