Campus della Pace 2020, quando la rivalità sportiva diventa fratellanza

Mercoledì 19 febbraio, a metà della quinta edizione del Campus per la Pace che si è svolto dal 16 al 22 febbraio, ragazzi francesi, bosniaci e italiani si sono ritrovati presso il centro sportivo Vismara

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Mercoledì 19 febbraio, a metà della quinta edizione del Campus per la Pace che si è svolto dal 16 al 22 febbraio, ragazzi francesi, bosniaci e italiani si sono ritrovati presso il centro sportivo Vismara di Gratosoglio, per vivere una giornata sportiva all’insegna della fratellanza.

“I bambini non capivano le differenze [etniche]. Loro si sentivano uguali, a prescindere dal loro cognome o dalla loro religione. Noi abbiamo tentato di rinforzare queste idee attraverso lo sport, attraverso la filosofia unificante dello sport”. La frase di Pedrag Pašić –  ex calciatore nella nazionale Jugoslavia e fondatore di una scuola calcio interetnica a Sarajevo – è solo una delle provocazioni e testimonianze di professionisti che hanno dedicato una parte della loro vita al prossimo, dimostrando quanto lo sport possa essere promotore di pace e fratellanza. Affianco alle storie di Pašić, Zanetti, Kakà, Jesse Owens e molti altri – affisse nella palestra del centro sportivo Vismara – si sono intrecciate quelle dei giovani partecipanti al quinto Campus della Pace che mercoledì hanno vissuto insieme un pomeriggio all’insegna del sano duello agonistico con lo scopo di abbattere i muri del pregiudizio e favorire l’integrazione con il “diverso”. Vestiti con un’unica divisa, fatta di una maglietta bianca riportante i nomi degli atleti che hanno lasciato un segno non solo agonistico, ma anche per carattere sportivo e rispetto verso l’avversario, i ragazzi si sono affrontati in una serie di tornei di calcio, basket e pallavolo in cui l’agonismo e la voglia di vincere non sono indubbiamente mancati.

È stato Elvis, un 19enne parigino, a parlarci per primo della sua esperienza mentre i suoi compagni affrontavano la prima sfida sul campo di pallavolo contro i ragazzi dell’Istituto Tecnico Feltrinelli: «Chi resta nella storia è colui che nonostante la superiorità rispetta il suo avversario come persona. È solo a quel punto che puoi essere considerato un campione». Tra un’esultanza e un richiamo ai compagni ha continuato, sostenendo che oggi tutti pensano soltanto a vincere dimenticandosi che nello sport, come nella vita, sia nella vittoria che nella sconfitta non si è mai da soli. «Le arti marziali mi hanno insegnato che il rispetto dell’avversario è il primo principio dello sport. Il duro lavoro mentale e la preparazione fisica, per quanto fondamentali, saranno sempre in secondo piano perché senza il rispetto dell’altro non potrai mai considerarti un professionista».

Ragazzi, insegnanti e educatori: tutti hanno partecipato alle gare, a prescindere dal loro livello tecnico. Gli incontri nelle tre discipline si sono fatti sempre più accesi, con la tensione che è salita alle stelle quando ad affrontarsi sul campo sono stati gli istituti Feltrinelli e Berchet o i giovani del Gratosoglio. «Una ragazza si è arrabbiata perché ha perso l’incontro per un punto, ma subito i suoi compagni sono accorsi a rincuorarla. È questo che vogliamo vedere oggi – sostiene Silvia Massara, insegnante e accompagnatrice dei 9 ragazzi del liceo piemontese Oulx – vogliamo far comprendere ai ragazzi che per quanto la società possa condizionarci, il pregiudizio può essere smontato solo con l’incontro. Attraverso lo sport arriviamo a mettere in gioco noi stessi ed è in quel momento che ci accorgiamo, che in fondo, non siamo così diversi dall’altro».

E mentre i tornei procedevano sono arrivate la felicità delle vittorie e la tristezza delle sconfitte. Nelle fasi finali tutti vogliono vincere e Stefano – educatore, allenatore e giocatore di calcio – ci confessa che è in questi momenti che la bellezza pura dello sport rischia di scomparire, lasciando spazio a un agonismo assoluto, dove per vincere tutto è concesso. «A certi livelli ti accorgi che la brama di vittoria sovrasta il merito e la lealtà agonistica. A prescindere dal proprio livello e dalla maglia indossata lo sport deve essere strumento di unione nella passione, nel sacrificio e nel rispetto non solo dell’altro, ma anche di se stessi».  Ma era chiaro fin da subito che l’obiettivo della giornata non era proclamare un campione o uno sconfitto: e così è stato. Verso sera tutti, vincitori e perdenti, si sono ritrovati davanti alla tavola imbandita a festa, dove fra cibo e bevande i gruppi si sono mischiati all’insegna dell’amicizia, incuranti degli esisti delle gare, dei confini geografici e religiosi, arricchiti da un’unica esperienza di sport e fratellanza.

Perché, come si legge nella frase di Jesse Owens, il grande campione di atletica, plurimedagliato alle Olimpiadi di Berlino ’36, che campeggiava in palestra: “Le amicizie nate sul campo durante le gare sono le vere medaglie d’oro in una competizione. I premi col tempo si consumano, mentre le amicizie non si ricoprono di polvere”.

Al termine degli studi universitari in Lingue ed Economia ho scoperto il mondo del giornalismo con il quale sto rimettendo in discussione il mio percorso formativo. Amante dello sport, dei viaggi e del sociale sono cresciuto nel Gratosoglio tra oratori, società sportive e iniziative di zona, in un ambiente che mi ha dato molto e che non smette mai di sorprenderti.

Recensioni
1 COMMENTO
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    DonGio 24 Febbraio 2020

    Grazie, Alberto. Hai centrato in pieno il senso della giornata. Ottimo articolo. Sei pronto anche per la Gazzetta!

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