“Credo nei miracoli, perché miracolo è anche il pensare che la pace sia possibile”. L’arte del grande fotografo David LaChapelle al Mudec

Presente alla “prima visione” della sua mostra al Mudec, David LaChapelle non ha dubbi: “Certo che credo nei miracoli! Bisogna continuare a crederci. Anche se non si può fare arte mentre c’è una guerra, ma

Presente alla “prima visione” della sua mostra al Mudec, David LaChapelle non ha dubbi: “Certo che credo nei miracoli! Bisogna continuare a crederci. Anche se non si può fare arte mentre c’è una guerra, ma miracolo è anche il pensare che la pace sia possibile – ha dichiarato in conferenza stampa –. Per me il messaggio dell’arte è quello fondamentale per “risanare” il mondo”.

L’artista statunitense, classe 1963, originario del Connecticut, uno dei più celebrati fotografi al mondo, comincia a far foto negli Anni Ottanta a New York, dove lo nota Andy Warhol (qui nella mostra è presente l’ultimo scatto fatto all’icona della pop art, poco prima di morire), che gli affidò i primi servizi per la mitica rivista “Interview”.

La mostra “I belive in miracles” propone oltre 90 opere, valorizzate da un allestimento curato da Denis Curti e Reiner Opuku, assieme allo studio LaChapelle, che ripercorre le tappe salienti della carriera del grande fotografo e racconta un David LaChapelle inedito e, per certi versi, inaspettato.

Dai primi celebri ritratti delle star di Hollywood, negli anni Ottanta, alle più recenti immagini scattate a Maui, nella bellezza incontaminata della foresta pluviale delle Hawaii, dove LaChapelle attualmente risiede, e una serie di inediti. “Una mostra che racconta diverse fasi della mia vita: ogni foto ha un messaggio, ma insieme creano una storia”, ha raccontato l’artista.

In questo nuovissimo e originale progetto espositivo molti lavori assumono una luce nuova, quasi fossero osservati retrospettivamente dall’artista stesso secondo un rinnovato punto di osservazione. Il percorso è un continuo entrare e uscire da storie. I suoi scatti sono vere e proprie messe in scena, costruite come “set” teatrali. Un mix esplosivo tra surrealismo, citazionismo colto e richiami sfacciatamente kitsch.

LaChapelle schiera simboli e metafore, unisce sacro e profano, divino e terreno, apparenza e realtà, apocalisse e speranza, consumismo e solitudini, materialismo e spiritualità, ironia e provocazione; lasciandoci spiazzati di fronte a impalcature visive nelle quali convivono fashion, cultura pop e classicità.

Lussureggiante, poetico, glamour e dissacrante, provocatorio uomo di fede, coloratissimo, surrealista, barocco, onirico, talvolta kitsch, La Chapelle sembra voglia fotografare ciò che noi sappiamo ma non vogliamo vedere: le aporie della nostra società, le paure, le ossessioni, il nostro desiderio insaziabile, l’eccesso narcisistico, gli pseudo miti che ci circondano, l’ambiguo rapporto che intratteniamo con le icone dei nostri tempi, e con la loro presenza mediatica.

Courtney Love: Pietà (2006).

Per ritrovare l’interiorità umana e sollecitare il “miracolo” di una nuova coscienza, che vada oltre il consumismo e riscopra il valore “sacro” della vita. Gli scatti di LaChapelle ci strattonano fuori dalla nostra confort zone. Vi colpiranno la “Pietà with Courtney Love” in cui la cantante/attrice, come la Vergine Maria nella Pietà michelangiolesca, tiene in grembo un drogato appena spirato, “L’ultima cena” (prima immagine in alto) dove Cristo appare in vesti grunge, circondato da dodici apostoli rapper, che bevono birra e altri alcolici. In questa foto c’è molto della sua poetica: il sacro declinato con anticonformismo, i colori accesi e una messinscena dall’inequivocabile sapore pop e soprattutto la volontà forte di far passare attraverso la sua foto un messaggio potente. Come detto da lui stesso: “Se Cristo tornasse, con chi andrà, quali saranno i suoi discepoli oggi? I potenti o i poveri, i dimenticati e gli oppressi? Questa è la mia risposta”.

Rape of Africa

Rape of Africa (del 2009), lungo oltre 3 metri, riprende il dipinto Venere e Marte di Sandro Botticelli, con la modella Naomi Campbell nel ruolo di Venere ambientata nelle miniere d’oro africane: c’è una terra che viene deturpata e privata sempre di più del suo oro; e dove i bambini, sin da subito, vengono rivestiti di armi e diventano così bambini soldato. La distruzione e la rigenerazione salvifica “Vivo e creo in fretta, il mondo finirà”.

A guidare David LaChapelle è sempre stato un senso di urgenza, fin da quando, diciottenne, realizzò le vetrate che aprono questa grande mostra. «Anche allora eravamo in guerra – commenta l’artista -. La nostra guerra era l’Aids. Tanti miei amici ne furono travolti. Pensavo di non avere molta vita davanti a me, volevo creare il più possibile perché, sinceramente, non pensavo di poter vivere a lungo. Fu in quel momento che sentii di potermi avvicinare a un senso di Dio. Perché la spiritualità è in ognuno di noi».

Questo senso di urgenza, racconta David LaChapelle, è ritornato: «La nostra esistenza è minacciata. La natura è minacciata. Il genere umano ha sempre più paura. E allora ho cominciato a onorare la Sacra famiglia, a rivolgermi alle scene bibliche, a dare a questi personaggi una nuova vita». La svolta spirituale con l’abbandono delle fotografie “glamour” ai divi al culmine del successo professionale è eloquente. Ne sono un esempio le immagini della serie “Land Scape” del 2013 che raffigurano paesaggi industriali, raffinerie o centrali nucleari che se osservati attentamente da vicino si rivelano essere, in realtà, edifici composti da barattoli, bigodini, cannucce, recipienti, apparecchi telefonici in disuso, contenitori di plastica e altro materiale di scarto. Ma gli impianti, pur nelle loro luci da Luna Park, hanno un che di allucinato, e non evocano la vita, forse perché manca la presenza umana: è un mondo alienante e irreale.

Land scape, gas Chevron (2012).

Nonostante sia del lontano 1999 rimane folgorante Icarus (2012) in cui un ragazzo con le ali staccate appare senza vita al centro di una “discarica” di computer, tastiere e stampanti, che la corsa ai consumi fa diventare obsoleti in pochissimo tempo. “La serie Land Scape rappresenta esattamente la mia immagine del futuro – ha detto LaChapelle – quando la natura si impossesserà nuovamente della terra”.

All U cam Eat, Death by Hamburger.

Un altro scatto suggestivo è Spree (2019) dove un modellino di 35 centimetri raffigura una nave da crociera che sta per affondare, incagliata in un mare di ghiaccio, a voler rappresentare lo schianto inesorabile del mondo contemporaneo. O sono giganteschi hamburger e lattine di Coca Cola-asteroidi a minacciare l’uomo. “Death by hamburger”, “Buy a Big Car for Shopping” e “All U Can Eat”, puntano il dito contro il consumismo. Emblematico ≠ (2007) è una fotografia di sette metri, ispirata dal Diluvio Universale di Michelangelo.

Deluge

L’artista re-immagina un diluvio biblico ribaltandolo nella contemporaneità, ambientandolo a Las Vegas. Alcuni simboli della civiltà consumistica, il Caesar Palace, noto casinò di Las Vegas, Burger King, le insegne della catena di caffè Starbucks, e il supermarchio della moda Gucci, stanno per essere inghiottiti dal diluvio. I sopravvissuti cercano di sfuggire alla furia delle acque. Come? Ce lo dicono quelle mani protese di uomini e donne che vogliono aiutarsi. Posti di fronte alla morte si spingono a vicenda verso la salvezza aggrappandosi a ciò che può mantenerli ancora in vita. E ritrovano valori universali come la pietà, la solidarietà, lo spirito di comunanza.

Il Paradiso New Age a Maui. “Ora l’arte deve avere il ruolo di mostrare la bellezza che potremmo perdere”, ha dichiarato La Chapelle. Questa nuova tensione spirituale si esplica in maniera chiara nella serie di inediti scattati, intitolata “New World” (2017-2019), ambientati nella “sua” Maui, lussureggiante isola dell’arcipelago delle Hawaii, un vero e proprio paradiso terrestre. C’è un forte desiderio di natura, il desiderio di raccontarci un mondo ideale e dirci che non solo si può, ma è necessario ritrovare la nostra dimensione spirituale.

Gli scatti sono immagini di puro realismo magico: all’insegna dell’entusiasmo, dello stupore verso una bellezza ancora selvaggia e incontaminata ed è in questa rigenerazione deella Natura, dice La Chapelle “che l’uomo riesce a sentire la voce del Divino che abbiamo nel cuore”. “Credere in un miracolo significa anche credere nell’essere umano, nel suo potere di generare amore. Non possiamo essere felici da soli”, afferma il fotografo. Ce lo ricorda per scatti poetici in uno scenario da Apocalisse, il bacio di una coppia anziana in Revelations, che apre un piccolo spiraglio di luce e speranza. Sullo sfondo, i resti di un mondo, per dirla con LaChapelle, “che sta andando a pezzi, ma che possiamo rimontare. Liberandoci del materialismo e dell’ansia, attraverso l’amore e la fede. Lottando con la fede attraverso la creazione”.

David LaChapelle,
I Believe in Miracles
Mudec, via Tortona 56
www.mudec.it

 

Responsabile rubrica Psicologia su donneinsalute.it; da free lance ha collaborato con le maggiori riviste femminili (Anna, Donna Moderna, La Repubblica delle donne, Glamour, Club 3). È stata redattore del mensile Vitality di Psychologies magazine e Cosmopolitan, occupandosi di attualità, cultura, psicologia. Ha pubblicato le raccolte di poesie “Come un taglio nel paesaggio” (Genesi editore, 2014) “Sia pure il tempo di un istante” (Neos edizioni, 2010).

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