Dal San Paolo al Michelangelo: la prima chiacchierata con Tommaso, abitante della Barona

Tommaso ora sta bene, la tosse lo perseguita solo se parla a lungo al telefono – come ora con me. In ospedale gli hanno consigliato un farmaco per sedarla, per lui è più importante fluidificare

Tommaso ora sta bene, la tosse lo perseguita solo se parla a lungo al telefono – come ora con me. In ospedale gli hanno consigliato un farmaco per sedarla, per lui è più importante fluidificare il catarro con l’aerosol per espettorarlo. Già, per anni ha trattato prodotti farmaceutici, guarda caso proprio per i reparti di terapia intensiva e anestesia, cardiochirurgia e oncologia per la terapia del dolore («allora la morfina era tabù, il pretesto per negarla era per monitorare il paziente!»). Quella che segue è una lunghissima chiacchierata “liberatoria”, le sue osservazioni sono da paziente ma anche da competente aduso a termini medici.
«Con il coronavirus ho subìto un danno a livello polmonare e ai bronchi, conseguente a un grave processo infiammatorio con relativa importante produzione di secreto. Probabilmente sono stato colpito da un’aggressione virale decisamente massiva, perché con minore carica batterica l’organismo nella grande maggioranza dei casi elimina il virus senza grossi problemi».

Tommaso La Marca è  confinato al Michelangelo, l’hotel a quattro stelle a pochi passi dalla stazione Centrale che ha aderito al progetto #iorestoacasa del Comune di Milano. È la prima struttura privata di accoglienza che dal 30 marzo ospita persone in quarantena convalescenti Covid-19 e positivi. Attualmente sono oltre 200 tra dipendenti comunali e familiari, dipendenti delle Forze dell’Ordine che non hanno alloggi idonei alla quarantena, altri ancora come i senza fissa dimora. Il presidio infermieristico è h24, mentre i medici sono tutti volontari, di Emergency e altre organizzazioni che passano due volte al giorno e all’occorrenza visitano. Per Tommaso tornare a casa sarebbe stato un problema, moglie e figlia in quarantena per una forma leggera e suocera ammalata in forma più impegnativa.

Come hai fatto a inguaiarti con il covid? È la prima domanda che gli rivolgo facendogli il verso al suo whatsapp di tre settimane fa con cui mi avvertiva d’essere finito in ospedale e d’essere molto preoccupato per la sua coltivazione di bonsai abbandonata a sé stessa.
«Credo in un negozio, ero rimasto in coda fuori con il numerino, poi quando sono entrato è arrivata una persona con una tosse molto forte… ovviamente è una supposizione… Dopo pochi giorni ci siamo ammalati tutti, io sono stato ricoverato d’urgenza all’ospedale San Paolo perché facevo fatica a respirare, ho passato due settimane in terapia sub-intensiva e 11 giorni in medicina. Alle dimissioni non mi hanno fatto tamponi o test sierologico ma avevano già prenotato una stanza all’albergo Michelangelo. Una bella stanza grande con bagno e doccia, e tutto l’occorrente per tenerla pulita e igienizzarla, e il ricambio di lenzuola e asciugamani». Per ragioni di sicurezza non può uscire dalla stanza, ma dalle foto che mi invia ha tutti i confort tipici di un ottimo albergo.

«Vuoi vedere una mia foto con il casco CPAP?» Non mi aspettavo la domanda. Sono caschi collegati a una macchina per la ventilazione non invasiva, una strategia terapeutica che ha salvato moltissime vite in emergenza Covid-19. Guardo la foto e quasi non lo riconosco tanto è gonfio il suo viso. «Attraverso il casco passano aria e ossigeno a forte pressione – mi spiega – paradossalmente sembra di soffocare, di morire, vorresti strapparti tutto… i polmoni sono collassati pieni di muco, il cuore è accelerato al massimo, 150 battiti al minuto, sembra che ti sfugga di mano la vita… il processo infiammatorio porta al collasso i polmoni perché gli alveoli non funzionano, col casco la pressione positiva dell’aria aiuta gli alveoli ad aprirsi migliorando la saturazione di ossigeno del sangue legato ai globuli rossi… Purtroppo il casco poggia sulle spalle e mi ha provocato un forte arrossamento sulla pelle, quasi una piaga da decubito che alla fine un’infermiera ha risolto applicandomi un cerotto molto spesso».

Le sue parole, alternate ad accessi di tosse, non si fermano, sono come una liberazione. Gli domando al di là della sofferenza fisica, come avesse vissuto il rapporto con medici e infermieri con le loro armature spaziali e l’assenza, la lontananza dai familiari.
«In terapia intensiva medici e infermieri sono fantastici, sia loro che noi abbiamo il volto coperto dalle maschere, eppure con gli occhi riescono a supportarci, cercano di stimolarci con la voce, a volte con carezze sul braccio. I loro occhi trasmettono fiducia ma anche sofferenza e disagio, in loro c’è una notevole sofferenza, lo percepisci dagli sguardi, dai discorsi che fanno tra loro mentre cercano di aiutarti». Tommaso parla al presente, troppo vicine le lunghe giornate trascorse in terapia sub-intensiva. «Senti che sono fortemente coinvolti quando vedono il peggioramento dei pazienti nonostante i loro sforzi, come il loro non farcela. Un giorno eravamo rimasti in due nella camerata, ci dissero: “Voi siete la nostra speranza”, eravamo quelli messi meglio! L’adrenalina scorre di continuo nelle loro vene e nelle nostre. Difficile raccontarlo».

Tommaso  prende respiro, poi prosegue: «Dal punto di vista emotivo sei isolato, sei solo per tantissime ore, perso nei tuoi pensieri, con allarmi che scattano di continuo, manca il sorriso di un volto scoperto, manca un contatto rassicurante, il contatto di una carezza è un conforto, qualcuno lo esprime con gli occhi, sono piccoli supporti ma importantissimi nei momenti in cui credi di non farcela, come quando scrissi a mia moglie, perché non riuscivo a parlare, di stare vicina alla figlia e di prepararla, perché le dicevo che non sapevo se ce l’avrei fatta, ecco in quei momenti se arriva una persona positiva è importante. Mia moglie, Marinella, non riusciva a parlare con i medici, le avevano detto che ero in prognosi riservata, poi quando mi hanno trasferito nel reparto di medicina mi hanno portato un tablet e così abbiamo iniziato a videochiamarci. In certi giorni mi angosciava il pensiero dei miei bonsai abbandonati dopo anni e anni di lavoro, e non immagini il piacere che ho avuto nel rivederli ancora in una buona salute nelle foto che mi inviavi. Una mattina quando rividi una dottoressa che si era assentata per un giorno, lei mi disse: “Non ci crederà, ma era il primo giorno dopo un mese di lavoro e avevo bisogno di staccare!”».

Quanto tempo dovrai rimanere qui? «È determinato dai tamponi: dopo 14 giorni fanno il primo e solo al superamento del secondo danno il via libera. Ora però l’hanno portato a 28 giorni, quindi dovrei fare il primo tampone il 23 aprile e il secondo il 27. Se negativo il 28 sarò a casa». Pausa… «Sai, sono contento di poterlo raccontare: sono stato davvero male». Sono turbata e felice che sia riuscito dirlo, poi prosegue da competente: «Il percorso è influenzato dalla carica virale assimilata, più assumi il virus patogeno più stai male, con una decina di virus nemmeno te ne accorgi, ma con milioni, miliardi di virus…è tutto un altro mondo».

Tommaso, un’esperienza molto dura e forte la tua, avendola vissuta dall’interno, sulla tua pelle e su quella della tua famiglia, quali considerazioni ti sei fatto in questi giorni?
«Purtroppo scontiamo scelte sbagliate, in particolare in Lombardia: riduzione posti letto, dislocamento e accentramento di strutture, riduzione di medici e infermieri. Ho notato una notevole impreparazione nonostante ci fossero le linee guida: quelle a livello nazionale del 2011 erano state aggiornate nel 2018, comunque non sono state seguite. Tutto l’apparato sanitario nazionale, regionale e singole Ast dovevano prepararsi, invece sono tutti andati allo sbaraglio. Per primi gli ospedali dovevano avere una preparazione diffusa in modo massivo. Invece non avevano materiale a sufficienza e quello che c’era non era idoneo. Erano costretti a utilizzare maschere chirurgiche che non filtrano nei due sensi e dopo quattro ore non filtrano più nulla. Se avessero avuto le visiere potevano anche bastare, ma non avevano nemmeno quelle. Sono stati colti tutti impreparati. Occorre rivedere tutti gli aspetti strategici: non mancavano solo mascherine, ma anche macchine per la ventilazione, caschi monouso che purtroppo vengono riutilizzati. E i triage».

Hai lavorato per anni con gli ospedali, quindi hai vissuto il cambiamento nella fase iniziale, da esperto cosa è successo?
«In Lombardia è stato fatto un forte investimento sui privati. La maggior parte delle cliniche non ha neanche reparti di terapia intensiva e rianimazione, e comunque con posti limitati; la Regione ha preferito investire nelle cardiochirurgie, reparti molto remunerativi. A suo tempo ho assistito a un incredibile proliferare di questi reparti e assai raramente all’apertura di quelli a bassa remunerazione. Gli interventi di cardiochirurgia aumentarono così tanto che la Regione ha dovuto mettere un tetto mensile oltre i quali non li rimborsa più. Guarda caso gli interventi calarono drasticamente. I privati sono stati invece obbligati a tenere il Pronto Soccorso, che però è inutilizzabile se arriva un paziente infettivo e non c’è il reparto di terapia intensiva. Sarei curioso di sapere quante cliniche convenzionate dotate di terapia intensiva hanno accolto pazienti Sars Cov2!».

Hai qualche informazione in più riguardo al prolungarsi della carenza di mascherine?
«Sì, c’è stata una mancata programmazione: le mascherine in Italia avevano costi di produzione elevati, per cui la produzione è stata demandata in  Cina. Al sopraggiungere del coronavirus Germania e Francia comprarono gli stock prima di noi a costi inferiori e in quantità superiori. In Germania c’è un hub di arrivo merci dalla Cina, quando sono arrivati li hanno semplicemente bloccati. Poi il blocco dalla Turchia…».

Hai seguito anche il caso delle Rsa? «Sì, le Rsa non sono strutturate in alcun modo per separare all’occorrenza padiglioni o reparti. Certo non erano obbligate ma la prospettiva di 165 euro a ospite era allettante. Così hanno accettato il trasferimento dagli ospedali dei pazienti Covid-19 per la convalescenza. Non solo, hanno lasciato libero l’ingresso ai parenti, gli infermieri e medici venivano dall’esterno, tutti senza ausili, senza barriere contro il virus, queste cose le capisce anche un bambino».

Tommaso vorrebbe parlare ancora di tanto altro, della riforma della medicina di base e dei novelli “gestori unici”, una terminologia che proprio non gli va giù… ma bussano alla porta della stanza, è l’ora del pranzo. Ci salutiamo, ne parleremo quando tornerà a casa dalla sua famiglia che dall’altra parte della barricata ha vissuto tra ansie, silenzi  e attese giorni altrettanto complicati.  Tommaso spegne il telefono per mettersi la mascherina prima di aprire la porta e ritirare il vassoio. Dalla foto che mi invia vedo lasagne alla bolognese, un piatto di formaggio e puré di verdure: tutto incellofanato e preparato da Milano Ristorazione, la società che effettua il servizio delle mense scolastiche. «Sai, ho perso molta massa muscolare – mi aveva detto – forse 12 chili, perché con i sondini ti nutrono ma non è la stessa cosa. Qui ora li sto riprendendo anche se molto lentamente». Buon pranzo Tommaso! E non preoccuparti per i tuoi bonsai. La primavera è clemente quest’anno.

Giornalista per caso… dal 1992, per una congenita passione per la fotografia. Dalle foto ai testi il passo è breve: da riviste di viaggio e sportive ai più quotati femminili e quotidiani nazionali sui temi del mondo del lavoro. Ho progettato e gestito newsletter di palestre e centri fitness. Ora faccio parte degli intrepidi inviati di Milanosud.

Recensioni
NESSUN COMMENTO

SCRIVI UN COMMENTO