Fiumi di parole e solidarietà vera. L’iniziativa dell’8 maggio ai Tre Ronchetti

L’umanità in questo tempo di guerra, di talk show e social si divide in cinque categorie: coloro che preferiscono fare piuttosto che parlare, quelli che sono alla ricerca spasmodica dei fatti ma faticano tremendamente a

L’umanità in questo tempo di guerra, di talk show e social si divide in cinque categorie: coloro che preferiscono fare piuttosto che parlare, quelli che sono alla ricerca spasmodica dei fatti ma faticano tremendamente a trovarli, le persone disgustate che non ne possono più di violenze e atrocità e guardano altrove, coloro che ai fatti preferiscono le interpretazioni, infine quelli che per questioni identitarie si schierano a prescindere, quasi fosse un gioco, da una parte o dall’altra.

Parafrasando il grande Leonardo Sciascia: gli uomini veri, i mezzi uomini, gli ominicchi, i ruffiani e i quaquaraquà. In queste settimane di guerra, fatalmente ognuno di noi oscilla tra una categoria e l’altra, inconsapevolmente, alla ricerca di un punto fermo su cui ancorare le proprie riflessioni.

Navigazioni difficilissime, che a parte il dato di fatto (ma alcuni non riconoscono neanche questo!) di riconoscere chi è l’aggredito e chi l’aggressore, chi lancia missili, bombarda e assedia città inermi e chi si nasconde negli scantinati, ci costringono, spaesati, ad assistere a immagini e ascoltare racconti che mai avremmo voluto né vedere né sentire.

Esiste però un approdo certo in questa tragedia. Ce lo indicano coloro che preferiscono fare piuttosto che parlare. Persone che, al posto di inserire la propria voce nel fiume di parole che attraversa la nostra epoca di interconnessioni e sovraesposizione informativa, si sono rimboccate le maniche per aiutare le migliaia di profughi arrivati a casa nostra. In uno slancio di umanità altissimo, empatico, che li porta a immedesimarsi nella sofferenza altrui. Nella convinzione profonda che in guerra, oltre ogni interpretazione e posizione, è la gente comune che soffre.

Per fortuna questa umanità solidale non è una minoranza. Sono migliaia le persone che fanno collette, aiutano, lavorano, ospitano profughi disperati, cercando di alleviare le sofferenze di chi si è lasciato alle spalle tutto.  Gesti di pace che, come direbbe don Giovanni, vicario di Gratosoglio che anche quest’anno ha organizzato in questi giorni il Campus della Pace «Possono cambiare il mondo».

L’invito che facciamo quindi come giornale – oltre ad andare in questa terribile guerra alla ricerca spasmodica di fatti e fonti il più possibile attendibili – è a unirsi a “chi fa”. In ogni modo e il più possibile. Magari anche partecipando al pranzo, allo spettacolo e alla festa del prossimo 8 maggio favore dei profughi ucraini, ospitati al Ronchetto delle Rane: un piccolo grande gesto per uomini veri e non per quaquaraquà, come direbbe l’indimenticato Sciascia.

(Il disegno in apertura è gentilmente concesso da Portos)

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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