Coronavirus, il filosofo Giorgio Agamben fa lo Sgarbi e nega l’evidenza del contagio, che per lui è che una scusa per la “militarizzazione”

Per una volta tocca essere d’accordo con Paolo Flores D’Arcais. Non perché difende l’operato del governo nella politica di contrasto al Coronavirus (e certo deve costargli molto), ma perché, su Micromega,  si scaglia contro un

Per una volta tocca essere d’accordo con Paolo Flores D’Arcais. Non perché difende l’operato del governo nella politica di contrasto al Coronavirus (e certo deve costargli molto), ma perché, su Micromega,  si scaglia contro un negazionista del virus: un negazionista dei più rispettabili, peraltro: il filosofo Giorgio Agamben, che a più riprese ha decretato l’inesistenza dell’epidemia, inventata, a suo illuminato dire per “usare lo stato di eccezione come paradigma normale di governo”, per attuare una “militarizzazione” a tappeto e trasformare “di fatto ogni individuo in un potenziale untore”. “Ancora più tristi delle limitazioni delle libertà implicite nelle disposizioni” conclude Agamben “è, a mio avviso, la degenerazione dei rapporti fra gli uomini che esse possono produrre”.
Io non so che nozioni post-ippocratiche abbia il filosofo Agamben circa le caratteristiche delle epidemie, il loro tasso di mortalità, la loro tenacia. Se il suo sapere medico è pari al mio, è meglio che si taccia, dando fiducia a chi di mestiere si occupa di questa materia: i medici, i virologi, gli epidemiologi, gli infettivologi. Ed è quello che ha fatto e sta facendo il governo e non doveva essere diversamente; e semmai qualche incertezza  (specie nella comunicazione) ha caratterizzato la politica governativa è stato proprio per non aver mai voluto discostarsi dagli orientamenti del mondo scientifico, che – come tutti hanno lealmente ammesso – si è trovato di fronte ad una novità, per combattere la quale le conoscenze erano insufficienti e gli strumenti (leggi terapie) conseguentemente inadeguati.
Per essere credibile, il filosofo dovrebbe spiegare perché il mondo scientifico, nella sua interezza pur con le oscillazioni proprie di ogni fase di esplorazione su di un terreno ignoto, assevera che il Coronavirus non è supposto né inventato: esiste, si diffonde rapidamente, ha valenza epidemica, anzi pandemica, ha un elevato tasso di mortalità (ben oltre la broncopolmonite di stagione che stronca i “vecchietti”) e si può – in attesa del vaccino – combattere per ora solo evitando il contagio.
Su questi convincimenti, dopo un avvio comprensibilmente tumultuoso, non avverto significative dissonanze. E credo si debba escludere che tutti gli specialisti e gli scienziati (non solo italiani) siano complottardi al servizio del Grande Fratello.
Il professor Agamben gode di un discreto prestigio accademico, ma per i suoi studi (che non ho mai letto e chiedo venia) su Carl Schmitt, Michel Foucault, Walter Benjamin, non sulle patologie da contagio.
Fare il negazionista è un’attività che pertiene di solito ai frustrati e ai narcisetti (si vedano al riguardo le scurrilità del povero Sgarbi), non alle persone serie.
Minare la fiducia nel sistema sanitario in nome di paranoiche congiure planetarie è grave quasi quanto screditare le istituzioni politiche, con accuse di segno opposto: non avete capito la gravità, non state facendo niente, venti miliardi non bastano, ce ne vogliono 40, anzi 80, tombola.

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