DOCUMENTARIO – INTERVISTA “I ragazzi del Tahrib”. Persone dietro i numeri: le tragiche odissee di giovani somali in viaggio verso l’Italia

Il documentario intervista è frutto di un lavoro di ricerca e video documentazione condotto da Luca Ciabarri, antropologo, e da me, Elena Bedei, documentarista, nell’estate del 2019 in uno Sprar di Milano sul fenomeno della

Il documentario intervista è frutto di un lavoro di ricerca e video documentazione condotto da Luca Ciabarri, antropologo, e da me, Elena Bedei, documentarista, nell’estate del 2019 in uno Sprar di Milano sul fenomeno della migrazione somala come fenomeno sociale: Il Tahrib, che in arabo significa ‘contrabbando di merce’ e in somalo ‘viaggio irregolare’.  il viaggio che fanno molti ragazzi del Corno d’Africa non solo per scappare da una situazione di pericolo, ma anche per cercare una vita migliore. (clicca qui per vedere subito il documenario-intervista su Arcoris tv).

Nel laboratorio di auto-narrazione video alcuni giovani migranti somali si raccontano: dal viaggio all’interno della guerra civile libica (in questo rappresentando una “stagione” del Tahrib ben diversa rispetto le generazioni precedenti), ai loro tentativi di integrazione in Italia e in altri paesi europei. 

Ahmed, Hassan, Abdulaziz, Guled, Nuur sono parte delle molte persone giunte in Italia via mare tra il 2014 e il 2017 (circa 620.000). Al loro arrivo hanno fatto richiesta di protezione internazionale, hanno soggiornato in centri di accoglienza temporanea (Cas) e hanno avuto, mesi dopo, un permesso di soggiorno per asilo o per protezione sussidiaria. A questo punto avrebbe dovuto cominciare per loro un percorso di integrazione e di inserimento nel tessuto sociale e nel mercato del lavoro della durata di 6 mesi, entro una struttura di seconda accoglienza: lo Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, modificato in Siproimi e ora in Sai).

Le loro storie tuttavia raccontano un percorso molto meno lineare e certo molto più fragile e precario.

Dopo anche 6 anni dal loro arrivo si chiedono che esperienze hanno vissuto, in cosa è consistita la loro “integrazione”, che formazione hanno ricevuto.

Non domande retoriche, ma piuttosto auto-riflessioni che angosciano i ragazzi: dopo uno o due mesi, a seconda dei casi personali, il loro periodo di permanenza nella struttura di accoglienza stava finendo. Che percorso di inserimento hanno potuto costruire nel frattempo? Dove si troveranno a vivere?

Nel periodo degli incontri con i ragazzi, dopo l’approvazione dei due Decreti Sicurezza del primo Governo Conte, questa precarietà è stata accentuata dal sostanziale smantellamento di molte strutture di accoglienza e dall’indebolimento di quelle rimaste.

Dai racconti dei ragazzi, i percorsi di riconoscimento ed accoglienza sembrano modi per guadagnare tempo, alleggerire il sistema, preparare ad occupazioni di basso livello: “Ci hanno fatto fare un po’ di giri in Europa, poi ci hanno ripreso, poi pian piano ci sbattono per strada”. Dei ragazzi che abbiamo incontrato abbiamo perso le tracce, probabilmente hanno di nuovo provato a raggiungere altri luoghi in Europa. Solo Hassan, il narratore della storia, aveva trovato lavoro, ma anche di lui non è reperibile. Molti di loro sopravvivono sotto una tettoia in piazza. Maciachini

Le tematiche affrontate

L’amicizia, l’aiuto, i sospetti

Nella casualità dei loro percorsi, i migranti intrecciano incontri, amicizie, azioni di solidarietà e di mutuo aiuto. “Milano sembra straniera, non si vede la Somalia.  Dove sono i somali arrivati prima di noi? Si vedono senegalesi, egiziani, cinesi, hanno ristoranti, money transfer, ma dove sono i somali? I senegalesi parlano bene il francese, perché noi non parliamo l’italiano?” si chiedevano i ragazzi.

Il viaggio, il Tahrib

Originariamente in lingua araba Tahrib si applicava alle merci e significava contrabbando, poi ha anche assunto il significato di contrabbando di persone. Il termine è entrato nella lingua somala col significato di emigrazione illegale, senza documenti, ad indicare il viaggio che fanno molti ragazzi e ragazze per scappare da una situazione di pericolo, un viaggio terribile in cui diventano merce umana per i trafficanti e merce di propaganda per i governanti.

Trattato di Dublino

Una volta giunti in Italia, il viaggio non si ferma e in molti casi prosegue verso altri paesi europei. Questi movimenti sono determinati dalle differenze nelle prospettive di lavoro e soprattutto nei sistemi di accoglienza ed integrazione presenti in altri paesi, le cui informazioni circolano velocemente e confusamente tra i ragazzi migranti. In alcuni casi i ragazzi si dirigono verso paesi dove già vivono comunità di giovani somali. Lo Stato Italiano, cui competerebbe l’obbligo di assicurare un percorso di integrazione ai richiedenti asilo, permette questi transiti. L’applicazione per decenni di questo sistema fa sì che i ragazzi che arrivano in Italia abbiano da subito in mente l’idea di proseguire il loro viaggio. Se rintracciati negli altri stati europei, per via del regolamento europeo di Dublino e della banca dati di impronte digitali e dati biometrici che vi è collegata, i migranti vengono rimandati in Italia, obbligando le persone a stare in un paese che offre poca accoglienza e limitate opportunità di lavoro, e dal punto di vista dell’integrazione, a ricominciare tutto daccapo.

Lavoro

In Somalia, 30 anni di conflitto, inizialmente guerra aperta e poi conflitto a varie intensità (il “conflitto protratto”), significano l’emergere di una generazione che nel suo percorso di formazione ha accumulato forme strutturali di fragilità nel campo educativo, sanitario, professionale, familiare, in un contesto in cui la ricostruzione delle strutture scolastiche è molto frammentato ed eterogeneo, al pari della possibilità di accumulare percorsi professionalizzanti e competenze specifiche. Gli stage e percorsi di formazione frequentati attraverso il sistema dell’accoglienza, pensati per una collocazione nelle fasce più basse del mercato del lavoro, non aggiungono particolari professionalità.

Nel sistema premiale dell’assistenza rimane chi ha trovato un inserimento, mostra motivazioni, mostra autosufficienza, questo rischia di produrre il paradosso di escludere i più fragili.

Sono pubblicista e videomaker, ancora prima che il mio appassionante mestiere fosse definito cosi. Dal 1974, anno del primo viaggio in Africa, in Somalia, realizzo documentari su tematiche sociali, antropologiche e storiche. Ho collaborato con diverse redazioni per programmi d’informazione e cultura, attualmente video-documento tutte o quasi tutte le iniziative che accadono nel sud della città (ma anche altrove).

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