Covid e aiuto psicologico ai genitori: parliamone – Intervista alla psicologa Elsa Falciani

L’ascolto e il supporto in tanti casi sono indispensabili. Specie di questi tempi bui in cui la pandemia ha tolto persino il conforto degli addii. E sono anche un’àncora di salvezza per mamme e papà che

Nel comune sentire ci sono paura per la malattia, preoccupazione per il futuro, dolore per la perdita di persone care… L’emergenza legata alla diffusione del Covid-19 ha creato un forte impatto emotivo sulle nostre vite.

Ne parliamo con la dottoressa Elsa Falciani (nella foto), psicologa clinica, specializzata in Psicoterapia Analitica (www.escogito.info).

Che vissuti raccontano le persone colpite dal virus?

«Nel caso di persone venute a contatto direttamente con il virus, in quanto malate o vicine a persone malate, le conseguenze psicologiche sono molteplici. I malati si trovano a dover gestire l’isolamento, il controllo dell’evoluzione sintomatica, la burocrazia conseguente la malattia. Tutto questo risulta complesso, spesso ci si trova a dover fare i conti con sentimenti come solitudine, rabbia, impotenza, tristezza, paura, noia. E che a volte arrivano impetuosi senza possibilità di essere controllati. Molto spesso le persone si interrogano sulla possibilità di contrastare questi sentimenti, così da renderli meno distruttivi e invasivi. È qui che si apre la possibilità di un lavoro psicologico».

Quale scenario vi si presenta?

«Uno scenario inedito, con un forte impatto psicologico, sociale ed economico. Emergono situazioni familiari in cui vi è un alto tasso di conflittualità, sia a livello di coppia che nella relazione genitori-figli, rispetto alla quale viene richiesto un intervento di sostegno alla genitorialità. Poi, le persone direttamente colpite dalla malattia e i familiari che hanno perso i propri cari e i propri amici, senza poterli assistere e accompagnare, hanno bisogno di un tempo per poter elaborare il trauma e il lutto; in questi casi bisogna trovare un modo alternativo per far sì che avvenga una sana elaborazione».

Che consigli dare a un genitore che deve fronteggiare l’ansia di un figlio di nuovo “ricacciato in casa”?

«In questi mesi non sono mancate le reazioni psicologiche estreme a questa situazione, da parte di tutti, spesso amplificate dalla spinta a prendere posizione sui social, che – si sa – non sempre facilitano la moderazione e la comprensione della complessità. Leggo molte dichiarazioni in cui viene prospettata una catastrofe psicologica per i giovani: personalmente penso che chiunque di noi ricopra un ruolo educativo, in quanto “esperto”, non debba scivolare nella tentazione di generalizzazioni. Ricordiamo che bambini e ragazzi si rispecchiano in noi, e il modo in cui li guardiamo orienterà il loro modo di essere». Come trattare un adolescente in queste situazioni? «Ogni adolescente, famiglia e situazione è un mondo a sé, con fattori di rischio e fattori di protezione propri. Mi sono occupata a lungo di adolescenti in trattamento per malattie oncoematologiche, situazioni in cui i ragazzi e le loro famiglie vivevano un loro personalissimo lockdown di 1-3-5 o più anni, fatti di mascherine, isolamento, ospedalizzazioni, didattica a distanza: per quanto si tratti di una situazione oggettivamente traumatica, in molti adolescenti mi è stato possibile osservare la cosiddetta “crescita postraumatica”, un’adeguata rielaborazione degli eventi con una capacità di trarne insegnamenti, spinte evolutive e determinazione. È con la fiducia che questa esperienza mi ha dato, che cerco di guardare gli adolescenti con la mente aperta, di non proiettare su di loro le ansie adulte, di comprenderli senza identificarmi in loro».

Quindi qual è l’atteggiamento giusto da tenere?

«Non diamo per scontato che per loro sia leggera, ma neanche che non abbiano le risorse per affrontare questa situazione difficile: diamo loro la possibilità di esserne testimoni attivi, lo spazio per costruire la loro narrazione, che magari può trovare un senso diverso da quello che vediamo noi adulti. Inviterei i genitori a sedersi accanto ai ragazzi, a chiedere che musica ascoltano in questo periodo, con quali “serie” alleggeriscono le loro giornate, come se la passano i loro amici, cosa stanno imparando da questa situazione, cosa pensano che li aiuti ad affrontarla senza perdere la testa, se c’è qualcosa della loro vita che in questo tempo possono rimettere a posto, un interesse che possono coltivare, quali sono per loro i momenti più difficili, come può aiutarli, in futuro, l’esperienza che stanno vivendo ora».

Come reagiscono i ragazzi all’obbligo di clausura?

«Non si può generalizzare. Ogni bambino o ragazzo è inserito in un contesto familiare che può essere colpito in maniera molto differente, in base ai diversi fattori che connotano questa emergenza sociale: la perdita o la malattia di familiari, la conoscenza o vicinanza a qualcuno colpito dalla malattia, le difficoltà economiche, la presenza di tensioni familiari… o anche semplicemente il luogo in cui si vive. Stare in un’area meno affollata, con un giardino e degli spazi a disposizione è molto diverso dal convivere in 50 mq con due genitori in smartworking. Al netto di tutto questo e di fattori predisponenti personali, che vanno considerati, certamente il confronto con i pari, un confronto che comprende la corporeità, la condivisione di spazi comuni, lo stare insieme in un tempo libero in cui nascono idee, conversazioni, modi di passare il tempo e, da una certa età, anche primi amori, primi approcci, primi rifiuti… sono esperienze che fanno parte della nostra personalissima photo-gallery di ricordi e che ora sono in parte negati».

Quale prezzo pagano i giovanissimi?

«Non abbiamo ancora i mezzi per prevedere quanto questo peserà nel futuro dei ragazzi, perché ci sono ancora troppe variabili che non possiamo prevedere. Quello su cui invitiamo noi adulti a riflettere, soprattutto chi di noi ha un ruolo educativo, è che noi siamo contenitore e modello di come questa situazione si può affrontare. Le comunicazioni che diamo, ogni volta che scegliamo di rispondere in maniera gentile anziché aggressiva a chi ha un’opinione diversa dalla nostra, direttamente o indirettamente alimenta una modalità di reagire allo stress che in qualche modo nei bambini e nei ragazzi entra. In una fase in cui per tutti il futuro prossimo è imprevedibile, se non riusciamo ad alimentare le speranze per i giovanissimi, cerchiamo per lo meno di legittimare ciò che provano. Di contenere il senso di impotenza, con intento costruttivo, di favorire almeno in famiglia esperienze corporee e sensoriali. Per gli insegnanti, stimolerei un pensiero sul fatto che la Didattica a distanza può essere anche Educazione a distanza, una dimensione che comprenda non solo il passaggio di informazioni, ma anche la possibilità di creare ponti, di fare psico-educazione, di interessarsi ai bambini e alle loro vite, di dedicare un tempo a parte a parlare di cosa sta accadendo e cosa pensano».

Bisognerà trovare un modo per risarcirli, offrendo loro più spazi di aggregazione?

«La possibilità di trovare una forma di risarcimento e riparazione alle conseguenze associate a questa tragica situazione sarà fondamentale. La socializzazione offre la possibilità di sviluppare competenze cognitive ed emotive fondamentali per uno sviluppo armonico, se tutto ciò è negato o è ridotto solo al mondo dei social network le conseguenze sulle nuove generazioni saranno devastanti. Per riparare al danno educativo e psicologico bisognerà trovare un modo per fare rete tra famiglie, scuola, servizi sociali, terzo settore e istituzioni per raggiungere le fasce più fragili che oggi rischiano di diventare invisibili perché disconnesse. In un momento così difficile, non bisogna lasciare indietro nessuno e tutti dobbiamo impegnarci affinché ciò non accada».

 

Cresciuta professionalmente nei periodici Rizzoli (Natura Oggi, Salve, Anna…), si è occupata di divulgazione scientifica e medica, mentre nella redazione di “A”, fino al 2008 ha curato da caporedattore le pagine femminili del settimanale RCS. Nel 2011 ha collaborato a un inserto benessere di TvSorrisi e Canzoni (Mondadori) e ha diretto per circa due anni, sino a dicembre 2018, il mensile Dimensione Benessere. Dal 2012 a fine 2019 ha fatto il coordinamento editoriale per il sito donnainsalute.it. È attualmente vicedirettrice di Milanosud.

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