Il bullismo online lo si combatte nella vita reale

Si parla tanto di cyberbullismo e dei brutti episodi che sfociano in drammatiche situazioni sociali, ma siamo davvero sicuri di sapere di cosa stiamo parlando? E se sì, c’è davvero un modo per prevenirlo o

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psicologiaSi parla tanto di cyberbullismo e dei brutti episodi che sfociano in drammatiche situazioni sociali, ma siamo davvero sicuri di sapere di cosa stiamo parlando? E se sì, c’è davvero un modo per prevenirlo o fermarlo? Le risposte sono molteplici e aprono la strada a riflessioni più complesse, legate al rispetto dell’essere umano, all’empatia, alle dinamiche di gruppo, all’educazione. Bisogna conoscere e accettare l’esistenza di una “seconda vita virtuale” dei nostri figli, ma bisogna anche comprendere le dinamiche che ne sono alla base. Per i giovani la distinzione tra vita online e vita offline è davvero minima; le attività che i ragazzi svolgono online e attraverso i media hanno conseguenze nella loro vita reale e viceversa. La definizione ufficiale di cyberbullismo è l’uso delle nuove tecnologie per intimorire, molestare, mettere in imbarazzo, far sentire a disagio o escludere altre persone. Le modalità specifiche con cui i ragazzi realizzano atti di cyberbullismo sono: pettegolezzi o insulti diffusi attraverso messaggi sui cellulari, mail, social network; postando o inoltrando informazioni, immagini o video imbarazzanti (incluse quelle false); rubando l’identità e il profilo di altri, o costruendone di falsi, al fine di mettere in imbarazzo o danneggiare la reputazione della vittima. Queste aggressioni possono far seguito a episodi di bullismo (scolastico o più in generale nei luoghi di aggregazione dei ragazzi) o essere comportamenti solo online. Ma questi meccanismi di esclusione ricordiamo, non sono solo patrimonio del web, non sono nati da internet, c’erano anche in passato e fanno parte delle dinamiche “ambivalenti” degli adolescenti: tante spinte in avanti verso il mondo adulto, senza uno sviluppo emotivo adeguato. L’adolescenza è un’età caratterizzata da uno stato di frustrazione costante, più o meno accentuato, ed è proprio in questa fase di vita che il gruppo acquisisce estrema importanza. All’interno del gruppo i ragazzi esprimono e condividono le loro paure e i loro sogni e, per sentirsi accettati e riconosciuti, attuano comportamenti di ricerca e sperimentazione, per testare i propri limiti. Si stabilisce così nel gruppo un nuovo rapporto di dipendenza relazionale reciproca in cui, oltre all’esperienza della propria impotenza e incompletezza, si fa l’esperienza dell’altro come ugualmente incompleto e dipendente, e allo stesso tempo complementare a sé. Proprio perché è qualcosa di nuovo, i comportamenti attuati nel e con il gruppo possono assumere l’aspetto dell’intolleranza, della capricciosità, dello sbandamento tipico di questa fase. Oggi l’incontro tra gli adolescenti avviene soprattutto in luoghi virtuali, nei quali la comunicazione e le relazioni sono veicolate da modalità mascherate, ed è proprio per questo che il problema è più diffuso. Educare i ragazzi all’uso consapevole del web, cioè quello che già molti progetti finanziati nelle scuole fanno, è più facile a dirsi che a farsi, e non sta sortendo gli effetti sperati, anzi, dal nostro punto di vista, legittima gli adulti a sentirsi meno in colpa. Crediamo che per cambiare un comportamento sociale, un “sintomo della nuova generazione” come il cyberbullismo, sia importante partire dal lavoro su noi stessi. Il mondo adulto non dovrebbe limitarsi a sensibilizzare i giovani attraverso la prevenzione, ma dovrebbe soprattutto lavorare sulla base educativa familiare, sui valori, sulle paure, sulle fragilità e le imperfezioni che caratterizzano tutti, grandi e piccini. Le dinamiche di vittima e carnefice riguardano il centrare la propria realizzazione a discapito dell’altro. Impariamo a metterci più in discussione, diamo esempi di comprensione e forse avremo qualche possibilità di cambiare i meccanismi online attraverso l’offline. In fondo non siamo partiti dicendo che il cyberbullismo ha ricadute reali?

In Bicocca, convegno sulla Dsa con la dottoressa Gatto

Quest’anno al XII Convegno Nazionale dell’AGIPPsA (Associazione dei Gruppi Italiani di Psicoterapia Psicoanalitica dell’Adolescenza), che avrà come tema “Identità adolescenti – Alla ricerca di sé nella società complessa”, che si terrà a Milano il 20 e 21 ottobre 2017 presso l’Università Bicocca, parteciperà la dottoressa Annalisa Gatto, nostra redattrice, insieme al gruppo di lavoro dello Psiba (Istituto Di Psicoterapia Del Bambino E dell’Adolescente). Il workshop in cui interverrà la dottoressa Gatto come relatrice ha come titolo “Adolescenza e DSA: difficoltà scolastica o definizione identitaria” – P. Tagliani, F. Dossena, A. Gatto, S. Medri, M. Mauro, M. Panti, C. Tagliani, V. Zancarli e si focalizzerà sulle difficoltà di apprendimento in adolescenza. L’ipotesi che verrà sviluppata è che la possibilità di essere dislessici rappresenti una riposta difensiva al pericolo di dispersione scolastica. Già più di trent’anni fa, in un’epoca in cui i DSA erano poco conosciuti, s’ipotizzava che le disarmonie cognitive fossero una manifestazione di difesa rispetto a stati depressivi e vissuti di svalorizzazione di Sé. Questo approccio psicoanalitico potrebbe spiegare il proliferare di diagnosi di DSA in adolescenza, quando le angosce depressive irrompono in modo marcato sotto la pressione del processo di separazione-individuazione.

di Annalisa Gatto
Scrivile: psicologannalisagatto@gmail.com

Laureata in Scienze dei Beni Culturali, blogger appassionata di cinema e teatro, talentuosa grafica e webmaster, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide, forte della sua estrazione umanista veste con grazia e competenza le testate digitali e su carta di Milanosud.

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