Cercasi sindaco strepitoso

Nell’annunciarne la candidatura, Silvio Berlusconi, con la consueta levità linguistica, lo aveva definito semplicemente strepitoso. Parliamo di Alessandro Sallusti, il direttore de Il Giornale, l’uomo che, accantonato il recalcitrante Del Debbio (un sindaco – ha

El Nost FeratuNell’annunciarne la candidatura, Silvio Berlusconi, con la consueta levità linguistica, lo aveva definito semplicemente strepitoso. Parliamo di Alessandro Sallusti, il direttore de Il Giornale, l’uomo che, accantonato il recalcitrante Del Debbio (un sindaco – ha spiegato l’interessato – guadagna troppo poco), sembrava dovesse rappresentare a Milano la destra alle elezioni amministrative del prossimo anno.

Si sa, nella vita di Berlusconi, nel suo operare, nel suo calibrare giudizi, è quasi tutto epocale o storico o rivoluzionario. Quindi, strepitoso appare quasi uno sforzo di contenutezza lessicale. Ma è pur sempre un’aggettivazione massimizzante. Sallusti strepitoso. Poi, nei giorni successivi, verificando l’esito dei sondaggi prontamente attivati, Berlusconi ha fatto sostanzialmente (anche se non definitivamente) marcia indietro: a parte lo scontato entusiasmo della Lega e dei pasdaran della vecchia guardia di Forza Italia, Sallusti non riscuoterebbe grandi consensi: probabilmente non riuscirebbe neppure ad arrivare al ballottaggio.

Ma vale la pena di riflettere su come certe candidature nascono.

Quella di Sallusti è veramente strepitosa. Scorrendo il suo ruolino di marcia, di strepitoso troviamo soprattutto una data: quella del 26 settembre 2012, quando una sentenza della Corte di Cassazione lo condannò, in via definitiva, a 14 mesi di carcere per diffamazione. Sallusti sarebbe il candidato di un fronte politico che da sempre fa del garantismo una sua bandiera.

Ma che cos’è il garantismo? È considerare innocente un imputato fino a condanna definitiva? O è anche la convinzione che un imputato cessa di essere innocente se viene condannato in via definitiva? Se così non fosse il garantismo sarebbe solo una formula assolutoria in aeternum, negando il primato della giustizia e il rispetto delle leggi. Questa è la certezza del diritto.

Lo strepitoso Sallusti è strepitosamente colpevole dopo la sentenza definitiva. È un diffamatore “recidivo” con “spiccata capacità a delinquere”, come recita il dispositivo della Cassazione. La quale Cassazione, che non ama il lessico tonitruante, ha usato l’aggettivo “spiccata” laddove forse sarebbe stato più comprensibile scrivere “strepitosa”.

Il presidente Napolitano ebbe la debolezza (umana? politica?) di un intervento che commutò la pena detentiva in una contravvenzioncella di 15.532 euro (la commutazione, è bene ricordarlo, non cancella il reato). E questo dopo che il capo della Procura milanese aveva, il giorno in cui la sentenza sarebbe diventata esecutiva, evitato allo “strepitoso” l’ingresso in carcere (evento al quale Sallusti si stava preparando con tutti i crismi del martirologio e le sparate tipiche del guappo di cartone), concedendogli i “domiciliari” (una condizione restrittiva non insopportabile, visto che Sallusti non abita in una casa dell’Aler).

Vittorio Alfieri, che non amava i giornalisti, verseggiava sarcasticamente: “Chi dà fama? I giornalisti. – Chi diffama? I giornalisti. – Chi s’infama? I giornalisti. – Ma chi sfama i giornalisti?”.

Fame e fama non hanno lo stesso etimo, ma possono confondersi e intrecciarsi nell’esercizio di un mestiere che sa saziare strepitosamente gli appetiti di chi con la parola sa costruire e distruggere l’altrui fortuna e reputazione. La diffamazione è una cosa seria, molto seria. È uno dei reati più odiosi nei confronti della persona e una delle colpe più gravi per un giornalista. È un reato che non solo non dovrebbe essere depenalizzato, ma al contrario dovrebbe essere strapenalizzato: per chiunque se ne renda responsabile. Accertatamente.

Purtroppo la categoria dei giornalisti – almeno nei suoi organi istituzionali – mostra su questo terreno scarsa sensibilità. Probabilmente tormentati dal timore che una legge che sanziona la diffamazione possa, in particolari congiunture politiche, essere usata strumentalmente anche per colpire i cosiddetti reati di opinioni, i giornalisti alzano le barricate. Ma confondere un’opinione (quandanche discutibile o malevola) con la diffamazione è imperdonabile.

L’opinione è libera manifestazione di pensiero e sarebbe illiberale censurarla. La diffamazione, invece, è lesione della dignità altrui, operata con dolo. Con la consapevolezza di scrivere il falso. E con l’aggravante, come in questo caso, della mancata rettifica. Per capirci: se io scrivo che Sallusti è un diffamatore, per giunta con “spiccata capacità a delinquere”, posso essere sgradevole, ma il mio giudizio è fondato su un dato incontrovertibile: una sentenza. Ma se invece Sallusti fosse stato assolto e io scrivessi ugualmente che è un diffamatore, il diffamatore diventerei inequivocabilmente io.

Faccio un esempio ancora più chiaro: due giornalisti italiani – Fittipaldi e Nuzzi – sono attualmente imputati dalla magistratura vaticana per la diffusione di documenti riservati della Santa Sede: attenzione, il Vaticano non contesta l’autenticità di quei documenti, ma la violazione della riservatezza. Se violazione c’è stata, è problema che riguarda chi ha fornito i documenti, non i giornalisti, che, adempiendo al dovere dell’informazione, li hanno resi noti.

Comunque è abissale la differenza fra divulgare notizie riservate ma vere, e inventare accuse false per colpire un avversario. Nel primo caso si fa del giornalismo-inchiesta; nel secondo caso, che dire?, si fa del giornalismo, usando il giornale come manganello e gli articoli come olio di ricino.

Sarebbe singolare che lo schieramento garantista che chiede le dimissioni di De Luca (condannato in primo grado) candidasse un pregiudicato alla guida di Milano.

Dopo la condanna, e dopo la concessione dei domiciliari e la commutazione di pena da parte di Napolitano, lo strepitoso aveva definito “un’infamia” la sentenza, “deliquenziali” le motivazioni, “cialtroni, ipocriti e codardi” i politici (quali? tutti?), “buffoni” i dirigenti dell’Ordine dei giornalisti che, anziché radiarlo (provvedimento doveroso in questi casi), lo avevano sospeso per soli tre mesi. Infine, Napolitano, ovvero il presidente grazie al quale non aveva scontato la pena neppure fra le mura domestiche, a un anno di distanza, viene definito “golpista” (il copyright è del principale di Sallusti) nonché “un vecchio inacidito e in malafede indegno di occupare la più alta carica dello Stato”.

Il caso Marino ci insegna che non basta essere probi per governare una città. Ma al di là delle capacità amministrative, ci si chiede se un uomo così privo di misura ed equilibrio come lo strepitoso, così fuori controllo e insolente verso le istituzioni, potrebbe succedere a Pisapia. Sarebbe incredibile che la destra non riuscisse a trovare qualcosa di più rispondente alle necessità di governo di una grande città (come fu nel caso di Albertini e in qualche misura anche di Formentini), anche a costo di rinunciare allo strepito.

Piero Pantucci

Vignetta di Portos

(Dicembre 2015)

Diffamazione: Sallusti ci scrive… Ferri e Pantucci rispondono

Laureata in Comunicazione politica e sociale, blogger e fotografa d’assalto, aggredisce la cronaca spregiudicatamente e l’html senza alcuna reverenza (e il sito talvolta ne risente), ma con la redazione è uno zuccherino. La sua passione è il popolo.

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