Ci risiamo con i pensionati

Sembra che la prima e più sicura ricetta per dare fiato alle casse statali sia l’assalto alle pensioni. Così da anni. Con costante pervicacia e con motivazioni talora pallidamente plausibili (l’emergenza), ma adesso con efferata

inpsSembra che la prima e più sicura ricetta per dare fiato alle casse statali sia l’assalto alle pensioni. Così da anni. Con costante pervicacia e con motivazioni talora pallidamente plausibili (l’emergenza), ma adesso con efferata demagogia. Vediamo più in generale il problema in tre tempi.

PRIMO TEMPO
L’emergenza e il decreto Salva Italia

Nel dicembre del 2011, per evitare che l’Italia ereditata da Berlusconi facesse bancarotta, Monti e Fornero decretarono il blocco delle pensioni per due anni. Si chiamava decreto “Salva Italia”. Nulla di più patriottico. E con applausi patriottici si impose una gabella a quasi tutte le pensioni. Di gabella, infatti si trattava: che lo stato ti prelevi più soldi dal tuo imponibile o ne blocchi la dinamica evolutiva, sempre di prelievo si tratta. Tant’è che con quei soldi (e con quelli dei soliti mazziatissimi statali) si salvò la patria dal default. Qualcuno obiettò: ma perché la patria la devono salvare solo i pensionati? Chiamiamo tutte le fasce di età a concorrere al salvataggio. Eh no, si rispose. Per due ragioni: 1) per far questo dovremmo imporre una tassa e al solo parlare di tasse l’Italia è percorsa da un fremito (patriottico). Insomma: la tassazione diretta è un crimine; la tassazione che nega il variare del costo della vita è patriottica. 2) Bisogna far cassa subito: i soldi dei pensionati sono lì, li prendiamo in pochi secondi; per chiedere contributi alle altre categorie ci vuole tempo e di tempo non ce n’è. Si può anche convenire, sempre che questa decisione comporti una politica in due tempi: subito i pensionati, dopo gli altri. Ma il secondo tempo non c’è mai stato.

SECONDO TEMPO
La sentenza della Consulta e l’illegittimità del blocco delle pensioni

A oltre tre anni dal decreto Salva Italia la Corte Costituzionale (che ha tempi di studio e di elaborazione drammaticamente lunghi, forse è inevitabile) ha stabilito l’illegittimità del blocco delle indicizzazioni. Ravvisando in quel provvedimento gravi elementi di iniquità sociale. Dice la Corte che «il mancato adeguamento delle retribuzioni equivale a una loro decurtazione in termini reali con effetti permanenti, ancorché il blocco sia formalmente temporaneo, non essendo previsto alcun meccanismo di recupero […].

 Tale blocco incide sui pensionati, fascia per antonomasia debole per età ed impossibilità di adeguamento del reddito, come evidenziato dalla Corte costituzionale, secondo la quale i redditi derivanti dai trattamenti pensionistici non hanno, per questa loro origine, una natura diversa e minoris generis rispetto agli altri redditi presi a riferimento». Che significa due cose: 1) il blocco delle indicizzazioni (meccanismo, sia chiaro, che solo parzialmente consente al pensionato di far fronte alla lievitazione del costo della vita) equivale a una vera e propria imposta; 2) che non si capisce perché a pagare l’imposta per salvare l’Italia debba essere solo la fascia “debole per antonomasia” e non anche i percettori di reddito analogo che appartengono alla popolazione in età lavorativa. Come dire: perché il pensionato da 30.000 euro lordi annui sì (è solo un esempio) e l’idraulico e l’avvocato da 30.000 (e oltre) euro lordi annui no? Misteri dell’ipocrisia sociale.

Conseguenza immediata di questa sentenza dovrebbe essere che lo Stato restituisca a tutti i pensionati ciò che hanno perso in questi anni. Il governo potrebbe fare a meno di dire stupidaggini (“rispettiamo la sentenza, erogando un ‘bonus’ alle pensioni basse”), ma è chiaro che l’applicazione immediata e integrale della sentenza comporterebbe uno scassamento di bilancio intollerabile.

Condivisibile o meno che sia la sentenza della Corte Costituzionale, è singolare che i più infervorati sostenitori della tesi che lo stato deve restituire tutto a tutti e subito siano quelli che quella legge l’hanno votata nel 2011, a partire dalla signorina Giorgia Meloni, che guida una succursale della Lega, affettuosamente chiamata “Brothers of Padania” (dal momento che il suo principale, Matteo Salvini, sostiene che “Padania is not Italy”). Pura demagogia che in sociologia si chiama etica della irresponsabilità. Dovrebbero dire un’altra cosa: i soldi ai pensionati vanno restituiti con un prelievo impositivo su tutte le altre categorie di reddito, cioè con quella tassa che per fronteggiare l’emergenza doveva essere predisposta erga omnes in quel tragico dicembre 2011 anziché infierire sui soli pensionati. Dovrebbero dire questo, ma non lo dicono, perché si occupano di raccattare facili consensi, non di guardare al bene comune.

TERZO TEMPO
Le pensioni domani e il cosiddetto patto tra generazioni 

Ci sono alcune buonissime ragioni per cui le emergenze – che ci sono state, ma che ci saranno ancora – vanno affrontate con principio di equità e che, semmai c’è una categoria che sollecita una modulazione più favorevole è quella “debole per antonomasia”, quella dei pensionati. Ci sono e vanno tenute presenti per il loro alto significato sociale:

1 – Le pensioni sono soggette per legge a un costante calo, perché i meccanismi di indicizzazione consentono solo un parziale recupero del potere d’acquisto eroso dall’inflazione. In tempi di bassa inflazione ci se ne accorge poco. In tempi di normale inflazione (che stanno tornando), l’erosione diventa significativa.

2) – In questi anni abbiamo subito un progressivo smantellamento dello stato sociale. Inoltre la grave crisi economica ha creato in modo dilagante disoccupazione (o inoccupazione), e una contrattualistica fortemente penalizzante soprattutto per i giovani. A supplire l’assenza o l’insufficienza dello stato sono stati in entrambi i casi i pensionati. Non c’è quasi famiglia in cui le pensioni non siano state a lungo il principale elemento di tenuta economica. Lo sappiamo, abbiamo tutti o quasi esperienze di questo tipo. Colpendo i pensionati, dunque, non si è fatto altro che indebolire questa forma di supplenza che ha impedito lo sbracamento del tessuto sociale.

3) I pensionati sono, per antonomasia e per logica esistenziale, i soggetti maggiormente esposti alle necessità di ordine assistenziale-sanitario. Ne farebbero volentieri a meno, ma non possono. Nella fase in cui – sempre per ragioni di conti, di bilancio, di emergenza – si attenuano le forme di assistenza, insomma aumenta l’onere sanitario a carico del singolo (per fasce di reddito), logica vorrebbe che il reddito da pensione fosse preservato da ulteriori imposizioni fiscali. Così non è avvenuto.

Ma ora si profila una nuova e più grave minaccia. Mentre per il passato le gabelle patriottiche sono state imposte ai pensionati in nome della salvezza nazionale, inizia a farsi strada una diversa ipocrisia. Quella che chiederebbe ai pensionati di oggi di pagare, in parte, le pensioni di domani. La grande ipocrisia si chiama “patto fra generazioni”, una teoria che sostiene in sostanza che, essendo le pensioni un mondo a parte rispetto all’intera società, se la vedano fra i loro, i vecchi e i nuovi pensionati, come spartirsi il monte complessivo. Col che si salta un passaggio fondamentale. Le nuove e le future pensioni sono erogate in base alle leggi vigenti e al totale delle contribuzioni versate.

E poiché la legge Fornero, ma non solo quella, ha creato le premesse per un progressivo impoverimento delle pensioni; e poiché soprattutto il nuovo mercato del lavoro consente ai datori di lavoro, attraverso la defiscalizzazione o la fantasiosa contrattualistica del precariato, un assai minor carico contributivo, si conclude giulivamente: basta abbassare via via (contenendone l’indicizzazione) le vecchie pensioni per consentire un riequilibrio e dare ai futuri “quiescenti” la speranza di una pensione decente. Il che trasferisce di fatto parte del carico contributivo dal datore di lavoro (chiunque egli sia) al percettore delle attuali pensioni. Questo è il patto fra generazioni: nobile brand per una somma iniquità.

No. La pensione è un patto fra lo stato (e le sue leggi, le sue norme, la sua fiscalità) e il cittadino. E questo patto sopravvive, deve sopravvivere alle intemperie e alle emergenze. Sacrifici ne dobbiamo fare tutti, ma in nome dell’equità, non di una politica liberistica che trasferisce costi sociali crescenti sulle fasce più deboli generalizzando l’impoverimento del ceto medio.

Piero Pantucci

(giugno 2015)

Elisa Paci, 24 anni, laureata in Comunicazione e Società (Scienze Politiche), blogger e fotografa, ha uno spirito internazionalista, che la porta a viaggare a Milano e nel mondo, in aiuto di chi non ce la fa, siano persone, interi popoli o piccole redazioni digitali. Per lei il reaggae è il massimo.

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