Bruno, il frate ebbro di Dio

Giordano Bruno ebbe la sfortuna di nascere nel secolo della Riforma protestante e della conseguente Contro riforma cattolica. Un secolo, cioè in cui la fede religiosa dovette fare sanguinosamente i conti con il potere temporale

Giordano Bruno ebbe la sfortuna di nascere nel secolo della Riforma protestante e della conseguente Contro riforma cattolica. Un secolo, cioè in cui la fede religiosa dovette fare sanguinosamente i conti con il potere temporale e l’assetto politico che l’Europa, in fase di grande trasformazione, si stava dando. Stiamo parlando del sedicesimo secolo, un periodo in cui più marcatamente che in altre fasi della storia umana gli intelletti liberi erano considerati nemici giurati di ogni ordine costituito.

Giordano Bruno era nato da modesta famiglia, a Nola (Campania) nel 1548. Tre anni prima della sua nascita era iniziato a Trento il Concilio ecumenico che Paolo III aveva convocato per reagire al dilagare della Riforma protestante, avviata dalla clamorosa ribellione di Martin Lutero nel 1517. Nell’arco di poco meno di un ventennio il Concilio tridentino avrebbe rigidamente ridefinito la dottrina cattolica e dato l’avvio a quel periodo particolarmente cupo per l’esercizio del libero pensiero che fu definito Controriforma.

Bruno, entrato giovanissimo nell’ordine dei Domenicani, era ricco di interessi intellettuali, si imbevve di studi classici, coltivò e teorizzò con la mnemotecnica straordinarie forme di educazione e uso della memoria, assorbì l’aristotelismo, prima di diventarne un critico severo attraverso lo studio dell’averroismo (diciamo, una sorta di aristotelismo in versione araba), amava pericolosamente autori in odore di eresia come Ficino, Erasmo da Rotterdam, Telesio. Dotato di una menta vulcanica e di una immaginazione senza p ari era quello che Italo Calvino avrebbe definito un «cosmologo visionario, che vede l’universo infinito e composto di mondi innumerevoli, ma non può dirlo ‘totalmente infinito’ perché ciascuno di questi mondi è finito; mentre ‘totalmente infinito’ è Dio». Potremmo chiamarlo un “panteista”, se la definizione non risultasse stretta e riduttiva per l’immensità di questo genio, che sfugge a qualsiasi scolastica catalogazione.

Certo era un naturalista, ma il suo naturalismo, scrive il De Sanctis, non era il «pretto materialismo, che si sciolse nella licenza e nel cinismo, e mise capo in ozio idillico snervante, peggiore dell’ozio ascetico. Il naturalismo di Bruno era al contrario non il divino materializzato, ma la materia divinizzata». In questa sua visione acquista una ruolo importante la magìa, un interesse che contribuì non poco alla persecuzione di cui fu oggetto. Ma, come scrive Maria Mantello, che presiede l’Associazione Nazionale Libero Pensiero ‘Giordano Bruno’ «la magìa di Bruno è conoscenza. È sviluppo della capacità di indagine e ricerca per analizzare i legami chimici degli elementi naturali, i profondi nessi causali tra tutte le cose: magia è la contemplazione della natura e perscrutazione dei suoi segreti”. La magìa in Bruno, scrive lo storico Nicola Badaloni, «non è nient’altro che la previsione del divenire delle cose, la anticipazione del comportamento del fatto singolo, […] la magìa consiste in un collegamento tra l’individuo e l’anima del mondo. L’anima del mondo racchiude una potenzialità infinita».

Volava pericolosamente il pensiero di questo indocile frate domenicano. Volava con ali possenti. «A tutti, secondo la necessità – aveva scritto – la natura ha attribuito ali perfette, ma pochissimi davvero sono coloro che hanno saputo spiegarle per dividere e dare impulso a quell’aria che, quando viene spinta, sostiene e conduce al volo ma, nondimeno, sembra ostacolarlo quando deve essere divisa».

Quelle ali lo portavano troppo lontano dall’alveo severamente ridisegnato dal Concilio di Trento. E se poca o nulla licenza di libertà di pensiero era consentita ai laici, figuriamoci agli uomini religiosi.

Paolo Sarpi, autore della storia del Concilio tridentino, sfuggì miracolosamente ad un attentato. Tommaso Campanella, subì accuse infamanti (persino di aver sodomizzato un priore) e torture inenarrabili e scampò al rogo solo fingendosi pazzo (ma rimase in prigione ben 27 anni!). Galileo Galilei fu costretto all’abiura. E nel suo processo giganteggia l’ombra del cardinal Bellarmino (in seguito fatto santo), che fu anche uno dei grandi accusatori di Giordano Bruno.

Il suo «disprezzo delle istituzioni e de’ costumi sociali» (De Sanctis) lo rese inviso al potere. Eppure non era contro il potere per il potere: «Non è errore che sia fatto un prencepe, ma che sia fatto prencepe un forfante». Sembra storia dei nostri giorni.

Quando Bruno capì che aria tirava, fuggì all’estero, girando, molto apprezzato e ascoltato, per molte città, ma detestato anche dalla chiesa luterana, che lo scomunicò nel 1591. A quel punto, Bruno cre dette possibile rientrare in Italia, riparando nella Repubblica Veneziana, a torto ritenuta tollerante e liberale. Venezia lo tradì e finì nelle mani dell’Inquisizione nel 1592. E spedito a Roma. Era da pochissimo asceso al soglio pontificio Ippolito Aldobrandini, col nome di Clemente VIII. Di clemente questo papa non ebbe nulla. Fu uno dei più spietati pontefici, persecutore di ogni forma di libero pensiero. E non solo (fra i suoi crimini c’è anche il processo e l’uccisione di Beatrice Cenci). Clemente VIII era il papa contro-riformatore per eccellenza. E Giordano Bruno non ebbe scampo. Subì oltre sei anni di processi e di torture. Ma non abiurò mai.

Condannato infine alla pena suprema, «Bruno va al rogo, in Campo dei Fiori, il 17 febbraio 1600, ammutolito con la mordacchia [un bavaglio di ferro conficcato nella lingua del condannato, ndr] così da impedirgli di rendere le sue ultime dichiarazioni. Gli si nega il diritto di pronunciare il proprio testamento spirituale con la scusa che la mordacchia gli toglieva la possibilità di bestemmiare e lanciare contumelie» (Franco Ferrarotti).

Giordano Bruno, per concludere con Maria Mantello «ha sacrificato la sua vita perché l’umanità uscisse dalla rassegnazione di minorità per costruire una società più giusta e libera. Ha denunciato l’arroganza e l’ingiustizia di un mondo dove la libertà è il regno della tracotanza di chi nega emancipazione e autodeterminazione altrui. Non c’è libertà senza solidarismo delle libertà. Non c’è libertà senza giustizia».

Piero Pantucci

 

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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