“C’era una volta il muro”: continuano gli incontri fino al 15 novembre nella  sala Ex Fornace

“Chi costruisce muri lo fa per impedire di entrare, il muro demolito 30 anni fa serviva a impedire di uscire”Il muro di Berlino impediva a metà della popolazione della città di lasciare quella parte di

, “C’era una volta il muro”: continuano gli incontri fino al 15 novembre nella  sala Ex Fornace

“Chi costruisce muri lo fa per impedire di entrare, il muro demolito 30 anni fa serviva a impedire di uscire”

Il muro di Berlino impediva a metà della popolazione della città di lasciare quella parte di Germania che aveva aderito nel 1949 al patto di Varsavia, con la conseguente divisione della Germania BRD (Bundesrepublik Deutschland) e DDR (Deutsche Demokratische Republik,) posti sotto l’influenza dei due blocchi contrapposti  (alleanza atlantica e blocco sovietico).

Si sta parlando molto in questi giorni della caduta del muro di Berlino di cui quest’anno ricorre il trentennale (il 9 novembre 1989 il muro cadeva quasi all’ improvviso in seguito a una sconsiderata affermazione di un funzionario della Sed) e che emozionò profondamente  la coscienza di molta parte della popolazione europea e non solo, proprio perchè quell’evento appariva portatore di  grandi  speranze di democrazia e di solidarietà.

Oggi le riflessioni su quello che ci si aspettava dopo un evento tanto stupefacente quanto inatteso non sono più così fiduciose, il futuro è entrato pesantemente nel presente con tutte le sue contraddizioni, le sue paure e i suoi muri che continuano a erigersi. Tra le tante celebrazioni in memoria di ciò che aveva significato quel giorno, merita credito l’iniziativa “C’era una volta il muro”, una serie di incontri  organizzata dal circolo Arci (8-15 novembre, sala Ex Fornace, Alzaia Naviglio Pavese 16) con la collaborazione del consolato tedesco, della Casa Museo Tadini, e col patrocinio del Municipio 6 e del Goethe Institut Mailand.

Dell’incontro del 10 novembre “Mi ricordo il muro di Berlino”, mi piace citare tre testimonianze in particolare. Quella di Antonio Pizzinato, allora sindacalista della Fiom, che durante gli anni della sua esperienza sindacale era stato più volte nella DDR. “Mi aveva colpito il rapporto degli studenti con la realtà delle fabbriche, il rapporto delle organizzazioni sindacali con la federazione sindacale europea per la difesa delle conquiste democratiche, avendo come obiettivo un processo sociale più avanzato per la ricostruzione di una casa comune. In questo senso i rapporti con le forze di sinistra europee avevano dato  un grande contributo allo sviluppo di un processo europeo di unità solidale. Dobbiamo portare avanti l’esperienza  di questi 50 anni di sindacato, di collaborazione legata alla tipologia del lavoro, oggi che le forme del lavoro sono mutate e di difficile definizione: purtroppo oggi il rancore prevale sul principio di solidarietà”.

Particolare il ricordo di Paolo Hutter, giornalista in quegli anni di radio Popolare: “Si costruiscono muri per impedire invasioni, la cortina di ferro era fatta per impedire l’evasione. Berlino ovest era interamente circondata dal muro da cui emanava un senso di claustrofobia, ma anche un discreto fascino; ci incuriosiva, il muro era basso e tra i due muri prosperavano i conigli. Ho intuito che stava succedendo qualcosa di straordinario quando mi accorsi che ogni lunedì a Berlino est si organizzavano manifestazioni sempre più ampie, con una crescita tumultuosa e pacifica che scuoteva le fondamenta del regime dell’est: volevano l’abolizione del regime e auspicavano una forte democrazia di base che andasse ben oltre gli schemi dell’ovest e dell’est. Per me resta tuttora incomprensibile come nel giro di pochi mesi la parte peggiore dell’ovest abbia travolto le speranze, le aspettative di tutti”.

Per Sergio Meazzi, assessore alla cultura, ambiente e territorio del Municipio 6, il crollo del muro ha rappresentato il fallimento di un sistema: “Non c’era tristezza come ci veniva raccontato, era un’altra modalità di vivere: la felicità di una Berlino riunita cominciò ben presto ad attenuarsi, sorsero tante problematiche, la più importante quella del lavoro.  Un recente sondaggio del Sole 24ore parla di giovani dell’est che non si sentono ancora appartenenti all’ovest, di divisioni molto forti, di un distacco tuttora drammatico: la vera unificazione non c’è stata. È anche una questione culturale: quando andavo a Berlino est mi affascinava l’accoglienza, l’aiuto fra le persone, la solidarietà, oggi questo viene a mancare. I muri non sono solo materiali, quelli invisibili devono ancora essere sbriciolati“.

Sono pubblicista e videomaker, ancora prima che il mio appassionante mestiere fosse definito cosi. Dal 1974, anno del primo viaggio in Africa, in Somalia, realizzo documentari su tematiche sociali, antropologiche e storiche. Ho collaborato con diverse redazioni per programmi d’informazione e cultura, attualmente video-documento tutte o quasi tutte le iniziative che accadono nel sud della città (ma anche altrove).

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