Fermare il virus e sostenere le categorie e le classi sociali più colpite

Ultimi dati. In Lombardia, il 27 ottobre, si sono registrati 5.035 nuovi casi di Covid: di questi, 1.940 nella sola Milano (+ 768 rispetto al giorno precedente!).Meno di una settimana fa, il presidente lombardo Attilio

Ultimi dati. In Lombardia, il 27 ottobre, si sono registrati 5.035 nuovi casi di Covid: di questi, 1.940 nella sola Milano (+ 768 rispetto al giorno precedente!).

Meno di una settimana fa, il presidente lombardo Attilio Fontana aveva dichiarato di non escludere il lockdown regionale, “se l’impennata dovesse continuare”, aveva soggiunto. A corredo di questa eventualità, Fontana ricordava che “da due giorni” si superava la soglia dei 4.000.

Ora siamo oltre la soglia dei 5.000, eppure Fontana, avendo diligentemente recepito le parole d’ordine di Salvini, dice che non ci sono le condizioni per un lockdown. E il sindaco Sala, preoccupato dalla vastità dei danni economici che il virus sta provocando, si dà quindici giorni di tempo per valutare l’opportunità del blocco.

Al Fontana salvinizzato ricordiamo le parole pronunciate ieri da Guido Bertolini, responsabile dei “Pronto Soccorso” lombardi: «Chiediamo di applicare, subito, le misure più restrittive di contenimento della diffusione del virus nella società, su tutto il territorio regionale, o almeno nelle aree più a rischio (come Milano) senza indugio e a costo di impopolarità. Le ultime misure rappresentano un passo avanti, ma purtroppo non sono sufficienti». Bertolini, che non è un politico, ma che rappresenta la prima frontiera della salute nella guerra contro le malattie, chiede dunque il lockdown totale. Prima di negare le condizioni per il blocco, Fontana si è consultato anche con Bertolini e in generale con i tecnici impegnati in prima persona in questa terribile e prolungata guerra?

No: c’è molta più attenzione al dilagare della protesta delle categorie che dalle limitazioni di orario e dalle chiusure di attività sono direttamente colpite.

A Milano, capitale del terziario (oltre 303.000 imprese) gli effetti del decreto Conte sono e saranno pesantissimi. Nessuno lo nega. Il problema è decidere se minimizzare la diffusione del contagio per proteggere l’economia (modello Johnson in Gran Bretagna o modello Stati Uniti, ove Trump, sfiorati i 100.000 contagi al giorno, allarga le braccia e dichiara “l’epidemia fuori controllo”, promettendo però il vaccino salvifico entro pochi giorni) o prendere decisioni “impopolari”, come dice Bertolini, ma necessarie per frenare prima e far arretrare poi il contagio.

A questo governo si può rimproverare di aver esitato nel prendere misure drastiche, di aver inseguito anziché prevenuto, ma non certo di aver “massacrato” i settori produttivi, come la facile demagogia di chi non ha alcuna responsabilità di comando ha detto e scritto.

In piazza scendono più che legittimamente i lavoratori dei settori più direttamente colpiti. Ma solo una piccola parte di loro è stata travolta, nella comprensibile esasperazione, dai professionisti del disagio sociale e della insofferenza alle regole, insomma i “casseurs” (i fracassatori) che sfasciano vetrine e auto, ricevendo la sostanziale indulgenza da parte di chi in circostanze analoghe (ma con segno politico diverso) ci mostrava per giorni e giorni filmati e servizi sulla barbarie, la violenza, l’attacco intollerabile alla proprietà privata… Eccetera eccetera.

Il grosso, vero problema, fino a quando non si sarà vinto (e non solo contenuto) il male sarà quello di garantire una equa soglia di sopravvivenza alle imprese, alle attività, ai posti di lavoro che il virus sta colpendo.

Soldi, ne occorrevano e ne occorrono tanti. Molti ce li darà l’Europa, ma tardano ad arrivare e solo una parte sarà a fondo perduto. I 5 miliardi e 400 milioni stanziati ieri dal governo sono una boccata di ossigeno (e ci auguriamo realmente tempestiva), ma occorre altro. E presto.

La difesa e la ricostruzione dipendono da tutta la comunità. E pensare che se ne possano chiedere e spendere sempre di più, senza impegnare tutto il paese in uno sforzo collettivo, è pura demagogia. E che Conte dichiari che non ci saranno nuove tasse appartiene al genere del miracolismo impossibile. Chiamiamole come vogliamo – tasse, contributi, patrimoniale, solidarietà… – ma se pensiamo di spendere soldi che arrivano da un altro pianeta, siamo un po’ sprovveduti. Ci sono categorie (e vediamo quali, e ricordiamoci anche dei precari) che pagano ora molto più di altre. Vanno sostenute coralmente, anche perché il cedimento di settori portanti della nostra economia provocherebbe cedimenti strutturali.

Una scelta sarebbe reiterare le cattive abitudini del passato e del presente: indebitiamoci pure, pagheranno i nostri figli. Un’altra – dura da digerire – prevede che si sia tutti impegnati, con spirito di giustizia, nella tutela di tutta la comunità, facendo affidamento prima di tutto in noi stessi. Nel frattempo, godiamoci le imprese dei “casseurs”, che nei prossimi giorni riempiranno ancora molto le nostre cronache.

Recensioni
NESSUN COMMENTO

SCRIVI UN COMMENTO