Dal confine sud orientale d’Europa: migranti e profughi alla ricerca del “game” giusto

Uno degli insormontabili confini della fortezza Europa, per molti, troppi esseri umani, si trova in Bosnia, lungo la frontiera con la Croazia. Ascoltando le storie di chi tenta il “game” (cioè il tentativo di superarlo),

Uno degli insormontabili confini della fortezza Europa, per molti, troppi esseri umani, si trova in Bosnia, lungo la frontiera con la Croazia. Ascoltando le storie di chi tenta il “game” (cioè il tentativo di superarlo), ci si sente a disagio anche solo per avere avuto la fortuna di essere nati dalla parte giusta (“…qualche km più in qua”, diceva Paolo Rossi raccontando la guerra dei Balcani). In questi territori che portano ancora i segni di un massacro di poco più di 25 anni fa, transitano famiglie, bambini, donne, uomini che fuggono da altre guerre più o meno sospese, più o meno lontane, più o meno sporche.

E mentre da un mese siamo nel pieno di una spaventosa e pericolosa guerra che ci minaccia da molto vicino, e mentre lungo le nostre frontiere interne ed esterne premono i profughi, si fa dei distinguo sul diritto di essere profughi di serie A o di serie B.

Siamo diventati noi il mito del benessere, della libertà, della convivenza umana, come possiamo non riflettere sulle responsabilità di tutta la nostra storia passata?

Condivido il pensiero di uno scrittore di cui non ricordo il nome: “In ogni uomo c’è umanità, è il sistema che ha creato che è disumano”.  

Ma tra queste scoraggianti riflessioni sulla nostra essenza, emergono ricordi di gesti e momenti magici, spontanei, semplicissimi, umani, raccolti lungo il viaggio da Trieste a Biach (in Bosnia) e ritorno, passando per Zagabria.

Ritrovo in tasca una caramella, me l’ha regalata un ragazzo afghano, o forse era pakistano o indiano, che insieme ai compagni di strada, è stato preso e respinto alla frontiera dalla polizia croata. Hanno fatto 80 km a piedi, sono esausti e scoraggiati per non dire disperati. Gli diamo cibo, scarpe e cure per i lividi e le piaghe ai piedi.

Lorena F. (il cuore di Linea d’Ombra, con cui viaggiamo) medica e poi massaggia delicatamente il piede di un uomo e lui piange. Nessuno l’aveva mai accarezzato così, dice, nemmeno sua madre. Due donne del villaggio si avvicinano portando pane e un po’ di soldi, parlano emozionate in bosniaco e poi ci abbracciano. E prima di salutarci (dopo aver allertato la Croce Rossa perché vengano loro incontro e li riaccompagnino al campo di Biach), il ragazzo regala una caramella a ciascuno di noi in un gesto di ringraziamento.

A Velika Kladusa incontriamo i ragazzi di NNK (No Name Kitchen), un’associazione di volontari nata in Serbia. Quasi tutti giovani e giovanissimi, pieni di entusiasmo e di energia, sono un fluido benefico. Vengono da diversi paesi europei, se pur con origini miste. Anche loro combattono un sistema e su questo confine incontrano coetanei, altrettanto giovani, che fuggono da dove sono nati perché là non si può più vivere. Ci accompagnano nelle case abbandonate e diroccate, gli squat, sparsi per la campagna dove vivono per qualche tempo gli invisibili nell’attesa di riprovare il “game”. Li aiutano come possono: vestiti, coperte, scarpe, cibo, acqua. «Non puoi fermare i migranti, sarebbe come voler fermare il vento», dice Mirko il coordinatore dei ragazzi.

Stiamo prendendo il the con un gruppo di afghani, nel loro rifugio. C’è una videochiamata: l’amico che ce l’ha fatta sta in Italia, lavora in una cucina, come suggerisce il grembiule che indossa. Allora è possibile, c’è speranza! Tra di loro c’è anche un ragazzo giovanissimo, ha 16 anni e da 5 anni è in viaggio, anche lui ha tentato più volte il “game”, l’ultimo confine, ma gli hanno portato via anche i documenti. Piange raccontando che è sua mamma che ha insistito perché partisse, la famiglia ha messo insieme i soldi e lo hanno affidato una carovana di compaesani che si dirigeva verso l’Iran e poi Turchia (oltre la catena del Grande Ararat 5.137 mq, il picco più alto).

Un simpatico e vitale uomo iracheno ci offre il melograno e il the, come un perfetto ospite. «Il melograno fa bene lo so, io ero fisioterapista nella mia città, Nassiriya, ho lasciato i miei due figli alla nonna, non è bene trascinarli in un viaggio del genere, mia moglie e un altro figlio sono morti. Così è la vita!».

Abukar viene dall’Algeria, ma non ha fatto la rotta via mare verso la Sardegna perché è troppo costosa (si parla di 10mila euro a persona). Ha preferito passare dalla rotta Balcanica, ma ora non riesce a superare il confine. È molto scoraggiato e depresso, sul muro ha scritto: “All men die but not all men really live”. Però facciamo insieme una partita a carte, vince la nostra Betta che è una pokerista.

Nella graziosa cittadina di Biach incontriamo Annette, una giovane donna francese che vive qui dove ha trovato il suo amore e ora hanno un piccolo bambino. Da qualche anno porta avanti un progetto culturale e artistico che coinvolge chi vive a Biach e chi ci passa, un progetto che mira a superare i confini mentali e culturali. Una lotta per abbatterli. Obiettivo non facile.

Sulla via del ritorno passiamo per Zagabria, cioè per il campo di prima accoglienza alla periferia della città, dove Lorena e Gian Andrea vogliono incontrare Arien, un giovane uomo iraniano che nelle gambe spezzate porta tutto l’orrore di un gioco al massacro, giustificato, accreditato nel nostro avanzato sistema politico. Mentre lo salutiamo, con grandissima sorpresa e gioia ci vengono incontro alcuni membri di una numerosissima famiglia kurda, che avevamo incontrato a Velika Kladusa in uno squallido squat dove erano minacciati da un vicino instabile e violento.

Tutti arrivati a Zagabria, ospiti della struttura per le famiglie che richiedono asilo, dalla nonna ai bambini. Ci abbracciamo troppo emozionati. Hanno superato la barriera un po’ a piedi, un po’ in taxi, un po’ in bus guidati dai passeur, cui pagano cifre inverosimili (fino a 4mila euro a persona). E mi vengono alla mente altre famiglie in fuga verso la Svizzera 80 anni fa, unico luogo di salvezza, di cui ho raccolto le ultime testimonianze.

Dopo una settimana torniamo nella piazza della stazione di Trieste da dove siamo partiti: uno snodo verso l’Europa.

Arrivano stanchi, massacrati ma pieni di speranza, aspettative e illusioni. Siamo in Italia! – ci dicono – finalmente liberi, liberi di muoversi, di andare, di ricongiungersi con le famiglie, di lavorare, di vivere.

Chiacchiero con un bel ragazzo cubano, a cui diamo delle calze fini che non sa come infilare, è quasi elegante si direbbe sia in tournée. Tutto felice mi racconta dei suoi progetti, passerà a Roma a vedere una zia, poi andrà in Francia e Spagna «come? – gli chiedo – come pensi di passare la frontiera con la Francia, se non hai più nemmeno il passaporto, su per le montagne nascosto tra il bosco e le piste da sci?».

Sono sconcertata dalla presenza di cubani. Ce ne sono diversi sulla rotta europea, perché loro hanno il visto per la Serbia, o la Russia o la Bielorussia, dove in questi mesi si sono ritrovati intrappolati con altri disperati nella foresta al confine polacco. È Ismail, prezioso mediatore culturale pakistano che vive a Trieste ed è attivista di Linea d’Ombra, che gli spiega come fare, da dove passare, dove trovare aiuto presso i volontari (nascosti anche loro, pena favoreggiamento alla migrazione), dove prendere l’autobus e comprare il biglietto a Bardonecchia.

Lorena come tutti i pomeriggi (estate, inverno, freddo, caldo, Bora che soffia) è presente con il suo noto carrettino verde per il primo soccorso: medica piedi e mani, distribuisce medicine e amore. I volontari collaborano con soldi, vestiti, telefonini… perché gli invisibili possano ripartire, via Flixbus o treno, verso il loro futuro.

Sono pubblicista e videomaker, ancora prima che il mio appassionante mestiere fosse definito cosi. Dal 1974, anno del primo viaggio in Africa, in Somalia, realizzo documentari su tematiche sociali, antropologiche e storiche. Ho collaborato con diverse redazioni per programmi d’informazione e cultura, attualmente video-documento tutte o quasi tutte le iniziative che accadono nel sud della città (ma anche altrove).

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