Don Giovanni lascia il Gratosoglio. A settembre andrà a Quarto Oggiaro, nella parrocchia di Santa Lucia

La Curia ha deciso: don Giovanni, vicario delle chiese di San Barnaba e Maria Madre della Chiesa di Gratosoglio, da settembre sarà a Quarto Oggiaro, dove assumerài compiti di vicario nella comunità pastorale di Santa

La Curia ha deciso: don Giovanni, vicario delle chiese di San Barnaba e Maria Madre della Chiesa di Gratosoglio, da settembre sarà a Quarto Oggiaro, dove assumerài compiti di vicario nella comunità pastorale di Santa Lucia. Al suo posto, a seguire i ragazzi degli oratori di Gratosoglio e Missaglia, verrà incaricato un gruppo di adulti e di giovani laici, che opererà sotto la guida di don Alfredo.

La notizia, seppure attesa, ha rattristato molte persone. Don Giovanni, con il suo modo di essere schietto, entusiasta e aperto lascia un grande vuoto. Non solo tra i fedeli e i giovani, ma anche tra gli abitanti, nelle scuole, nelle associazioni e nelle istituzioni che in questi nove anni hanno avuto in lui un forte punto di riferimento nella lotta per rendere più giusto, accogliente e bello il quartiere.

Don Giovanni è arrivato a Gratosoglio a 35 anni, nel settembre del 2013, dopo dieci anni passati in Barona, prima alla parrocchia dei SS. Nazaro e Celso in via Zumbini, a cui poi si sono aggiunte anche le parrocchie Santa Bernardetta e San Giovanni Bono. «In fondo non ho fatto altro che attraversare il Naviglio per arrivare al Grato!» ci spiega sorridendo prima dell’intervista

Dongio, come lo chiamano i ragazzi dell’oratorio, è quello che una volta veniva definito un “prete di strada”. I suoi maestri di fede, nella più genuina tradizione ambrosiana, sono: «Carlo Maria Martini per cui nutro una vera e propria venerazione e il cui magistero, sono sicuro, ha ancora tanto da dire alla Chiesa di oggi, don Tonino Bello, prete e poi vescovo attentissimo a temi della poverta,̀ del disarmo e della pace, Charles De Foucauld, recentemente santificato, pioniere del dialogo interreligioso Cristiano-Musulmano e don Roberto Rondanini, di cui sono stato coadiutore in Barona».

Tra le personalità laiche invece chi sono i tuoi ispiratori?

«Il giudice Giovanni Falcone, Danilo Dolci (leader del movimento non violento negli anni ’50-’70 – NdR) e, fra i molti giusti che ho avuto l’onore di conoscere, l’allora generale Jovan Divjak, che difese Sarajevo durante l’assedio e che nel 1994 fondò̀ un’associazione che, indipendentemente dall’appartenenza etnica, distribuisce borse di studio (nella foto in alto con don Giovanni a Sarajevo».

Nove anni al Gratosoglio non sono pochi, cosa porti con te a Quarto Oggiaro?

«Porto con me storie bellissime di ordinaria santità e l’impegno di molte persone del quartiere e di fuori Gratosoglio, ma che vi lavorano come se ci vivessero, per renderlo un posto di dignitosa qualità: insegnanti della scuola Arcadia, responsabili e operatori delle diverse cooperative e associazioni e tanti volontari delle parrocchie e non solo. Porto con me il volto dei giovani che ho avuto la Grazia di accompagnare e di cui custodisco tutte le loro storie, felici o meno. Ma porto via anche la rabbia necessaria e mai domata che mi aveva spinto a immaginare con altri operatori una rigenerazione educativa, sociale e urbana del quartiere e che si è continuamente arenata per l’incapacità al dialogo delle istituzioni più alte e la frammentazione in cui vive spesso il terzo settore. Porto infine con me la sofferenza di chi in quartiere non riesce a spiccare il volo, che vive, suo malgrado e inconsciamente, uno scarto rispetto ad altri cittadini di Milano: penso in modo particolare alle seconde e terze generazioni che mancano dei necessari strumenti linguistici e culturali e che li relegano, praticamente, ad essere cittadini di serie B. Da questa presa di coscienza intollerabile per un pastore d’anime era nato il Campus della Pace, tutt’altro che un meeting culturale fatto in periferia, ma un urlo perlanciare l’allarme di una situazione che, pur se adesso latente, si rivelerà potenzialmente devastante».

Don Giovanni parla ai ragazzi al Campus della Pace di quest’anno.

Sei stato protagonista di tante iniziative con i giovani, ce ne sono alcune che ti sono più care?

«Certamente ci sono state iniziative più eclatanti e meno ordinarie come il Campus della Pace o la missione in Stazione Centrale a favore dei profughi della rotta balcanica; ugualmente i viaggi a Sarajevo con le scuole e con l’oratorio. Ma anche tante piccole attività ordinarie come i campi estivi, i momenti di preghiera con alcuni ragazzi o le semplici cene a casa mia con i gruppi dei giovani animatori per progettare il cammino formativo dei più piccoli: veri momenti di allegria e di riflessione fusi assieme».

Quale messaggio ti senti di inviare alla comunità parrocchiale che stai lasciando?

«Alle mie due parrocchie vorrei rivolgere l’augurio di continuare a essere assieme una ricchezza l’una per l’altra, senza svilire la propria identità. San Barnaba con il suo volto più tradizionale merita di crescere nel solco di chi da secoli l’ha amata e custodita e oggi di corrispondere al volto di “Chiesa in uscita” che Papa Francesco ci ha indicato; a Maria Madre auguro, con tutte le sue forze e l’ausilio di chi ama quella fetta di quartiere, di sperimentarsi come un laboratorio di pastorale inedita, volta all’integrazione di genti di altri Paesi. Infine, assieme, auguro loro di essere segno per il quartiere, attore dialogante con la società civile e non cittadelle arroccate in una pratica religiosa ormai desueta. C’è una liberazione che attende i poveri e che non può essere affidata solo a Dio per l’ultimo giorno!».

E al quartiere?

«Vorrei che in quartiere si lottasse per la difesa della dignità di chiunque lo abita ma a partire non da dosi mortifere di assistenzialismo quanto piuttosto dalla promozione di un agito con e per i poveri».

Una serata del 2021 con i senza dimora alla Stazione Centrale

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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