Gli studenti, tra retorica anni ’70 e buone idee

Nelle scorse settimane le scuole superiori di Milano (ma non solo di Milano) hanno fatto una sorta di staffetta di occupazioni per segnalare il disagio crescente degli studenti in questa scuola post Covid. La prima

Nelle scorse settimane le scuole superiori di Milano (ma non solo di Milano) hanno fatto una sorta di staffetta di occupazioni per segnalare il disagio crescente degli studenti in questa scuola post Covid. La prima sensazione nel leggere le loro “rivendicazioni” è di ritrovarsi di colpo in quella ampollosa retorica studentesca anni Settanta di cui trasudavano gli indimenticabili (per chi ha un’età) “ciclostilati”, tirati di notte e distribuiti davanti alle scuole di mattina. E l’effetto è duplice: da un lato nostalgia, perché sono ricordi giovanili, dall’altro tristezza, perché ti chiedi come sia possibile che a distanza di quasi cinquant’anni gli studenti non abbiano fatto almeno un passo avanti. Manco a dire che stiano imitando i loro predecessori di “barricate”, perché gli attuali occupanti non solo non sanno cosa c’era scritto in quei ciclostilati, ma non sanno nemmeno cosa sia un ciclostile. No: a distanza di cinquant’anni loro sono naturalmente e spontaneamente così, come i loro “nonni”.

Da anni ripeto che la scuola è un’istituzione che è rimasta cristallizzata, nei criteri formativi e valutativi, in un passato che non esiste più, ma oggi, ascoltando tanti studenti di tante scuole, mi viene davvero da pensare che ci sia una sorta di incantesimo che avvolge la scuola per cui chi la tocca, da un lato o dall’altro della cattedra, resta o diventa prigioniero del passato. Altrimenti non si spiega come questa generazione social possa ritrovare linguaggi e retoriche già morte prima che loro nascessero. Unica differenza che potrà aiutare un ipotetico ricercatore del 2400 a datare i differenti scritti 1972 o 2022 è che in questi ultimi mancano i “cioè”, che si sono persi nel tempo.

Poi, con lo spirito dello speleologo, mi sono fatto strada tra i cunicoli costellati di “coscienze di massa”, “diritti alla collettività”, “movimentismi attivi” e altri reperti del genere e finalmente qualcosa di interessante l’ho trovato. La critica a come vengono gestiti oggi i percorsi di Pcto (ex alternanza scuola lavoro) è sacrosanta; specie nei licei in cui, mancando un chiaro orientamento specialistico, gli studenti vengono distribuiti in attività con poco o alcun senso. Una sorta di buona legge, potremmo dire, distrutta dai decreti attuativi, che oggi docenti e studenti, ognuno dal proprio punto di vista, vedono come una perdita di tempo e basta.

Nel 2014, quando gli attuali occupanti andavano alle scuole elementari, in una indagine di Laboratorio Adolescenza una maggioranza superiore all’80% degli studenti delle superiori avrebbe desiderato che la scuola potesse dare spazio a tematiche e argomenti legati alla cronaca o a temi di particolare interesse. Tra questi venivano indicati l’educazione sessuale, il rispetto dell’ambiente, l’integrazione culturale. Oggi l’esigenza che la scuola apra delle finestre verso il mondo che la circonda, e ci circonda, è una di quelle più espresse dagli studenti.

Ma loro non vogliono soltanto che “qualcuno” vada da loro a parlare di “qualcosa”, ma vogliono sentirsi in qualche modo – e io dico: più che legittimamente – protagonisti. Fuori, quindi, l’esperto che viene a fare l’ennesima lezione ex-cathedra e dentro una discussione tra pari in cui l’esperto ci può e ci deve essere, ma per stimolare consapevolmente la conversazione e non per portare il suo verbo.

Per noi di Laboratorio Adolescenza, che da anni portiamo avanti il nostro progetto “dillo con parole nostre”, che ha come obiettivo quello di far progettare agli studenti – in totale autonomia – campagne di comunicazione su temi di interesse sociale, questa “rivendicazione” degli studenti sfonda una porta aperta, ma a scuola non è facile poterla applicare. E qui la responsabilità è spesso delle famiglie pronte a fare loro le barricate quando la scuola esce dai suoi confini tradizionali e affronta argomenti che creano divergenze etiche, politiche, culturali.

C’è poi, fil rouge forse anche inconsapevole di queste occupazioni seriali, un disagio di fondo nel rientrare, dopo il Covid, in una scuola che vorrebbe tornare ad essere, il più presto possibile, quella di prima del Covid. Dobbiamo essere tutti consapevoli che per questa generazione di adolescenti il Covid più che una malattia è stata una cesura nelle loro vite, che li ha cambiati.

In meglio o in peggio non importa, ma non sono più quelli di prima e nei vestiti di prima non riescono più a entrarci.

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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