Casa di Solidarietà, il significato dell’accoglienza

In via Saponaro c’è la “casa gialla”. «Per favore, il nome corretto è Casa di Solidarietà, un bel nome, il più eloquente. “Casa gialla” lo trovo dispregiativo». Avrà forse ragione Rossella Zenoni, direttrice del centro,

mensa_casagiallaIn via Saponaro c’è la “casa gialla”. «Per favore, il nome corretto è Casa di Solidarietà, un bel nome, il più eloquente. “Casa gialla” lo trovo dispregiativo». Avrà forse ragione Rossella Zenoni, direttrice del centro, ma gli abitanti del quartiere Gratosoglio si ostinano a chiamarla così. Sarà che di positivo in questo posto, loro ci vedono poco. Su Facebook è nata la pagina “La Scuola Gialla Deve Chiudere” perché la struttura, a detta di alcuni, causa degrado.

Ma cosa succede realmente dentro la Casa? Chi sono le persone che la popolano?

Giunti di fronte all’ingresso principale, un’insegna spiega che la Casa di Solidarietà, che agisce di concerto con l’Assessorato alle Politiche sociali del Comune di Milano, è gestita dalla Fondazione Fratelli di San Francesco: “casa d’accoglienza notturna, mensa pranzo e cena, segretariato sociale”.

Sono le quattro del pomeriggio quando la direttrice bussa con forza in una camera al pian terreno, non risponde nessuno, ma una volta spalancata la porta un uomo sobbalza: «Cosa ci fai ancora a letto?». È malato, ma non ha avvertito nessuno che sarebbe rimasto dentro, così viene sgridato, affettuosamente ma con decisone, affinché il fatto non si ripeta. Sì, perché i senza fissa dimora, qui, trovano un alloggio, ma trattenersi nella struttura durante le ore diurne non è permesso. Dopo la colazione, tutti fuori. Uniche eccezioni: i profughi, gli anziani allettati, gli ammalati o chi è in possesso di un permesso speciale.

Tanti ospiti italiani

Negli anni sono passati di qua tanti immigrati e tuttora la maggior parte degli ospiti è straniera (vedi box sotto). Oggi, però, a causa della congiuntura economica, sono gli italiani ad avere una più lunga permanenza all’interno della struttura. Uomini di mezza età che hanno perso il lavoro, passando da una situazione economica agiata a una di estremo disagio, a cui spesso conseguono un equilibrio emotivo instabile, problemi psichiatrici e depressione.

C’è un ex dirigente, licenziato dall’azienda a causa della crisi, ora clochard, che ha scritto una lettera a La Repubblica, citando Sartre. Nando dorme in via Saponaro da anni, è malato di cuore, ha subito un trapianto, ex autotrasportatore, anche lui ha perso tutto. C’è persino un ex professore della Bocconi. I padri separati e chi non riesce più a sostenere i costi di vita.

Per lo più sono ospiti fissi, uomini maggiorenni, la maggior parte dei quali segnalati alla Casa dal Centro Aiuto del Comune. Infatti, ogni anno dal 15 novembre prende il via il piano antifreddo e la struttura è pronta ad accoglierli per tutto il periodo invernale. Il 31 marzo, data in cui termina il piano, sono gli stessi ospiti a scegliere se rimanere o meno. Chi sceglie di restare – non dimentichiamolo, esiste anche la libertà di rinunciare agli aiuti – è inserito in un progetto di integrazione (o reintegrazione) personalizzato; viene invece trovata un’altra collocazione a chi in sei mesi non riesce ad intraprendere alcun percorso, così da trovare una soluzione diversa e più adeguata alla persona.

Mensa e tesserino

La mensa, dalle 11.30 alle 13 e dalle 18.30 alle 20, è invece aperta a chiunque ne abbia bisogno, indistintamente a uomini, donne e bambini, anche se, svela Zenoni, nei limiti del possibile, si cerca di tenerli separati: tra uomini provenienti da tante differenti culture, la presenza di donne potrebbe creare scompiglio. Un pasto completo è composto da primo, secondo, contorno e dolce. Solo con la prima portata è concesso replicare.

Per accedere al servizio mensa è necessario munirsi di una tessera, che si può ricevere presentandosi alla segreteria della Fondazione in via Bertoni e documentando la propria situazione economica. Che qualcuno si presentasse senza essersi registrato è accaduto più volte, tuttavia senza che il pasto gli fosse negato. In questi casi è importante fare chiarezza sulle procedure e invitare la persona a passare dagli uffici per il tesseramento. La tessera, che permette di usufruire anche del resto dei servizi, è rilasciata gratuitamente la prima volta; in seguito, se si è in grado di sostenerlo, è invece chiesto un piccolo contributo. Questo, a scopo educativo: l’obiettivo della Fondazione non è fare del mero assistenzialismo, ma guidare gli individui in difficoltà lungo un percorso che nel tempo permetta loro di essere autonomi. È questo ciò che contraddistingue la Casa di via Saponaro. Non solo un posto letto e del cibo, ma una serie di servizi di reinserimento sociale che variano a seconda del singolo: a disposizione delle persone ci sono bagni, docce, lavanderia; operano uno psicologo e due assistenti sociali; c’è lo sportello legale, previdenziale, di guida e orientamento al lavoro e ci sono i corsi (a pagamento solo per i lavoratori).

corridoio_casa_giallaLa struttura è disposta su tre livelli, ben tenuta, pulita. Nei corridoi l’aria è fredda, le finestre sono aperte per questioni di igiene, ma le stanze sono calde. Al pian terreno le camere sono state ristrutturate, niente più letti a castello, sei posti in ciascuna. La palestra dell’ex scuola è stata adibita a stanza ricreativa, con divani bordeaux e pareti verdi, in cui l’anno scorso per l’emergenza freddo hanno dormito 50 persone col sacco a pelo, perché i posti letto erano tutti occupati.

Il piano mansardato precedentemente non c’era, è stato ricavato grazie ai lavori edilizi e di ristrutturazione intrapresi dal 2006, anno in cui la il Comune ha concesso l’edificio alla Fondazione con contratto trentennale. Eccezionalmente, per via dell’emergenza profughi, la scorsa estate una parte della mansarda è stata allestita per le famiglie siriane. Le camere qui hanno i bagni e le docce all’interno e ben si prestavano per situazioni familiari.

Nel giardino si vedono ancora i giochi accatastati, recuperati proprio in occasione dell’emergenza.

«Le eccezioni, comunque, sono state applicate in casi straordinari e sempre in accordo con le Istituzioni», tiene a precisare Silvia Furiosi, responsabile della Segreteria generale e Comunicazione della Fondazione.

La Casa e il quartiere

La Casa si impegna a “impattare” il meno possibile sul quartiere. L’edificio è circondato dalle siepi, c’è uno spazio all’aperto che permette agli ospiti della mensa di fare la fila all’interno della struttura, così da non creare disagio in strada.

Non si può tuttavia nascondere che in via Saponaro si ha a che fare con situazioni estremamente fragili, con gli ultimi della società, gente che non ha nulla da perdere, sulle quali è bene esercitare un controllo. «Chi non rispetta le regole, però, viene allontanato. Quello che succede al di fuori delle mura non può essere demandato alla Casa. È già difficile contenere le situazioni di disagio qui dentro. Fuori sono le Istituzioni a doversene occupare», ha continuato Furiosi.

I City Angels e le sentinelle antidegrado predisposte dall’Amministrazione sono già all’opera dal mese scorso. I presidi della Polizia si sono intensificati; durante la mensa una pattuglia della Forze dell’Ordine sosta di fronte alla struttura per controllare che tutto proceda regolarmente; nel resto della giornata le auto della Polizia locale perlustrano la zona circostante.

«Il Gratosoglio è sempre stato un quartiere in difficoltà – ha sottolineato più volte la responsabile, riferendosi agli articoli che allarmano al degrado –. La crisi inasprisce gli animi, sarebbe dunque opportuno evitare di alimentare ulteriori tensioni, ma cercare di valorizzare quel che di buono si fa per il bene comune. Avete mai pensato a cosa succerebbe, per esempio, se non ci fossero le mense o le case di accoglienza come la nostra?».

Federica De Melis

Un po’ di chiarezza sui dati

In seguito alle recenti polemiche sulla Casa di Solidarietà di via Saponaro, sono emersi dati confusi circa il numero delle persone che quotidianamente vi sono accolte. Confusione dettata dalla non distinzione tra individui a cui è offerto un pasto, ospiti notturni e chi entra nella struttura per usufruire dei tanti servizi che la Casa mette a disposizione.

Ogni giorno un operatore della Fondazione ha il compito di contare le persone che varcano la soglia dell’edificio. I pasti erogati all’interno della Casa sono circa 400 per il pranzo e 400/500 per la cena; tra questi sono compresi i pasti per coloro che occupano un posto letto.

Al proposito, l’accoglienza notturna conta attualmente 264 ospiti, di cui 210 sono senzatetto aderenti al piano antifreddo; gli italiani sono 64, 20 gli albanesi, 54 i profughi siriani e afgani; i restanti provengono da diversi paesi del mondo. «L’espressione “casa degli albanesi”, utilizzata dalla giornalista di un importante quotidiano nazionale, è quindi errata e fuorviante», ha affermato la direttrice, snocciolando i dati.

Nelle cucine della ex scuola sono inoltre preparati i pasti destinati ad altre strutture gestite dalla Fondazione, come le tre comunità di assistenza ai minori. Come richiesto a dicembre, durante l’incontro in CdZ5, il numero dei pasti erogati è ora sceso da 900 a 700.

La struttura accetta vestiti, coperte e quant’altro possa rendere l’inverno di queste persone meno gelido e triste.

Laureata in Comunicazione politica e sociale, blogger e fotografa d’assalto, aggredisce la cronaca spregiudicatamente e l’html senza alcuna reverenza (e il sito talvolta ne risente), ma con la redazione è uno zuccherino. La sua passione è il popolo.

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