@ Quando il processo di formazione del consenso rischia di essere antidemocratico

Che internet e social media abbiamo cambiato in pochi anni la comunicazione e con essa la formazione del consenso, è cosa ormai nota a tutti. Aziende, politici e istituzioni vi si sono infatti buttati a

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Immagine 4Che internet e social media abbiamo cambiato in pochi anni la comunicazione e con essa la formazione del consenso, è cosa ormai nota a tutti. Aziende, politici e istituzioni vi si sono infatti buttati a capofitto, per raggiungere con campagne marketing o politiche i 31 milioni di utenti italiani attivi sui social media, 24 milioni dei quali usano Facebook ogni giorno. Numeri enormi, che hanno determinato un nuovo universo comunicativo, nel quale tutti si muovono, per incontrarsi e scambiarsi informazioni, spesso senza la consapevolezza di quali siano le dinamiche e le regole attraverso le quali i social media determinano questo enorme flusso informativo. Ad “aprirci gli occhi” su questa, che è una questione centrale per le nostre democrazie che, non dimentichiamolo, si basano proprio sul consenso, ci giunge in soccorso il libro “#Republic.com, la democrazia all’epoca dei social media” di Cass R. Sunstein, professore di Harvard, giurista, per tre anni nello staff del presidente Barack Obama. La tesi di dell’autore – che non demonizza i social media ma li considera una grande opportunità se sapranno adattarsi alle regole della democrazia – è che gli algoritmi e le regole di relazione che definiscono la profilazione degli utenti tipica di internet e dei social media, determina fortemente il flusso informativo nel quale ognuno di noi si trova ad agire, limitando fortemente l’apertura a pensieri e comportamenti diversi dal proprio. Nei fatti chi naviga su internet e frequenta i social media, se non ne ha consapevolezza e non attua misure minime di prevenzione, si trova sul desktop esattamente quello che corrisponde ai propri interessi ed è coerente con i propri comportamenti. D’altronde tutti abbiamo fatto l’esperienza di cercare online un libro di un determinato autore o su un preciso argomento e nelle settimane successive ricevere dalla rete proposte sempre quello stesso autore, argomento o su temi molto simili. Ma se queste logiche di marketing possono funzionare per i “consumer” che cercano pacchetti viaggio, scarpe o dispositivo elettronici (anche su questo. a dir la verità, ci sarebbero dei dubbi), per la formazione di un’opinione politica nel senso più ampio del termine sono un problema. Se a questo si aggiunge – Sunstein lo dimostra portando a supporto ricerche e indagini sociologiche (ma chiunque sta su Facebook lo sperimenta ogni giorno) – che il confronto continuo tra opinioni simili inibisce la capacità di ascolto, il riconoscimento di legittimità e l’attitudine alla negoziazione, radicalizzando sempre più le posizioni, appare evidente come tutto questo sia un vulnus che mina le democrazie moderne nelle loro fondamenta. Senza poi contare – e Sunstein ne parla diffusamente citando esempi degli ultimi anni molto interessanti – il problema delle campagne di fake news create ad arte, il fenomeno delle cybercascades (consenso e informazioni che si creano non sui fatti ma per affiliazione e riconoscimento reciproco dei diffusori), la difficoltà a confrontarsi con una corretta informazione e a distinguere le opinioni dai fatti. Considerati il calo di prestigio e diffusione della stampa, finora mediatori e luogo di incontro di opinioni per eccellenza delle democrazie, in chiusura del suo libro Sunstein fa una proposta. Preso atto del ruolo rilevante per la vita delle democrazie della rete internet e dei social media, occorre che gli Stati impongano ai giganti del web regole giuridiche e pratiche che consentano l’apertura a posizioni diverse, perché “gli incontri imprevisti e imprevedibili sono fondamentali per la democrazia stessa” e cita a modello di luoghi tipicamente democratici in cui si possono incontrare tutte le opinioni il foro romano o gli speaker corner inglesi e americani. Soprattutto Sunstein pensa alla creazione di spazi web non determinati dagli algoritmi che regolano attualmente il flusso informativo della rete, che chiama “deliberative domains”, in cui gli utenti possano confrontarsi e trovare tutti gli strumenti per deliberare, trasformando differenze e conflitti politici da esclusivi fattori di divisione a occasioni costruttive. Allo stesso tempo sostenendo, anche attraverso enti terzi, spazi di informazione neutrale e certificata, e imponendo ai siti più partigiani collegamenti con siti con posizioni diverse. Proposte difficili da realizzarsi sia da un punto di vista tecnologico che politico, che hanno comunque il grande pregio di avviare una riflessione sul rapporto tra social media e democrazia, per troppo tempo sottovalutato.

Stefano Ferri

#Republic.com. La democrazia nell’epoca dei social media
Cass R. Sunstein Il Mulino, anno edizione: 2017
Pagine: 337
18,70 euro

Laureata in Scienze dei Beni Culturali, blogger appassionata di cinema e teatro, talentuosa grafica e webmaster, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide, forte della sua estrazione umanista veste con grazia e competenza le testate digitali e su carta di Milanosud.

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