Classici da rileggere – Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald

C’è chi lo ricorda con la fisionomia di Robert Redford, qualcuno seguita a dargli il volto di Leonardo Di Caprio. È la sorte del Grande Gatsby che al cinema, muto e poi sonoro, era già

C’è chi lo ricorda con la fisionomia di Robert Redford, qualcuno seguita a dargli il volto di Leonardo Di Caprio. È la sorte del Grande Gatsby che al cinema, muto e poi sonoro, era già approdato in altre occasioni prima di assumere le fattezze dei due mostri sacri. Parrebbe il Grande Gatsby un libro destinato ad essere più visto che letto, eppure il Gatsby che esce dalla penna di Scott Fitzgerald non solo regge il confronto con i Redford e i Di Caprio, ma è anche più affascinante.

Il romanzo nasce quasi cento anni fa e non invecchia mai. Francis Scott Fitzgerald lo scrive prima di arrivare alla trentina, attingendo abbondantemente dalle intense esperienze di una vita che durerà solo altri quindici anni. Tutt’altro che una autobiografia, piuttosto il tentativo (riuscito) di raccontare una gioventù perduta, non tanto diversa da quelle che verranno dopo. Una gioventù oscillante fra vitalismo esasperato e voglia di cupa dissoluzione. Così viviamo le feste esagerate, le cene fin troppo eleganti che si ripetono uguali ai nostri giorni, in un’esibizione di ricchezza e volgarità che si trascina dietro una corte dei miracoli abbandonata e servile, pronta a divorare le briciole lasciate a terra dal gran signore.

Ma il signore è un essere ai più ignoto, la sua ricchezza è misteriosa e improvvisa, Gatsby non è neppure il suo vero nome, si annuncia al mondo come una sorta di Edmond Dantes, rivestitosi dei panni del conte di Montecristo, come lui è all’inseguimento di un amore di gioventù, svanito quando i poveri mezzi non gli consentivano di raggiungere l’obiettivo agognato. Ora è ricco, di una fortuna accumulata in modi assai sospetti (ma quali sono le fortune non sospette?). Ora può essere accettato nel regno che un tempo gli ha chiuso le porte. Forse il personaggio è lo stesso Fitzgerald che si sdoppia fra l’idolatrato Gatsby e l’io narrante, non a caso un giovane scrittore alla ricerca del primo successo. Forse l’amata Daisy è la sua Zelda, la compagna alla fine raggiunta nella vita reale. Ma il prezzo che Gatsby e Fitzgerald pagheranno sulle pagine del libro e nella vita è altissimo.

Da sinistra tre interpreti del Grande Gatsby: Elliott Nugent (film del 1949), Leonardo Di Caprio (2013) Robert Redford (1974).

A noi rimane il romanzo, il dipanarsi impagabile di una storia che si divora in poche ore, racchiusa in un volumetto agile che non arriva alle duecento pagine, densissime di avvenimenti e sentimenti. Che ci raccontano di un’America di cent’anni fa che è così simile a quella di oggi, un’America che è il mondo che possiamo ritrovarci davanti ogni giorno.

Romanzo capolavoro fra altre prove di livello altissimo, lo zenit di uno scrittore dalla parabola troppo breve. Ci accompagneranno più vive che su qualsiasi schermo le figure attorno a Gatsby con le loro (le nostre) umane debolezze. Su tutti giganteggia lui, il Grande Gatsby, perso fra meschinità e splendore. A lui perdoniamo tutto. Come noi, insegue un sogno.

Bibliotecario approdato finalmente alla pensione cerco di coltivare e condividere con maldestri tentativi di scrittura le mie mille passioni. Dalla letteratura allo sport, dalla storia alla musica, tutto con la stessa onnivora curiosità inversamente proporzionale alla competenza. Al primo posto l'amore per il cinema, nato a sei anni dalla folgorazione in una sala buia e mai più abbandonato.

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