Emozione all’Asteria per Sultana Razon Veronesi, che racconta la sua storia di bambina in campo di concentramento

La mattina del 22 gennaio scorso la sala teatro del Centro Asteria era piena zeppa. Studenti
di scuole medie e superiori hanno ascoltato
in religioso silenzio la toccante testimonianza di Sultana Razon Veronesi. Il suo racconto è

SultanaRazonVeronosiLa mattina del 22 gennaio scorso la sala teatro del Centro Asteria era piena zeppa. Studenti
di scuole medie e superiori hanno ascoltato
in religioso silenzio la toccante testimonianza di Sultana Razon Veronesi. Il suo racconto è stato
così efficace che alla fine le domande sono arrivate
copiose, spontanee, perfettamente centrate.
Dopo l’introduzione di Suor Elisabetta, che ha presentato l’ospite e parlato del significato della mostra “Il principio della Speranza – Un nuovo Mondo”
(varie opere di giovani artisti israeliani, esposte all’Asteria fino al 30 gennaio), con molta calma la
signora Razon – introdotta dallo storico della Shoah professor Andrea Bienati – ha iniziato a ricordare. Ha parlato dei terribili anni vissuti dalla promulgazione delle leggi razziali (1938) in poi, della sua detenzione con i familiari prima nei campi di Ferramonti e Fossoli, e poi di Bergen Belsen.

Una premessa: i genitori erano turchi di Istanbul e sono venuti in Italia nel 1930 per evitare al capofamiglia un servizio militare che avrebbe comportato 5 anni di lavori forzati tra le montagne. «Così io sono nata in questo Paese nel ’32», dice Sultana con un fil di voce che via via si va rinfrancando. «Da bambina ero abituata a sentire mia madre cantare, canzoni che ancora ricordo, ma dal 1938 ha cominciato a piangere… Erano discussioni in casa tra lei e papà, e a un certo punto comparvero due bauli nel corridoio, che mamma si ostinava a riempire di tutto quello che avevamo. Io chiedevo cosa rappresentassero e mio papà rispose che forse saremmo andati in America. Avevo 6 anni allora, ma questo sogno non si realizzò mai…».

Beve un sorso d’acqua Sultana, si commuove, si fa forza e continua. La memoria le viene in soccorso, il passato diventa presente. «Abbiamo la speranza di andar via, ma a lungo ci viene negata. Finché un giorno, nel gennaio del ’41, mio papà non torna a casa. Lo aspettiamo tutta la notte, e poi le settimane, i mesi seguenti. Ormai siamo ridotti in povertà, mamma non ha un lavoro. A un certo punto ci giunge voce che stavano fermando degli ebrei apolidi per la strada e che, se trovati senza documenti validi, sarebbero stati inviati giù nel Sud, a Ferramonti di Tarsia, vicino Cosenza. Ci preoccupiamo per via dei nostri passaporti turchi scaduti. Disperata, mamma decide di andare a cercare il marito e il 24 ago- sto del ’41 (era il giorno del mio compleanno: compivo 9 anni), prende me e la mia sorellina e partiamo in treno verso Sud, con destinazione ignota. Ascoltando la gente capiamo che la meta è nei pressi di Cosenza. Dopo un ultimo tratto percorso su un carretto ci presentiamo alla porta del campo di Ferramonti. Le guardie sono allibite di fronte a una madre con due bambine: mai nessuno prima si era presentato lì chiedendo di entrare. Alla fine riusciamo a incontrare papà e la gioia è immensa».

A Ferramonti erano detenuti 3mila ebrei. «Il direttore del campo è molto bravo, ci lascia una certa libertà di comunicare con la gente fuori, che ci porta da mangiare e noi ricambiamo con dei manufatti. All’interno del campo ci sono anche la sinagoga e un’aula dove si fa scuola ai bambini. L’intento è quello di tenere occupata la gente affinché dimentichi di essere privata della libertà. Rimaniamo per tre mesi, nel frattempo il bravo direttore non c’è più, poi veniamo a sapere che è stato sostituito! Ora siamo destinati a una zona di confino, una guardia ci porta a un paesino vicino Rovigo, a Taglio di Po. Qui abbiamo una casetta modestissima, fornita dal sindaco: uno spazio al piano terra, con un rubinetto dell’acqua; al primo piano dei giacigli di paglia che pungono tantissimo. Gli spazi per i nostri bisogni sono degli sgabuzzini lontano dalla casa e di notte dobbiamo attraversare il cortile col buio e il freddo: noi bambini abbiamo molta paura. I vicini ci portano del pollame, e noi piccoli siamo incaricati di badare ai polli e ai pulcini, raccogliere le uova… per noi è molto divertente. Qui restiamo due anni. Pensiamo sia tutto finito, nel’ 43, con l’armistizio. Balli e gioia nei cortili del paesino: non solo noi, tutti pensano che la guerra sia finita e invece… Nel frattempo la gentilezza e la disponibilità dei vicini si trasforma in freddezza: diventano scostanti nei nostri confronti e quando c’incrociano si girano dall’altra parte. A Taglio di Po continuo la scuola elementare, frequento la quarta e la quinta. Ci sono molti ragazzini sui 12 e 13 anni, sono indietro perché invece di studiare li hanno mandati nei campi a lavorare. Io li aiuto con le lezioni, riescono a essere promossi… un bel gruppo di amici che poi, all’improvviso, mi voltano le spalle. Sui muri compaiono le scritte “via gli ebrei!” e i ragazzi ci lanciano le pietre mentre usciamo per andare a prendere il latte. Comincia l’epoca del terrore, non si può più uscire di casa… In giro risuonano i discorsi di Mussolini, e io li trovo ridicoli».

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Con la nascita della Repubblica Sociale la retorica fascista aumenta. I Razon non sono più una famiglia di vicini, ma “gli ebrei”. «Nel novembre del ’43 due fascisti si presentano alla porta col fez in testa, ci prelevano da casa, senza dirci niente, senza permetterci di prendere del vestiario né qualcosa da mangiare, ci mettono su un camion e ci conducono alle carceri di Rovigo. Sentiamo che i due discutono col direttore del carcere, poi portano via i miei genitori, la nonna, lo zio. Così io e mia sorella e i due cugini (figli dello zio, che ci avevano raggiunto a Taglio di Po), restiamo fuori dalla porta, sui gradini del carcere, abbandonati lì al freddo per tutta la notte. Piangenti, gelati e affamati, non sappiamo dove andare… Finché al mattino, al cambio della guardia, uno di loro che era di Taglio di Po viene preso da pietà e ci riporta al paesello. Arrivati, senza più casa requisita dai fascisti, il sindaco convoca la poca popolazione rimasta e fa un appello al fine di darci almeno un tetto. Si fa avanti una contadina, tutta vestita di nero, la ricordo piccola e magra: ci dà la possibilità di ripararci nella sua casa, ma dice subito di non essere in grado di nutrirci. La casa è dotata di quattro pagliericci forniti dal sindaco; ricordo una stanza tutta nera, fuligginosa, in fondo un camino spento perché non c’era legna da ardere, un cortiletto con un bugigattolo per i nostri bisogni e un freddo tremendo! Il mio impegno più grosso ora è quello di cercare qualcosa da mangiare, vagando per il paesino. Nel frattempo ci riempiamo di pidocchi, pulci, scabbia che ci provocano un prurito insopportabile. Nel nostro peregrinare incontriamo una suora che ci ripara tutt’e quattro in un asilo, dove ci fanno subito un bagno, ci rasano e, con l’aiuto di un medico e di una pomata miracolosa, ci guariscono dalla scabbia. Finalmente arriva anche una pentola di minestra». Sultana s’interrompe, si commuove…

Il prete della chiesa vicina chiede ai bambini di diventare cattolici in cambio della liberazione dei loro genitori (ma poi anche gli ebrei convertiti verranno deportati). «Io rifiuto, mio cugino vuole accettare subito ma io no. Non siamo poi così religiosi in famiglia, però la religione ebraica è quella dei miei genitori… Da quel momento anche la pentola di minestra terminò. Un giorno dei fascisti si presentano a casa per prenderci e riportarci al carcere di Rovigo, dove grazie al cielo ci riuniamo con i nostri genitori. È un momento di grande felicità… interrotto dal trasferimento in camion verso la stazione per condurci in treno al campo di Fossoli, vicino Carpi. Qui ogni giorno arrivano ebrei, stanno un po’ e poi vengono deportati altrove, all’alba, verso un destino sconosciuto. Noi invece restiamo a Fossoli 5 o 6 mesi, poi una sera di luglio ci chiedono di prepararci a partire l’indomani mattina. Non abbiamo quasi nulla addosso, solo degli straccetti, e la mamma, preoccupata, la notte va in cerca tra le baracche di qualche pezzo di stoffa. Vagando trova delle tende a una finestra della casa delle SS, la strappa, e sta sveglia tutta la notte a cucire due vestitini per me e mia sorella. Lo ricordo bene, era un tessuto di velluto verde scuro. Si parte all’alba dalla stazione, noto lunghi treni di vagoni bestiame. E sulla banchina una fila di tedeschi, che vedo per la prima volta. Urlano, hanno un cane lupo a fianco. A mano a mano che arrivano, i prigionieri del campo di Fossoli vengono stipati nei vagoni bestiame, 50-60 persone per vagone, in un angolo il bugliolo per i nostri bisogni. Ci chiudono dentro tra le urla. Comincia il viaggio che ci porta a Verona, dove ci sistemeranno in un palazzo con enormi sale (non ho mai saputo quale fosse); all’interno ci sono migliaia di persone, mamme che allattano i piccoli stretti al petto e i lattanti che strillano perché il latte è finito, succhiano a vuoto. Pian piano il pianto si spegne, silenzio, morte».

La deportazione a Bergen Belsen. «Tutti seduti per terra,
cerchiamo di consolarci a vicenda, senza sapere cosa
sarà di noi. Il giorno seguente ci caricano sui camion,
ci portano di nuovo alla stazione e lì ci stipano nei carri bestiame. Si parte. Finché siamo in Italia, tra le sbarre riusciamo a intravedere gli sguardi di compassione della gente, attirati dalle nostre grida. Arrivati in Germania, tutto cambia: i tedeschi che guardano, sorridono beffardi. Lungo il percorso, un viaggio lungo tre giorni, ci pestano senza una ragione, vedo atrocità tali che non dimenticherò mai. Facciamo delle soste: saltiamo giù, un po’ alla volta, non si può scappare perché intorno c’è solo una landa deserta… ci avviciniamo a una fontana per bere e lavarci; qualcuno vuota il bugliolo pieno di escrementi, lo lava e lo riporta dentro al vagone. In quelle occasioni, una volta rientrati, ci davano una “zuppa” di rape bianche. Dopo tre giorni, arriviamo a Bergen Belsen: è il 5 agosto del ’44. È notte, ci sono i tedeschi ad attenderci sempre coi cani lupo accanto, in lontananza dei tavoli con tre o quattro di loro, ci mettono in fila… una visione allucinante, come in un film girato in notturna. Dopo i tavoli, due corsie: a destra, nonne e bambini strappati alle braccia delle madri tra pianti, urla e disperazione; a sinistra, i giovani e gli adulti che potevano lavorare. Arrivato il nostro turno, papà mostra i passaporti turchi e quando le guardie vedono la nostra provenienza mostrano di non saper cosa fare, perché la Turchia era amica della Germania. Parlottano tra loro, decidono di non dividerci e ci avviano a una baracca con tutti gli altri deportati dai paesi neutrali: Grecia, Spagna, Svizzera».

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Per la famiglia Razon continua il calvario. «Nelle baracche ci sono letti a castello, su 3-4 livelli. Mi trovo con un letto al secondo piano, una posizione scomoda per una bambina con una gastroenterite che le procura vomito e dissenteria. I miei cercano di proteggermi, di non far vedere che sono malata: temono la camera a gas. Arrivando al campo infatti avevamo visto dei capannoni: all’interno, sul soffitto, c’erano delle “cannucce” per l’uscita del gas, pensavamo. La prima volta che ci hanno portato là, denudati e rasati al torace, testa, pube… in un miscuglio di uomini, bambini, donne, ci siamo abbracciati convulsamente in attesa del gas e invece – grazie al cielo – è uscita l’acqua. È ancora agosto e fa caldo. In questo stanzone sono andata tre volte e ogni volta pensavo fosse l’ultima ma no, usciva sempre l’acqua, per ripulirci da sporcizia e pidocchi, pulci e cimici… Dopo la doccia ci mettevano addosso una vestaglietta e degli zoccoli ai piedi nudi. A un certo punto mi sono ammalata, i miei genitori cercavano di tenermi su, la mattina alle 5 c’era l’appello che durava ore. Finché faceva caldo non ci importava, ma con l’inverno erano piogge continue e nevicate, e ricordo che sprofondavo con gli zoccoli nella neve che mi arrivava fino al ginocchio. Alla fine dell’appello molti restavano distesi a terra, morti, perché non superavano gli stenti. La gente moriva sia di notte nei propri giacigli, sia per strada andando al bagno, che era costituito da un grande salone con un rialzo al centro pieno di buchi, dove tutti si sedevano a fare i propri bisogni, in un insieme tremendo».

Le kapò, il tozzo di pane nero, il tifo… «C’erano donne ebree, deportate tedesche che, potendo comunicare con le guardie, venivano
scelte per comandarci. Per farsi ben volere,
a volte diventavano anche più cattive, ci davano dei castighi inaspettati, ci picchiavano. Mio papà per farci dimenticare quella triste realtà ci faceva prendere lezioni di francese da un uomo che sapeva le lingue. Le lezioni di un’ora, tre volte la settimana, ogni volta ci costava un piatto di minestra. Così ci si divideva in quattro gli altri tre piatti. Il nostro pranzo era questo “brodo” con dentro dei pezzi di rapa bianca. Una volta la settimana ci davano del pane nero e un pezzetto di grasso che noi spalmavamo su delle fette sottilissime: doveva durare tutta la settimana. Avevano stabilito di darci 189 calorie al giorno. Così la gente moriva di malattie causate dalla fame, dalla sporcizia… c’era il tifo soprattutto, la tubercolosi, la gastroenterite per cui la gente che soffriva di diarree acute non faceva in tempo a lasciare i letti e dall’alto cadevano escrementi sui giacigli sottostanti. Non so come abbiamo potuto resistere un anno in quelle condizioni! Di migliaia che eravamo saremo rimasti in qualche centinaio. C’erano cadaveri dappertutto. Anche Anna Frank è morta a Bergen Belsen, non ricordo se l’ho vista, ma doveva avere un viso simile a quello di tante altre bambine detenute come me».

Nell’aprile del ’45 gli alleati avanzano. «Da giorni si sentono in lontananza bombardamenti, cannonate, colpi di mitragliatrice, i tedeschi corrono di qua e di là e cercano di andarsene. Non ci danno più neanche da mangiare. Un giorno di aprile arriva un ufficiale con una lista in mano. Raduna quei pochi rimasti, e chiama i nomi scritti sul foglio, la maggior parte non risponde perché non c’è più. Chiama anche noi, e mio padre – convinto sia una lista di eliminazione – non risponde. L’ufficiale si arrabbia, comincia a sbraitare, a minacciare, allora papà fa un passo avanti pensando sia la nostra fine. Per l’ultima volta andiamo verso lo stanzone, temendo il gas e invece ecco ancora l’acqua che ci lava. Per l’ultima volta. Ci vestono con abiti presi da mucchi di indumenti dove c’era dentro di tutto, anche dita con anelli, denti con capsule d’oro, montagne di capelli… Ci portano ai treni, ci buttano dentro i vagoni, io sto malissimo, non respiro più, perdo conoscenza: avevo la tubercolosi, con una pleuropolmonite bilaterale. Sul treno stavo sempre sdraiata e mia madre cercava di darmi qualcosa da mangiare, un cucchiaino ogni tanto quando portavano la minestra. Molti si abbuffavano e morivano per gastroenterite perché non erano più in grado di digerire. Arrivati a Göteborg, la gente non crede ai nostri racconti, io sto veramente per morire e vengo ricoverata in un albergo, sto in un letto dalle lenzuola bianche, ho una coperta… Ci sono rimasta 20 giorni, credo. Non c’era ancora la penicillina che potesse salvarmi. Ero piena di liquidi e mi hanno bucato il torace in più punti per togliere l’acqua. Quella è stata l’unica terapia, a parte il cibo e il benessere, finché mi sono ripresa e ci hanno imbarcato su una nave (la Stockholm) che da Goteborg ha fatto tutto il giro: destinazione Istanbul».

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Un mese di viaggio da incubo. «Sulla nave stavo ancora più male, continuavo a vomitare per il mal di mare. Unico sollievo, quando ci si fermava nei porti del Mediterraneo. Ricordo Porto Said, ci fermiamo una mattina, vedo le barchette che vengono verso la nave per vendere qualcosa: immagini di colori, voci, musica. Arrivati a Istanbul, due guardie salgono a bordo, ci controllato i documenti scaduti, si guardano e accennano di no con la testa. Ci fanno scendere e di nuovo ci imprigionano per i documenti non validi: non potevamo stare in Turchia. Ci portano con un vaporetto su un’isoletta, dove rimaniamo, richiusi, altri 7 mesi, finché decidono di rimandarci in Italia. Non vi dico la nostra gioia quando arriviamo a Napoli: ci sembrava il paradiso. Ci accoglie un ente benefico che ci dà i soldi per arrivare a Milano. Nel gennaio del ’46 la città era distrutta, c’era la neve alta, un freddo tremendo… Vaghiamo per Milano alla ricerca di qualcuno che possa accoglierci; non abbiamo soldi, né da mangiare. La mamma si ricorda di una lontana cugina che stava in viale Abruzzi. Camminando nella neve arriviamo alla sua casa: al quinto piano troviamo la cugina. Rimasta nascosta, si era salvata, aiutata da un uomo che si era innamorato di lei, poi diventato padre di suoi figli… Lei è tanto gentile da ospitarci a casa loro. Da questo momento, finalmente, ricominciamo a vivere».

A Bergen Belsen vi era un solo forno crematorio, per cui i morti venivano sepolti in fosse comuni. Non esistevano camere a gas, ciononostante si stima che siano morti circa 50mila ebrei, di cui oltre 35mila di tifo solo nei primi mesi del ‘45. Oltre agli ebrei, erano omosessuali, prigionieri di guerra, zingari. Le aspettative di sopravvivenza degli internati erano di circa 9 mesi. Il campo di Bergen-Belsen è stato liberato dagli alleati il 15 aprile del 1945.

Giovanna Tettamanzi
(Febbraio 2018)

 

Pediatra e oncologa

Quando esce dal lager Sultana Razon sa già di volersi laureare in Medicina con la specializzazione in Pediatria, con l’obiettivo di sollevare tanti piccoli dalla sofferenza. Sistemata in qualche modo a Milano, studia giorno e notte, superando povertà, malattia, perfino la perdita di un rene, per raggiungere il suo intento, e ce la fa. Per più di 40 anni lavorerà come medico pediatra. Con l’aiuto di una collega, ha allestito nel dopoguerra i reparti pediatrici degli ospedali Fatebenefratelli e San Carlo di Milano. Con i figli non parlerà della sua dolorosa storia per non turbarli, ma scriverà per smentire i negazionisti, fare luce sulla verità e concorrere, con la testimonianza, a impedire che l’umanità giunga ancora a simili follie. Nonostante tutto quello che ha passato, è riuscita, più forte che mai, ad andare avanti nella professione e nella vita, diventando moglie di un uomo come il professor Umberto Veronesi, dal quale ha avuto 6 figli.

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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