Conte non sarà Winston Churchill, ma se a Palazzo Chigi non avessimo “Giuseppi” chi avremmo…

Ma sì, ringrazio Dio di avere “Giuseppi” (così Trump strafalcionò il nome del nostro primo ministro Conte). Anche un non credente può decidere di volgere il pensiero all’imperscrutabile e al regno della fede e ringraziare la

Ma sì, ringrazio Dio di avere “Giuseppi” (così Trump strafalcionò il nome del nostro primo ministro Conte).
Anche un non credente può decidere di volgere il pensiero all’imperscrutabile e al regno della fede e ringraziare la Provvidenza Divina di non averci mandato, insieme alla pestilenza del Coronavirus, anche un governo sovranista. Conte non sarà Winston Churchill, ma non è neppure un re travicello.
Il primo ministro che abbiamo ha ogni possibile difetto umano e comportamentale (e oggi uno dei più lividi commentatori di destra, Luca Ricolfi, ne fa un acribico, spietato ancorché “selettivo” elenco sulle colonne del Messaggero). Però è il governo del possibile, non della distopia.
È il governo cui si rimprovera di aver minimizzato troppo e poi del suo contrario, di aver aperto tutto e poi chiuso tutto, di esautorare il parlamento, di eccedere in conferenzastampismo, di ignorare l’opposizione, di essere tardivo nell’individuare le necessità medico-sanitarie e insufficiente nel soddisfarle, eccetera eccetera…
Tutto plausibile anche verosimile. Ma io continuo a ringraziare Dio. C’è qualcosa di meglio in giro? Non lo vedo.
Vedo che le incertezze del governo sono le stesse che caratterizzano da due mesi a questa parte le massime autorità scientifiche, a cominciare dall’Istituto Superiore della Sanità e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Onu): dalla “durezza” della pandemia al suo grado di propagazione, dalla congruità e necessità del materiale di tutela (mascherine, tamponi) fino alle “novità” assolute di questo virus, novità di fronte alla quale la comunità scientifica (non i governi) si è mostrata e dichiarata non adeguatamente preparata. Eppure è alla comunità scientifica che ogni governo deve obbligatoriamente riferirsi.
Errori, ritardi, contraddizioni, tutto vero.
E l’Italia, nel mondo occidentale, ha affrontato per prima e più pesantemente questo cataclisma.
Dei suoi tanti veri e presunti errori hanno tenuto conto i governi che hanno avuto il privilegio di osservarci come paese-cavia?
Prendiamo i campioni del sovranismo.
Boris Johnson, l’eroe della Brexit, prima ha giudicato irrilevante il coronavirus, poi ha sposato la teoria della “immunità di gregge” (lasciare che il virus si diffonda: moriranno i vecchi e i deboli, ma la maggioranza della popolazione si doterà degli “anticorpi”), infine comincia, sia pure con le stesse contraddizioni italiane ma moltiplicate per due, ad adottare misure di chiusura, antiassembramento, limiti alla mobilità. La più prestigiosa rivista medico-scientifica, “The Lancet”, ha definito “criminale” la politica di Johnson, uno “scandalo nazionale”: “L’ultima settimana di gennaio sapevamo quello che sarebbe venuto. Abbiamo sprecato febbraio quando avremmo potuto agire. Tempo in cui avremmo potuto moltiplicare i test. Tempo in cui avremmo potuto procurarci materiale protettivo. Non l’abbiamo fatto”.
Un altro campione del sovranismo è Trump. Che adesso promette migliaia di miliardi per sostenere l’economia (lo farà? Vedremo come; sarebbe bene che cominciasse a ripristinare il sistema sanitario nazionale di Obama, che ha smantellato in nome del liberismo), ma per settimane ha come Johnson irriso al virus “cinese” e non ha preso alcuna misura; e ora, violando l’autonomia degli stati federati (ben più ampia di quella delle regioni italiane), decide da Washington di blindare e mettere in quarantena New York. Il governatore Andrew Cuomo protesta di non essere stato neppure consultato. Che ne dice il sovranista Fontana, sempre pronto a denunciare il dirigismo romano? E che ne dice il “moderato” Zaja che il 7 marzo aveva giudicato “esagerata e inopportuna” e “scientificamente sproporzionata all’andamento epidemiologico” la misura del decreto governativo che definiva le zone rosse del Veneto?
E ringrazio Dio di avere Giuseppi e non Viktor Orban, idolo del sovranismo orientale (nonché di Matteo Salvini). Il nostro presidente del Consiglio è stato accusato di aver esautorato il parlamento. In parte è vero. Ma l’ungherese Viktor Orban ha le idee molto più chiare: ha annunciato di voler estendere lo stato di emergenza a tempo indeterminato, di governare a colpi di decreto e di mettere il Parlamento in “pausa forzata”. Non è la dittatura, ma ne costituisce una visibile e poco incoraggiante premessa.
In tutto questo l’Europa non è vero che latita: è semplicemente e drammaticamente divisa. E può essere che questa divisione sia l’anticamera della sua dissoluzione. Spero vivamente di no.
Ma spero soprattutto che, in sede europea come in sede italiana, prevalga sempre e comunque la forza della ragione (e della solidarietà). Sembra un auspicio banale, ma banale non lo è, perché manca lo spirito di coesione che dovrebbe ispirare l’azione coordinata di maggioranza e opposizione. Gli errori di conduzione ci sono e sono riconoscibili e riconosciuti. Ma che apporto può dare chi – ed è il maggior leader dell’opposizione, l’orbanista Salvini – afferma che il governo fronteggia l’emergenza alimentare dando 7 euro a testa agli italiani? Che il governo, secondo Salvini, faccia sempre troppo poco e troppo tardi, l’abbiamo capito e digerito. Ma ieri “Giuseppe” ha girato “4,3 miliardi ai Comuni e aggiungiamo 400 milioni con ordinanza della Protezione civile con il vincolo di utilizzare queste somme per le persone che non hanno i soldi per fare la spesa. Da qui nasceranno buoni spesa ed erogazioni di generi alimentari”. Chiaro, no? 400 milioni non sono per 60 milioni di italiani, ma per quella parte in questo momento in maggiore sofferenza. Non sono risolutivi, sono pochi, andranno incrementati, d’accordo, ma sono un primo tampone, non sono, come afferma il leader dell’opposizione, il costo di un uovo di Pasqua.
Ancora una volta si segnala la differenza di tono e di misura fra chi, nell’opposizione, coniuga l’aspra contestazione con una certa dose di realismo (Meloni) e chi continua a comportarsi come l’irresponsabile bagnante del Papeete e che ancora ieri invocava l’uscita dall’euro e il ritorno alla lira. Come dire l’idea giusta al momento giusto. Con l’Europa del “rigorismo” bisogna litigare. E Conte l’ha fatto nei giorni scorsi, come nessun altro capo di governo italiano aveva mai fatto. Ma per litigare, e per cercare auspicabilmente un accordo, bisogna andare, esporsi, partecipare. Tutto ciò che Salvini non ha mai fatto. Lui twitta. Un po’ poco.

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