“Carrettieri” in Parlamento

È passato poco più d’un mese, eppure il caso dell’ex ministra Nunzia De Gerolamo pare già archiviato, sepolto. Il caso era interessante più che sul piano giudiziario, su quello etico, culturale, antropologico: e dunque squisitamente

, “Carrettieri” in Parlamento

blob

È passato poco più d’un mese, eppure il caso dell’ex ministra Nunzia De Gerolamo pare già archiviato, sepolto. Il caso era interessante più che sul piano giudiziario, su quello etico, culturale, antropologico: e dunque squisitamente politico. Ora ci appare un po’ datato, ma voglio riprenderlo per avventurarmi nel dizionario lessicale e gestuale della politica contemporanea. Lo faccio avendo ancora impresso nella memoria il sorriso ebete di quel deputato grillino che si rivolge a Renzi e Padoan, dagli scranni di Montecitorio, chiamandoli “figli di troika”, attorniato dagli esilarati sguardi dei suoi co-fazionari. L’apostrofe del grillino è, nella sua compiaciuta allusività, più volgare e offensiva dell’insulto diretto, così come nell’avanspettacolo si ricorreva più volentieri alla grossolanità del colpo di gomito e del lubrico ammiccamento che al turpiloquio esplicito.

Spiace. Spiace che, alla fine, la ventata di novità grillina – per la proterva volontà del padrone nonché per la gracilità intellettuale del personale politico reclutato –si risolva nella smodatezza delle insolenze e nella prolungata iterazione del macchiettismo. Come quello recitato da quell’altro grillino che per consegnare alla storia la propria fanciullaggine ha pensato che fosse necessario dare del “boia” al capo dello Stato.

La maleducazione non è sufficiente a mascherare l’inadeguatezza. Spiace, spiace veramente. Ma sto riferendomi ad esibizioni pubbliche, istituzionali.

Il caso della De Girolamo riguardava invece intercettazioni che svelavano un limaccioso quadro di interessi, clientelismi e intrallazzi di cui l’ex ministra appariva protagonista e che dirigeva con l’uso di un linguaggio incontrollatamente sguaiato. La De Girolamo ha svolto in Parlamento un’autodifesa puntigliosa, acre, anche se ovviamente parziale e soggettiva. Ma nessuno degli argomenti da lei sviluppati spiegava perché la buona politica (cioè l’arte della buona legislazione e del buon governo) debba rinunciare alla dignità dell’eloquio e alla consapevolezza dello stile.

Se ci sia in quelle intercettazioni materia di rilevanza giudiziaria lo stabilirà la magistratura. Ma se il profilo politico e il profilo etico hanno una qualche reciproca parentela (e ce l’hanno!), mi dissocio energicamente da quanti – e sono, ahimè, la maggioranza – hanno liquidato come irrilevanti i toni, i modi e lo stile della De Girolamo.

Quasi subito, nella valutazione generale, si è imposto un atteggiamento praticamente assolutorio per quanto riguarda le modalità espressive della ministra. Atteggiamento assolutorio che così si compendiava: «Il turpiloquio è la cosa meno importante di questa vicenda».

Sono in disaccordo. E non perché non si debba essere interessati agli aspetti giudiziari, per i quali peraltroSono in disaccordo. E non perché non si debba essere interessati agli aspetti giudiziari, per i quali peraltro, dopo i fuochi di artificio dei primi giorni, è sopravvenuto l’inevitabile svaporare della curiosità. Quanto perché in ogni personalità, eloquio, modi espressivi, comportamenti sono inscindibili. In pubblico e in privato.

Lo sdoganamento dell’aiscrologia (uso di proposito questo termine relegato nelle remote soffitte del linguaggio colto) avvenuto in questo ventennio in buona parte per l’irruzione sul terreno politico di un personale che ha firmato la propria novità, la propria “freschezza” con linguaggio scurrile, assai più teatrale di quello paludato che gli preesisteva nel cosiddetto palazzo; quello sdoganamento, dicevo, non si è verificato se non in presenza di un contestuale scardinamento di norme di comportamento non solo sintattiche e grammaticali, ma anche etiche e dunque politiche.

Un tempo si definiva il linguaggio osceno un linguaggio da carrettiere. La locuzione va presa per quello che vale. Al carrettiere – probabilmente ingiustamente, ma questo è proprio di tutte le tipizzazioni caratteriali – si attribuivano proverbialmente modi rozzi, inurbani, volgari, anche in ragione del duro lavoro che svolgeva. La pesantezza del suo gergo non si abbinava ad un elegante stile di vita, a modi raffinati, a un uso controllato dei gesti. Sul carro come fra le pareti domestiche. Quel tipo di carrettiere era sboccato nel linguaggio così come era grossolano e rozzo nelle maniere e ignaro o irrispettoso di belle maniere e senso civico.

Chi – seppur nell’intimità domestica, come l’ex ministra De Girolamo, e dunque inconsapevole di essere registrato – usa ripetutamente (uno sfogo può capitare a tutti, ma quelle registrazioni ci rivelano una De Girolamo perennemente “sfogata”) il linguaggio “da carrettiere”, per giunta esuberante e caricato nei toni, offre la più genuina immagine di sé, non velata da obblighi formali. Rozzezza verbale e comportamentale, seppur con modalità diverse, si manifestano tanto nella quotidianità del privato come nelle relazioni sociali. Il “carrettiere” – quel tipo di carrettiere – aveva uno stile di vita “volgare” non solo quando frustava bestemmiando i cavalli. La sua inclinazione a brutalità di comportamenti e di grossolanità lo aveva portato a fare il carrettiere, e non viceversa.

Se mandiamo un carrettiere in parlamento non possiamo aspettarci da lui uno stravolgimento della propria natura. Chiediamoci piuttosto perché da un certo momento in avanti una classe politica reclutata con queste credenziali è apparsa a molti di noi preferibile e votabile. Probabilmente perché ci assomiglia e le modalità “disinvolte” ci rassicurano. O perché è apparso un antidoto alla stanchezza della politica.

Quelle registrazioni certificano – sul terreno sostanziale – la fisionomia reale di un soggetto politico e non quella edulcorata a beneficio dei babbei. Quella è l’autentica autenticità: ed è l’unico profilo che politicamente mi pare interessante. È una autenticità che rivela l’insofferenza – ormai metabolizzata – verso gli aspetti normativi, verso le regole e le forme di controllo, di se stesso prima ancora che delle leggi.

Il segno distintivo di questa lunga stagione politica è l’abbattimento continuo del senso della misura, il culto dell’eccesso, la rimozione progressiva dei limiti a beneficio degli effetti.

Il tracollo della razionalità si accompagna ad una visione predatoria della politica, quella per cui in nome dell’efficienza (ma almeno ci fosse!) è lecito tracimare, travolgere regole grammaticali, sintattiche, etiche e alla fine anche giuridiche.

Dov’è il confine? Anziché evocare di continuo e stucchevolmente i “paesi normali”, rispetto ai quali l’Italia si troverebbe in sistematico ritardo, si eviti la faciloneria di seguire con indulgente ottica “moderna” l’involuzione del linguaggio e della espressività in senso lato dei politici e di separare forma e sostanza in nome del pragmatismo e della novità. Forma e sostanza non sono soggetti separati, e questo dovrebbe saperlo anche chi non ha letto Benedetto Croce. Jekyll e Hyde non sono due signori distinti: sono la stessa persona.

Derubricare i toni sguaiati, le trivialità, le insolenze istituzionali a trascurabili irritualità, ad aspetto secondario e al massimo di colore, significa non aver capito la lezione di questo ventennio. Significa non aver colto il dato culturale che sottostà al gravissimo smottamento fisiologico della nostra comunità, al regresso a forme di incivismo e di anomia (ovvero la negazione delle regole) che sono il preludio, anzi la garanzia dello sfaldamento del tessuto sociale.

È un enorme problema di cultura. E la cultura non è erudizione. La cultura – scriveva Norberto Bobbio – è “equilibrio intellettuale, riflessione critica, senso di discernimento, aborrimento di ogni semplificazione, di ogni manicheismo, di ogni parzialità”. Esattamente quello che non troviamo nel linguaggio smodato, nello stile e nei comportamenti di tanti esponenti politici. E non della sola De Girolamo o dei fanciulli grillini.

Piero Pantucci

Elisa Paci, 24 anni, laureata in Comunicazione e Società (Scienze Politiche), blogger e fotografa, ha uno spirito internazionalista, che la porta a viaggare a Milano e nel mondo, in aiuto di chi non ce la fa, siano persone, interi popoli o piccole redazioni digitali. Per lei il reaggae è il massimo.

Recensioni
NESSUN COMMENTO

SCRIVI UN COMMENTO