Ma gli adolescenti li conosciamo davvero? Il successo di “Tredici”

“Tredici”. Non c’è adolescente che non capisca di cosa stiamo parlando. Non è la rievocazione della mitica schedina del totocalcio né il numero che, a secondo delle latititudini, “porta fortuna” o “porta sfortuna”. Non ci

“Tredici”. Non c’è adolescente che non capisca di cosa stiamo parlando. Non è la rievocazione della mitica schedina del totocalcio né il numero che, a secondo delle latititudini, “porta fortuna” o “porta sfortuna”. Non ci sono, dietro, vincite milionarie o scongiuri da fare, ma c’è la storia di un’adolescente. “Tredici” (titolo originale “13 Reasons Why”) è una serie televisiva statunitense comparsa lo scorso anno sulla piattaforma Netflix. Una storia che ruota attorno alle vicende che seguono il suicidio dell’adolescente Hannah Baker, la quale, prima del gesto estremo, ha registrato su delle audiocassette i 13 motivi (da qui il titolo) che l’hanno spinta a farlo. I destinatari sono 13 “amici” che Hannah considera, in qualche modo, corresponsabili della sua scelta. Tutti, uno alla volta, a cominciare dal primo al quale Hannah fa recapitare le cassette, dovranno – per volere della ragazza – ascoltarle: “Sono Hannah. Hannah Baker. Mettiti comodo e ascolta l’audiocassetta che ti riguarda, quella che ho registrato prima di uccidermi, quella che ti farà capire che è stata anche colpa tua”.

Per Hanna – come spessissimo capita nella realtà – la via crucis che l’ha portata alla tragica decisione è iniziata “per gioco”: per una classifica goliardica circolata nel suo liceo in cui lei veniva indicata come “quella con il culo più bello della scuola”. In quanti, oggi come in passato, potremmo scagliare la prima pietra dicendo: “io non ho mai partecipato a un “gioco” del genere”? E poi, a completare l’opera, una foto che le scatta il suo ragazzo mentre lei viene giù da uno scivolo in un parchetto giochi. Una foto innocente, ma un po’ imbarazzante, perché le si intravedono le mutandine. Una foto che – sempre “per gioco” – inizia a girare sugli smartphone dei compagni di scuola. La classica “palla di neve” che rotola giù dal pendio e diventa valanga. Storie di “ordinario bullismo”, potremmo dire. Di quel bullismo fatto certamente di violenza e di sopraffazione, ma anche, spesso, di insensibilità, scherzo, disattenzione, superficialità. E, proprio come nella realtà, solo “dopo” i protagonisti si rendono conto del male che hanno fatto. Nessuno voleva, nessuno pensava e – probabilmente – questa protesta di non volontarietà, se non addirittura di innocenza, è anche drammaticamente sincera: “era uno scherzo”. Quante volte abbiamo sentito questa frase a commento di drammatici episodi di cronaca? Non ci viene in mente, per caso, la vicenda della povera Carolina Picchio? Il successo di “Tredici” è stato immediato e… mondiale. Si parla di decine di milioni di spettatori soprattutto tra i teenager per i quali è diventato una sorta di “cult”, proprio perché parla in modo spietatamente efficace del loro mondo, del loro quotidiano.

Alla prima serie ne è seguita una seconda (già disponibile dal 2018) e già si parla di una terza serie nel 2019. E proprio per la sua diffusione straordinaria “Tredici” ha scaturito un dibattito a livello planetario, in cui esperti di ogni tipo si sono divisi nel sostenerne l’efficacia (come monito e occasione di riflessione per gli adolescenti) o la pericolosità (potendo rendere accattivante un suicidio così efficacemente spettacolarizzato). L’obiettivo di questo articolo non è, però, aggiungere un commento ai tanti (anche autorevoli) che già sono stati espressi, né fare pubblicità alla piattaforma sulla quale “Tredici” è disponibile, ma “porsi una domanda”: quanti genitori, quanti insegnanti, quanti pediatri, quanti medici dell’adolescenza hanno mai sentito parlare di “Tredici” o hanno investito un po’ del loro tempo nel vederlo? E da qui: ha senso proclamare disponibilità, attenzione, professionalità nei confronti degli adolescenti e poi ignorare il loro mondo? Ma “Tredici” è solo un esempio. Di “Tredici” che ne sono tantissimi, perché il “loro” mondo ha mille sfaccettature, mille sensibilità, mille paure. Ma quante ne conosciamo? Spesso sull’adolescenza si fa solo accademia (anche da parte di chi è a stretto contatto con essa), ma non si ha la voglia, il tempo, la capacità di cercare di capirci davvero qualcosa. E se serve un serial televisivo per farci prendere un po’ più coscienza di questo, ben venga!

Maurizio Tucci
Presidente Laboratorio Adolescenza

(Luglio 2018)

Laureata in Scienze dei Beni Culturali, blogger appassionata di cinema e teatro, talentuosa grafica e webmaster, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide, forte della sua estrazione umanista veste con grazia e competenza le testate digitali e su carta di Milanosud.

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