Cinque maggio, non solo Napoleone

Ei fu. Inutile girarci intorno, il nostro cinque maggio parte e finisce lì. Sarà il bombardamento degli anni scolastici, la coercizione a mandare a memoria quei versi tamburellanti con l'aggravante di volerci far credere che

Ei fu. Inutile girarci intorno, il nostro cinque maggio parte e finisce lì. Sarà il bombardamento degli anni scolastici, la coercizione a mandare a memoria quei versi tamburellanti con l’aggravante di volerci far credere che fosse grande poesia. La storia è nota. Il 5 maggio 1821 moriva a Sant’ Elena Napoleone Bonaparte, categoria: personaggi della storia, sottogenere: grandi conquistatori.

Stava là agli arresti domiciliari, un po’ come noi di questi tempi. La prima destinazione era stata l’Isola d’Elba ma presto i suoi perfidi nemici avevano dovuto prendere atto che in un’ora di traghetto si poteva a sbarcare a Piombino. Sant’Elena era un po’ più remota, sperduta nell’Oceano Atlantico 2000 chilometri dalle coste d’Africa, tanto che a duecento anni di distanza l’isola è riuscita a scampare indenne al pestilenziale virus che attraversa il mondo. Insomma il cinque maggio moriva Napoleone figura che ancor oggi imperversa sui nostri libri di storia.

Si parte dalla Rivoluzione francese, il generale corso doveva portate le idee di libertà, fraternità e uguaglianza nate in quei giorni terribili e gloriosi ai popoli di tutta Europa e, chissà, di colonie lontane. Dopo dieci anni, l’acclamato liberatore di popoli virava (verbo assai di moda) di centottanta gradi pensando bene di riciclarsi in imperatore. Da lì una serie di battaglie da mandare a memoria, Jena, Austerlitz e altre dimenticate fino alla prima sconfitta, la prigionia, la fuga dall’arcipelago toscano e lo scontro finale nella piatta campagna belga cantata da Jacques Brel (ma parecchi anni dopo).

Lì vicino c’era un paesone che sarebbe entrato nei vocabolari del mondo, sinonimo di fatal disfatta, Waterloo. Poi la lunga pena di Sant’Elena mentre i potenti del mondo rimettevano le lancette dell’orologio indietro di trent’anni. Napoleone, una parentesi. Come in un monopoli beffardo col congresso di Vienna si tornava al punto di partenza.

La notizia della morte di Bonaparte arriva, un paio di mesi dopo, (ahi, le poste d’epoca) alla villa di Brusuglio dove un signorotto lombardo si sta preparando, ma lentamente, a dare alle stampe il romanzo capolavoro della letteratura italiana. Si chiama Alessandro Manzoni, per ora ha licenziato qualche ode e una storia bislaccamente modificata dell’antico conflitto tra franchi e longobardi. Prudenza, mai impicciarsi del presente. Ora finalmente può commuoversi al subito sparir di tanto raggio e inizia la sua rombante tiritera che mette insieme il Reno cantato dai poeti con un fiumiciattolo a carattere torrentizio, il Manzanarre. Esigenze di rima, anche il placido Don di Sokolov diventa Tanai. E in questo affastellarsi geografico si mescolano Alpi e piramidi, in pratica tutta la terra che oggi percossa attonita al nunzio sta. Tanto per sciogliere all’urna un cantico che forse (modestamente) non morrà. E infatti è ancor vivo nella nostra memoria e tradotto, non immagino come, in varie lingue. Ma pure il cinque maggio è data fondamentale nella storia d’Italia anche tralasciando le vicende umane e ultraterrene del generale corso. Basterebbe volgere lo sguardo a un suo pari grado a noi per tanti motivi più prossimo.

Il cinque maggio 1860 da un borgo fuori Genova parte alla volta della Sicilia il generale Giuseppe Garibaldi. Guida un piccolo esercito di mille uomini, uno più uno meno, stipati in due vaporetti come su un barcone bilico, uno straccio di stoffa rossa a far da divisa. Tra loro, compagno del padre volontario, un bimbetto di dieci anni. In pochi mesi i Mille conquistano mezza Italia per donarla a una famiglia piemontese che l’italiano nemmeno lo parla. Per ringraziamento Garibaldi si prende una schioppettata dal regio esercito prima di ritirarsi in un’isoletta della Sardegna a contemplare di lontano la sua Nizza che intanto i Savoia hanno venduto la Francia. Sempre più fortunato di Mazzini, che ha due condanne a morte sul capo e tornerà a morire in Italia sotto falso nome. Quando si dice, i padri della patria. Intanto il prudente Manzoni ormai ottantenne si accinge a occupare il suo scranno al senato. Tiremm innanz, diceva uno che ci aveva lasciato la pelle.

Un bel salto e siamo già nel secolo ventesimo. Cinque maggio 1936. Le truppe italiane al comando del maresciallo Badoglio, uomo per tutte le stagioni, entrano trionfalmente in Addis Abeba, la capitale d’Etiopia che sta a 2200 metri d’altezza. Una guerra lampo, in pochi mesi i nostri prodi hanno sbaragliato l’esercito abissino, complici le massicce quantità di micidiale gas nervino sganciati dagli aerei che i guerriglieri del negus cercavano d’abbattere con archi e frecce. La sera stessa il duce poteva affacciarsi al balcone prediletto per annunciare a una folla entusiasta (teniamolo sempre a mente) la nascita di un Impero idealmente legato agli splendori dell’antica Roma. (nei suoi trenta secoli dì storia l’Italia ha vissuto molte ore memorabili e questa è certo una delle più solenni). Nel solco di Tiberio, Caligola, Nerone, tutta brava gente. L’impero, ahimè, avrebbe avuto vita breve. Cinque anni dopo a entrare trionfalmente ad Addis Abeba era il negus Haile Selassie, il Ras Tafari che trent’anni dopo sarebbe stato a sua insaputa cantato da Bob Marley. L’anno, il 1941. Il giorno, naturalmente, il cinque maggio.

Il cinque maggio 1972 è data funesta per il Bel paese. La sera un aereo si schianta nei cieli presso Palermo cozzando contro un monte maledetto che ricorda la Superga di tanti anni prima (era un 4 maggio), il bilancio è più di cento morti. Quello stesso giorno durante una manifestazione a Pisa viene arrestato Franco Serantini. È un ragazzo di vent’anni dalla vita grama iniziata in un brefotrofio e passata attraverso collegi e riformatori. Senza perdere mai la speranza e il sogno di un mondo migliore. Arrivato in questura ne sarebbe uscito due giorni dopo. Massacrato di botte e senza vita. La sua storia raccontata in un commosso e commovente libro da Corrado Stajano, non ci ha insegnato niente. Di Serantini ce ne sarebbero stati altri, anche in tempi recenti.

Finiamo con un sorriso, anche se non per tutti. Dopo aver millantato conoscenze storiche e un’aura di critico letterario, tocca tornare coi piedi a terra. Quel che veramente ci contraddistingue, noi italiani, è il tifo calcistico, condanna dalla quale nessuno è immune (ci vorrebbe un’ipotetica app). A qualcuno di noi (a me, per esempio) capita l’onore e l’orgoglio, a volte la disgrazia, d’essere interisti.

Il cinque maggio 2002 si gioca l’ultima partita di campionato. L’Inter è prima in classifica, a novanta minuti da uno scudetto che sfugge da troppi anni. È un’Inter di grandi campioni, l’Inter di Ronaldo, quello vero, non il modello prestato al pallone, di Bobo Vieri, che adesso ci invita a raderci con un improbabile inglese (shave like a bomber). È anche l’Inter di Gresko, uno sventurato terzino slovacco, protagonista negativo del pomeriggio fatale. Sparito per sempre dai radar, da anni ricercato dai tifosi interisti più incalliti. Probabilmente vivo sotto identità nascosta, in un’isola deserta, magari Sant’Elena, inafferrabile anche per gli specialisti del Mossad.

Allenava quell’ Inter Hector Cuper, un brav’uomo argentino svanito nell’oblio, che batteva forte un pugno sul cuore dei suoi giocatori prima della partita come a voler infonder loro forza e coraggio. Erano le tre del pomeriggio, avevamo pronte le bandiere per invadere piazza del Duomo, dare un senso al vetusto monumento equestre di Vittorio Emanuele finalmente pavesato di nerazzurro. Bisognava solo pazientare un paio d’ore. La festa era prevista per le cinque della sera. A quell’ora capimmo che la lodevoli missione dell’allenatore Cuper era fallita. Ai suoi eran venuti meno il cuore e il coraggio.

A la cinco de la tarde.
 Erano le cinque della sera quando Garcia Lorca piangeva l’amico. Ci perdoni il poeta ma noi abbiamo sofferto quasi quanto lui davanti al corpo esanime di Ignacio. Doveva essere festa e invece En las esquinas grupos de silencio.

Mentre i nostri beniamini uscivano dal campo a capo chino in uno stadio del nord gli juventini si esibivano in osceni balletti di festa. A guidare le danze, non lo dimenticherò mai, c’era uno spiritato Antonio Conte, lo stesso che oggi siede tranquillamente sulla riva avversa che poi dovrebbe essere la mia. Un passaggio di bandiera in piena sintonia con la storia patria. Della triade tricolore che porta il medesimo cognome, Conte, Antonio, Giuseppi, Paolo, salvo solo l’ultimo. Con quella faccia un po’ così.
 A la cinco de la tarde
Ay que teribles cinco de la tarde
.

Come secondo le anime semplici all’ora più buia segue sempre il giorno, così al 5 maggio che va a morire segue il 6 maggio. Tra le tante cose nasce il mio fratello Pino a cui questo modesto scritto è dedicato. Auguri.

Bibliotecario approdato finalmente alla pensione cerco di coltivare e condividere con maldestri tentativi di scrittura le mie mille passioni. Dalla letteratura allo sport, dalla storia alla musica, tutto con la stessa onnivora curiosità inversamente proporzionale alla competenza. Al primo posto l'amore per il cinema, nato a sei anni dalla folgorazione in una sala buia e mai più abbandonato.

Recensioni
NESSUN COMMENTO

SCRIVI UN COMMENTO