Come vorrei il “mio” Natale

Chi ha detto che il Natale debba essere un karaoke della felicità, in cui tutti si vogliono bene e le famiglie sono unite e contente? La felicità non sembra più essere uno struggente e lacerante

Chi ha detto che il Natale debba essere un karaoke della felicità, in cui tutti si vogliono bene e le famiglie sono unite e contente? La felicità non sembra più essere uno struggente e lacerante desiderio del cuore, bensì un obbligo sociale. Bisogna essere felici, altrimenti che vergogna.
Tra tante luminarie natalizie, felicità al neon, chi se ne sente escluso può sentirsi indegno. La felicità è una nostalgia, può bruciare come una ferita anche quando c’è, perché fa sentire tutto quello che ci manca. Ma non abbiamo il dovere di essere felici, belli e in forma. Dovremmo vergognarci quando ci tocca il grigiore dei giorni, la solitudine, la rancorosa stanchezza di un amore che sopravvive a se stesso, la sconfitta, il decadimento fisico e intellettuale? Forse ci vergogniamo, soprattutto a Natale, e allora mettiamo la maschera. E con quella maschera accogliamo suoceri, consuoceri, prozii, cognati, cugini di nipoti acquisiti; tutto quel clan che il 25 dicembre si ha il dovere di invitare e frequentare, anche se in esso ci sono, accanto a persone amate, persone del tutto estranee e alle quali siamo estranei, persone le quali negli altri 364 giorni dell’anno per noi sostanzialmente non esistono e per le quali non esistiamo. Spesso, in quelle occasioni, si vorrebbe essere altrove. Come sarebbe bello poter accogliere solo chi ha voluto veramente venire, senza averne l’obbligo e senza averlo deciso né saputo prima, come i pastori davanti alla grotta di Betlemme. Come sarà stato, in quella grotta, il pranzo di Natale? Niente cena di magro, la vigilia; nessuna ipocrisia di far penitenza rinunciando per un giorno alla carne e rimpinzandosi di pesci prelibati. Come sarebbe bello ritrovarsi solo con le persone che ami veramente, mangiare e bere insieme in semplicità, senza menù obbligato ma con amore delle buone cose che allietano il palato e il cuore. E questo si potrebbe fare ogni giorno dell’anno. Ricordo, tanto tempo fa, il nostro Natale, quando i figli ancora piccoli aspettavano con ansia la mattina di Natale e la felicità la ritrovavamo nei loro occhi di bambini. E pure noi genitori sentivamo la magia di quell’attesa, magia che con gli anni, un po’ alla volta, si è persa. E penso che oggi, il nostro Natale, non c’entra proprio niente con la nascita di Cristo. Il nostro Natale è fatto di regali, quasi sempre regali non pensati col cuore, di alberi pieni di luci, candele, libri sul tema, la neve (anche lei finta) e incontri inutili, quando invece il Natale dovrebbe essere una celebrazione degli affetti familiari, di una raccolta felicità, quella felicità silenziosa che quasi si fa fatica a percepire. Madre Teresa di Calcutta: “A Natale vediamo Gesù come un neonato, povero e bisognoso, venuto per amare e per essere amato. Come possiamo amare Dio nel mondo di oggi? AmandoLo in mio marito, in mia moglie, nei miei figli, nei miei fratelli e sorelle nei miei genitori, nei miei vicini e nei poveri. Raccogliamoci intorno alla misera culla di Betlemme e prendiamo la ferma decisione di amare Gesù in tutti coloro che incontriamo ogni giorno”.

Anna Muzzana

Elisa Paci, 24 anni, laureata in Comunicazione e Società (Scienze Politiche), blogger e fotografa, ha uno spirito internazionalista, che la porta a viaggare a Milano e nel mondo, in aiuto di chi non ce la fa, siano persone, interi popoli o piccole redazioni digitali. Per lei il reaggae è il massimo.

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