Che succede a Hong Kong?

 La scintilla che ha dato il via alle proteste degli studenti di Hong Kong l’estate scorsa è stata la decisione del governo cinese di non concedere elezioni effettivamente libere per il 2017, quando ai cittadini

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La scintilla che ha dato il via alle proteste degli studenti di Hong Kong l’estate scorsa è stata la decisione del governo cinese di non concedere elezioni effettivamente libere per il 2017, quando ai cittadini sarà permesso per la prima volta di votare il governo locale. In sostanza Pechino intende decidere quali saranno i 3 candidati a governatore, attraverso un’apposita commissione, impedendo di fatto che vengano elette personalità sgradite. Per gli attivisti del movimento “Occupy Central” e per gli studenti che hanno organizzato le manifestazioni, questo viola gli accordi prestabiliti e il principio “un paese, due sistemi” che regola da sempre i rapporti tra Hong Kong e la Cina.

«Se non lo facciamo noi, chi lo fa, se non adesso, quando? È la democrazia: da Hong Kong si alza un vento che presto soffierà su tutta la Cina. Al dopo penseremo dopo». Queste sono state le parole di JoshuaWong, 17 anni, uno dei leader della rivolta, arrestato e poi rilasciato a furor di popolo, che evidenziano un muro contro muro, che preoccupa e incuriosisce il mondo.

Per saperne di più abbiamo intervistato Matteo Migliavacca, studente e stagista milanese a Hong Kong. Dice di amare l’Asia, è un ragazzo cosmopolita e ha partecipato e visto con i propri occhi le manifestazioni che stanno animando in questi mesi una delle più grandi città cinesi, nonché uno dei più grandi centri economici e finanziari del mondo.

Ci mette subito in guardia: «Hong Kong e la Cina sono realtà completamente diverse, fermo restando che anche la Cina in sé è diversa, disomogenea, nonostante il tentativo del governo centrale di creare un’unica identità. A Hong Kong sembra di essere a Londra. La gente non ha social network e siti internet oscurati, è informata, sveglia, le notizie arrivano e vengono inviate. Senza generalizzare, il livello culturale è mediamente molto più alto».

Ci racconti della tua partecipazione diretta alle manifestazioni?

«Ho partecipato a due manifestazioni sull’Isola di Hong Kong, ad Admiralty, dove la rivolta è nata, il vero centro finanziario e politico della città. In realtà le manifestazioni hanno caratterizzato anche l’area peninsulare, non solo dove vivo e lavoro io. Più che manifestazioni come le intendiamo noi in Italia si tratta di sit-in, la gente sta lì dalla mattina alla sera con le tende, discutendo e bloccando le vie principali, anche con barricate. È una manifestazione estremamente pacifica, anche per questo l’hanno chiamata “Umbrella Revolution”, il simbolo dei manifestanti, usato per proteggersi dallo spray urticante della polizia».

Quante persone sono state coinvolte nelle manifestazioni?

«È difficile quantificare, anche perché come ho detto ci sono state più zone coinvolte. Oltre che ad Admiralty, le manifestazioni si sono svolte anche a Mongkok, Wanchai, Kowloon e Causewaybay. Comunque tante. La cosa interessante è che se inizialmente erano prevalentemente ragazzi e studenti, poi in realtà le manifestazioni hanno coinvolto molti strati sociali tra loro piuttosto diversi. Per farti un esempio, sono venuti alcuni miei colleghi che fanno finanza, gente che di solito non si occupa di questo genere di cose».

Come manifestavano?

«C’erano collettivi, assemblee, tutto molto pacifico. C’erano anche punti di raccolta dove potevi lasciare cibo e generi di conforto per i manifestanti, e chi ne aveva bisogno ne usufruiva. E poi c’erano ragazzi che regalavano pizza ai passanti; davano le mascherine per proteggersi dai gas lacrimogeni; sparavano acqua per rinfrescarsi dal gran caldo».

Qual è stata la reazione della città al blocco del traffico?

«Inizialmente la manifestazione è stata in generale supportata da tutti. Dopo due settimane qualcuno ha iniziato a essere un po’ impaziente. Ci sono stati scontri, a causa, si dice, di persone infiltrate dalla mafia cinese nella manifestazione per creare un’occasione per far intervenire il governo hongkonghese, che infatti è intervenuto arrestando alcune persone e sgomberando».

Come pensi andrà avanti?

«Adesso i manifestanti si stanno un po’ disperdendo. La maggior partecipazione è stata il primo ottobre, l’anniversario della Repubblica popolare cinese, che probabilmente era il momento giusto per aspettarsi e chiedere un reale cambiamento. Il governo cinese penso sia il più difficile da combattere democraticamente. L’unico modo per ottenere qualcosa è che tutta la città di Hong Kong si fermi, anche se credo sia impossibile».

Questi disordini possono cambiare in qualche modo la Cina?

«Non credo. La Cina ha bloccato anche Instagram per evitare rivolte, nel resto del continente. Ho letto che ad Urumqi, la capitale dello Xinjiang, la regione più a Ovest della Cina, appena arrivata notizia delle manifestazioni a Hong Kong ci sono stati disordini, con una repressione piuttosto cruenta. Il governo cinese ha un grandissimo controllo sia economico sia politico di tutto il paese. Sicuramente però se un cambiamento deve avvenire, può partire solo da un posto come Hong Kong».

Quanto pensi sia importante Hong Kong per la Cina a livello finanziario e quanto questo ha influenzato la reazione del governo cinese?

«Hong Kong è l’unico centro in cui gli investimenti esteri e quelli cinesi si uniscono. È un punto di sbocco finanziario per gli investitori cinesi. Di sicuro questo ha influenzato l’iniziale reazione attendista del governo. Anche perché le notizie a Hong Kong escono, non come avviene spesso in Cina, quindi di certo non erano convenienti repressioni estreme».

Riccardo Spinelli
foto di Matteo Migliavacca

HK, da ex colonia britannica

a regione della Cina

Hong Kong è passata dal Regno Unito alla Cina nel 1997, sulla base di un accordo siglato nel 1984, che prevedeva da parte di Pechino il riconoscimento per i successivi 50 anni di un “alto grado di autonomia”, fatta eccezione per la politica estera e di difesa. Hong Kong è attualmente governata da un amministratore eletto da un comitato di 1200 esponenti di diversi settori della città, la maggior parte dei quali nominati da Pechino. La decisione del governo cinese di permettere elezioni a suffragio universale risale al 2004. Nel giugno di quest’anno però l’assemblea nazionale ha deciso che l’elezione avverrà tra tre candidati scelti dal governo centrale, scatenando la protesta. La città è un centro finanziario di notevole importanza. Se nel 1997 Hong Kong produceva il 16% del Pil cinese, ora la percentuale è scesa sotto il 4%. Questo dato però non deve ingannare. La Cina in questi anni ha beneficiato ampiamente dello status particolare di Hong Kong, una città completamente integrata nel mercato globale ma controllata totalmente dal Partito Comunista Cinese. Una contraddizione che permette all’economia cinese di integrarsi in modo notevolmente vantaggioso nel mercato capitalista e globalizzato dell’occidente. Dal 2012 le aziende cinesi hanno raccolto più di 43 miliardi di dollari in offerte pubbliche d’acquisto sul mercato di Hong Kong, contro i 25 miliardi raccolti nel continente. Nella città sono confluiti nel 2013 i due terzi degli investimenti diretti stranieri in Cina. Hong Kong è di fatto la piazza dalla quale la Cina si affaccia al mondo: una gestione politica inadeguata comporterebbe un’instabilità economica e finanziaria svantaggiosa per tutti, anche per le altre grandi potenze economiche mondiali.

Chi è Matteo

Milanese, nato nel 1990, Matteo Migliavacca dopo l’anno di Intercultura a Shijiazhuang in Cina, si è diplomato al liceo scientifico Cremona di Milano. Laureatosi nell’estate dello scorso anno in International Business a Ningbo, nella sede cinese dell’Università di Nottingham, ha concluso il primo anno di Master a Pechino, organizzato dalla scuola di management di Grenoble, sta attualmente lavorando alla Bnp Paribas di Hong Kong e scrivendo la tesi.

 

 

Elisa Paci, 24 anni, laureata in Comunicazione e Società (Scienze Politiche), blogger e fotografa, ha uno spirito internazionalista, che la porta a viaggare a Milano e nel mondo, in aiuto di chi non ce la fa, siano persone, interi popoli o piccole redazioni digitali. Per lei il reaggae è il massimo.

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