Certificazione delle competenze: una nuova “patente per i lavoratori”

  di Laura Specchio Consulente del lavoro e aziendaleÈ da diverso tempo che si parla di “certificazione delle competenze” come strumento utile a rispondere ai sempre più veloci cambiamenti del mercato del lavoro e per aiutare lavoratori

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di Laura Specchio
Consulente del lavoro e aziendale

È da diverso tempo che si parla di “certificazione delle competenze” come strumento utile a rispondere ai sempre più veloci cambiamenti del mercato del lavoro e per aiutare lavoratori e imprese ad orientarsi rapidamente in un ambiente divenuto mutevole e non più stabile come un tempo.

Su questa questione, si è acceso un vivace dibattito tra gli addetti ai lavori circa utilità, limiti e vantaggi di tale certificazione, sulle esigenze ad essa sottese e sulle sue concrete modalità operative. Senza entrare nel dettaglio della discussione, in questa sede si ritiene utile fornire alcuni spunti di riflessione e qualche informazione di base per comprendere anzitutto di cosa si tratta ed iniziare a orientarci su quella che potrebbe diventare una vera e propria “patente per i lavoratori”.

Prendendo spunto dal recente Decreto Legislativo 26 gennaio 2016 n. 15, riguardante il riconoscimento delle qualifiche professionali, argomento in stretta connessione a quello oggi trattato, è stato già introdotto nel nostro ordinamento giuridico un “sistema” grazie al quale qualsiasi soggetto può ottenere il riconoscimento ufficiale delle competenze acquisite nel corso della propria vita. Ciò vale, sia per i risultati e le conoscenze acquisite nei contesti cosidetti “formali” (ad es. scuole, università o altre istituzioni che consentano di conseguire un titolo di studio o altra certificazione equipollente), sia nei contesti “non formali” (ovvero per percorsi formativi compiuti al di fuori delle istituzioni preposte, come ad es. in organismi privatistici aventi scopi educativi, di aggiornamento ecc.) sia, infine, nei contesti “informali” (ovvero laddove l’apprendimento avviene nella vita quotidiana attraverso l’interazione con altri soggetti ed in ogni altra circostanza idonea).

Lo scopo di tale sistema è quello di garantire un raccordo tra la formazione dell’individuo ed il mercato del lavoro, utile ad orientare lavoratori e imprese soprattutto nella fase di ricerca del posto di lavoro. Attraverso il rilascio di un certificato in grado di documentare tutto quanto appreso nel corso della propria vita scolastica e lavorativa, si mira ad ottenere una sorta di “identikit” della persona, trasparente, tracciabile e spendibile sia nell’ambito del pubblico impiego, sia nell’ambito del lavoro privato. L’individuazione di un sistema che riconosca “standard” comuni di validazione delle competenze in ambito UE potrebbe, inoltre, agevolare la cosiddetta “mobilità geografica”, dando ulteriore impulso al principio di libera circolazione dei lavoratori comunitari e cercando, nel medio periodo, di allineare le competenze indipendentemente dal paese d’origine, agevolando il riconoscimento delle qualità nel processo di incontro tra domanda e offerta di lavoro.

In questo ambito, assume poi particolare rilievo il tema della “formazione permanente”, ovvero di quella forma di sostegno ai lavoratori nella fase di orientamento o di ri-orientamento al lavoro, di aggiornamento ovvero nella fase di riqualificazione particolarmente importante nei momenti di transizione occupazionale. L’Unione Europea ha già da tempo emanato raccomandazioni e direttive sull’argomento nell’ottica, auspicabile, di eliminare progressivamente le differenze tra i Paesi membri e uniformare i criteri e i metodi di valutazione delle competenze acquisite nella direzione di una sempre maggior armonizzazione delle regole. In Italia, oltre al D. Lgs. sopra citato, è previsto anche il perfezionamento del Repertorio Nazionale dei Titoli di Istruzione e Formazione e delle Qualificazioni Professionali (cfr. art. 4, Legge 28 giugno 2012 n. 92 e D. Lgs. 16 gennaio 2013 n. 13) strumento che per affermarsi dovrà accompagnarsi a una effettiva e concreta politica di armonizzazione dei ”saperi”, affinché le competenze di ciascuna persona possano essere riconosciute e quindi spese senza più indulgere.

Preso atto di tali cambiamenti e valutato ad un primo impatto il potenziale positivo di queste novità, sorge, tuttavia, spontanea una domanda: può una certificazione di professionalità misurare effettivamente la competenza di un lavoratore e di conseguenza essere leva e oggetto di un contratto individuale di lavoro? Certamente c’è ancora tanta strada da fare e sarebbe utile una più efficace e incisiva azione di coordinamento con gli altri Paese europei più avanzati su queste questioni, non solo per implementare un “sistema” comune per agevolare mobilità, ma anche per favorire la diffusione di saperi, adattabili ai continui mutamenti socio-economici.

Per contatti con la dott.ssa Specchio mail: redazione@milanosud.it

(Aprile 2016)

Laureata in Scienze dei Beni Culturali, blogger appassionata di cinema e teatro, talentuosa grafica e webmaster, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide, forte della sua estrazione umanista veste con grazia e competenza le testate digitali e su carta di Milanosud.

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