Eco e la leggerezza della morte

Nel felpato e rispettoso omaggio che Vittorio Messori (Corriere della sera, 21 febbraio) ha reso a Umberto Eco, ritorna, insistente, un tema caro alla pubblicistica crociata: quello della morte come “scommessa per eccellenza”, aperta ad

eco

Nel felpato e rispettoso omaggio che Vittorio Messori (Corriere della sera, 21 febbraio) ha reso a Umberto Eco, ritorna, insistente, un tema caro alla pubblicistica crociata: quello della morte come “scommessa per eccellenza”, aperta ad esiti imprevedibili. E per questo generosa di empiti redentivi.

Ma più che deplorarne la perdita della fede, Messori non sapeva capire le ragioni per cui un uomo di genio come Eco considerasse la morte con una insolente levigatezza che smonta e quasi ridicolizza la cupa, terrifica teatralità del passo estremo.

Ma che Eco non considerasse la morte come la riconsegna dell’anima al legittimo proprietario, oppure l’incontro, sulle soglie dell’Ade, con Gesù Cristo, non è sorprendente né incomprensibile.

A un apostolo della redenzione può sembrare che la morte sia, specie per uomini di elevata spiritualità come Umberto Eco, la chiusura di una partita che non ammette deconcentrazione.

Ma perché uno che ha vissuto, intensamente, con lo svagato sorriso delle vicende liete e la contenuta afflizione di quelle tristi, tenendosi diligentemente distante da eccessi ed enfasi, dovrebbe caricare il suo trapasso di lugubri paludamenti viola, di tetri ripiegamenti sulla drammaturgia del passo estremo, col tratto disperante di Edgar Allan Poe o la folgorazione della luce redentrice?

Perché, se la morte è la grande scommessa, uno non deve giocarsela con la stessa joie de vivre con cui si è giocato l’esistenza?

Questa idea della morte che rimescola il senso della vita e induce – deve indurre – l’uomo alla più greve serietà come anticamera dell’assoluto, ricorre nell’apostolo Messori, di cui ho trovato in internet un articolo di qualche anno fa in cui si diceva rattristato perché Eco, in una intervista, aveva dichiarato che, “certo, quella di morire è un’usanza spiacevole cui tutti prima o poi sono chiamati, ma l’importante è affrontarla con leggerezza”.

Leggerezza! Come pesa questa leggerezza a Messori, che, a estremo corredo del suo disappunto, notava come Eco avesse soggiunto che gli sarebbe piaciuto “finire con ironia, come non so quale letterato americano le cui ultime parole, sul letto di morte, furono la richiesta che gli portassero uno stuzzicadenti”.

A differenza di Eco, Messori trovava assai poco divertente l’idea di un epilogo con lo stuzzicadenti in bocca. Ma l’autore di quella stravagante richiesta – che non era americano, bensì il geniale drammaturgo francese Alfred Jarry – non sarebbe rimasto nelle cronache dell’ironia se avesse chiesto una sigaretta, come (forse) avrebbe fatto Humphrey Bogart.

Ma, aneddotica a parte, mi domando che cosa renda un uomo grande in morte, più di quanto non lo sia stato in vita, ammesso che questo tentativo si debba compiere.

Però, incuriosito dalla ossessione di Messori, sono andato a cercare, un po’ qua e un po’ là, le ultime parole famose, quelle, insomma, pronunciate in limine vitae, da personaggi rimasti nella storia.

L’impressione che ne ho avuto è che laddove non siano intervenute studiate agiografie, come nel caso di alcuni monarchi francesi (Carlo IX e Luigi XIV, ad esempio, che morirono invocando il perdono da Dio), la ricerca della battuta d’antologia non sia stata così insistita. E che, quando c’è stata, abbia comunque privilegiato la dimensione “terrena” all’abbandono mistico o alla suggestione dell’estremo riscatto. Beethoven disse: “Applaudite, amici, la commedia è finita”; Eleonora Fonseca Pimentel, martire della rivoluzione napoletana, si abbandonò a un verso virgiliano: “Forsan et haec olim meminisse iuvabit”; “Questo è assurdo!” deplorò Freud; “Non c’è dunque nessun cristiano che mi tagli la testa?” domandò Costantino XII, l’ultimo imperatore bizantino, mentre cadeva sotto i colpi dei turchi sulle mura di Costantinopoli; “Dio mi perdonerà, dopo tutto è il suo mestiere” si consolò Heinrich Heine. Che è sostanzialmente quello che, con la sua abituale ironia, ha detto Moni Ovadia ai funerali di Eco: “Dio sopporta i credenti, ma predilige gli altri”.

Potrei continuare, ma la freschezza umana di questi congedi dalla vita mi pare infinitamente preferibile (e più vera) al genere di sofferta serietà che invoca Messori da chi si avventura nell’inesplorato corridoio dell’eternità (o del nulla).

Hai fatto lo scapestrato tutta la vita, sembra dire Messori: adesso affronta il capitolo conclusivo, il più importante, con la serietà che si impone. Eco, invece, ci è entrato da scapestrato come sempre, disincantato più che scettico.

E non gli è capitata, per sua fortuna, la disavventura occorsa a Giacomo Leopardi, al quale una delle più mortificanti falsificazioni della storia, ha attribuito una morte con tutti i conforti religiosi e nella luce della riconversione. Il povero Leopardi volse lo sguardo ormai spento verso l’amico Antonio Ranieri, disse: “Io non ti veggo più”. E spirò. A decesso avvenuto, arrivò di contraggenio un barnabita, che prese atto dell’avvenuto, ma che in seguito inventò la fabula della morte in grazia di Dio; fabula che fu ripresa e amplificata da un gesuita (nientemeno che il fondatore di “Civiltà cattolica”). E ancora oggi c’è chi presta fede a questa versione agiografica.

Anche Eco non si è sottratto al rito delle ultime parole famose. Ma lo ha fatto con lo stile sobrio e contenuto (leggero) di sempre: “Mi chiudo come un riccio”.

Eleganza di vita, non ricercatezza.

Piero Pantucci

(Febbraio 2016)

 

 

 

 

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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