Carlo Colla e figli, marionettisti per tradizione, dal ’94 in via Montegani

A qualche passo dal Duomo, fra la Corsia dei Servi e piazza Beccaria, sorgeva nel vicolo San Martino, fra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, il palazzo di Giovanbattista Colla, un ricco

A qualche passo dal Duomo, fra la Corsia dei Servi e piazza Beccaria, sorgeva nel vicolo San Martino, fra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, il palazzo di Giovanbattista Colla, un ricco commerciante proprietario di una rivendita di legna, carbone e foraggi (“sostra” era il nome che veniva dato a questi edifici), fornitore prima dell’Imperial Esercito Austriaco e poi delle Armate degli invasori Francesi. Amicizie di “bon ton” frequentavano le sale di casa Colla e assistevano agli spettacoli di marionette che vi si tenevano per diporto…

Il Colla, infatti, secondo l’uso del tempo, aveva adibito una delle sale del palazzo per darvi spettacolo facendo costruire un teatro di marionette dotato di scenografie e di personaggi alti, all’incirca, quaranta centimetri. Lo spettacolo delle marionette nel teatrino di casa era una moda che accomunava le famiglie aristocratiche e quelle della borghesia.

Certamente nessuno della famiglia Colla avrebbe mai immaginato che oggi – oltre due secoli più tardi – in via Montegani, contiguo alla Chiesa Rossa, potesse esistere un teatro in cui un ramo dei discendenti di quella famiglia agiata fosse riuscito trasformare uno svago in un lavoro, dando origine a una formazione marionettistica vera e propria: la Compagnia Marionettistica Carlo Colla e Figli.

L’Atelier di via Montegani nasce nel 1994 per dare una sede fissa all’attività della Compagnia Colla. Da 3 anni ospita, per circa tre mesi all’anno, la stagione milanese della Compagnia (in parallelo alla presenza fissa, per due periodi all’anno, all’interno della programmazione del Piccolo Teatro di Milano) ma anche la sede degli archivi storici (con oltre 30mila pezzi fra marionette, costumi, scene, attrezzeria, datati a partire dal 1699 fino ad oggi) e dei laboratori artigianali (sartoria, scultura, scenografia, parruccheria, falegnameria) che si occupano del restauro del materiale marionettistico di tradizione e delle produzioni dei nuovi materiali per i nuovi spettacoli messi in scena ogni anno e che arricchiscono il repertorio (composto da oltre 300 titoli) proposto in Italia e all’estero nei più importanti Teatri e Festival. Invece da 3 anni i laboratori e il deposito sono in via Bergognone, vicino ai laboratori della Scala e al Mudec.

«Con la programmazione teatrale siamo diventati un polo interessante in questa zona, che attrae una fetta di pubblico popolare, diversa da quella del Gerolamo e del Piccolo Teatro – ci spiega Tiziano Marcolegio, marionettista dello staff dei Colla –. Le racconto un esperimento particolare: due anni fa, eravamo stati in Oman a fare “La bella addormentata nel bosco” in arabo, abbiamo pensato che avendo la colonna sonora in lingua, fosse interessante presentarlo anche qui, in un quartiere multietnico, e ha funzionato! Anche se c’erano più italiani curiosi che famiglie arabe, comunque tutti gli abitanti della zona ora sanno della nostra presenza».

L’attività storica al teatro Gerolamo dal 1907 fino al 1957, fu interrotta per problemi di struttura dell’edificio che doveva essere abbattuto, i Colla ne sono usciti, anche se la struttura è stata poi salvata dal piccone. Ma la compagnia ormai era composta solo da persone anziane, di conseguenza l’attività si è bloccata. Con l’arrivo di Eugenio Monti Colla (di recente entrato nel pantheon cittadino, il Famedio del Cimitero Monumentale) alla direzione della compagnia, l’attività è ripresa, prima con saltuarie manifestazioni importanti, come il festival di Spoleto o la Piccola Scala, poi nell’80 si è avviata una collaborazione continuativa con il CRT (Centro Ricerca Teatrale), «e infine – aggiunge Marcolegio – abbiamo fatto uno sforzo per aprire questo spazio».

Una volta i marionettisti erano tutti componenti di famiglia, ma se qualcuno oggi volesse fare questo mestiere come potrebbe impararlo?

«Quel periodo è superato – risponde il marionettista – sono cambiati i tempi, oggi bisogna entrare nella compagnia e imparare tutto, non siamo solo marionettisti, tutti collaboriamo alla creazione dello spettacolo ciascuno con le proprie specialità. Il lavoro non si ferma al palcoscenico, Camillo, che è qui con me, è arrivato per caso, si è appassionato e ha messo a disposizione le sue abilità e conoscenze di elettronica, io invece ho cominciato che avevo 16 anni, ero alunno di Eugenio 40 anni fa. Il lavoro è molto ampio, la rappresentazione è il risultato di un processo molto lungo e complesso, da un punto di vista tecnico ci sono esigenze ti-picamente nostre che i macchinisti teatrali non conoscono, nel montare la struttura per noi i centimetri sono metri, per questo facciamo tutto all’interno: se durante lo spettacolo vado contro un chiodo che sporge o una quinta che non è messa bene diventa un grosso problema. In corso d’opera possono verificarsi incidenti perché c’è molta meccanica. Per esempio il filo che si allunga può incastrarsi e bloccare il movimento, ci vuole grande presenza di spirito per proseguire la rappresentazione. Anche la vestizione è importante, perché le marionette non vivono solo quella parte, negli anni cambiano personaggio».

Da qualche tempo Tiziano si occupa anche della catalogazione del materiale vecchio e nuovo, circa 3mila marionette, tra piccole e grandi, di cui 600 storiche, alcune fine 700, la maggior parte inizi 900 legate all’attività del Gerolamo.

«C’è un’evoluzione dell’estetica, all’inizio le marionette erano piccole perché la compagnia si muoveva con tutto il materiale, poi con il teatro stabile sono diventate un po’ più grandi e più curate, con noi che giriamo moltissimo in grandi teatri le dimensioni sono aumentate. Il nostro è un teatro barocco legato alla prospettiva, per questo ci sono marionette più piccole che agiscono in fondo, anche gli oggetti sono più piccoli per dare profondità, il pubblico ha l’illusione di essere di fronte a un palco grandissimo invece il tutto avviene in 4/5 metri. Anche per il movimento si cerca la soluzione tecnica che più si avvicina al movimento ideale, abbiamo fatto diverse esperienze di registrazioni video che ci hanno portato a trasformazioni della struttura: una volta la marionetta parlava senza muovere la bocca, invece oggi è impensabile, ora hanno tutte la bocca mobile come le mani, anche se nella bocca è visibile un taglio che da lontano non si vede, perché il pubblico è affascinato dal movimento».

E ora? Quali i prossimi impegni?

«Come tutti siamo stati sorpresi dalla pandemia del Covid, finita la stagione dovevamo presentare la prossima, ora viviamo un po’ alla giornata, lavoriamo molto sui progetti, come l’apertura del museo di figura in via Bergognone, il Comune ci ha dato questi spazi con l’idea di aprire al pubblico i diversi laboratori oltre all’esposizione del materiale storico. Avevamo anche avviato convenzioni con scuole e università, come Brera o il Politecnico per i corsi di Estetica. C’è tanta voglia di fare e non vogliamo trovarci impreparati quando finirà».

Sono pubblicista e videomaker, ancora prima che il mio appassionante mestiere fosse definito cosi. Dal 1974, anno del primo viaggio in Africa, in Somalia, realizzo documentari su tematiche sociali, antropologiche e storiche. Ho collaborato con diverse redazioni per programmi d’informazione e cultura, attualmente video-documento tutte o quasi tutte le iniziative che accadono nel sud della città (ma anche altrove).

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