Governo Draghi: come fare ce lo insegna Max Weber

Tutto cominciò da quell’accorato appello del presidente Mattarella al senso di responsabilità: appello contenuto nel tradizionale messaggio di fine anno, quando ancora Matteo Renzi non aveva sfasciato la maggioranza, ma se ne avvertiva l’imminenza attraverso

Tutto cominciò da quell’accorato appello del presidente Mattarella al senso di responsabilità: appello contenuto nel tradizionale messaggio di fine anno, quando ancora Matteo Renzi non aveva sfasciato la maggioranza, ma se ne avvertiva l’imminenza attraverso il succedersi dei suoi attacchi a Conte.

Nel messaggio di fine anno Mattarella invocò tre volte la responsabilità, come elemento di coesione del corpo sociale e come garanzia di tenuta delle istituzioni. Questo appello cadde nel vuoto. Renzi proseguì nell’opera di delegittimazione del governo, fino alle dimissioni delle due ministre di Italia Viva, Bellanova e Bonetti (13 gennaio), aprendo di fatto la crisi dell’esecutivo.

Che fine aveva fatto a quel punto il senso di responsabilità? Prendeva corpo in una sua fattispecie caricaturale, nella ricerca di sparsi e raccogliticci interpreti del governativismo al di fuori della maggioranza. Responsabili sono stati chiamati i pochi che hanno risposto alla chiamata e l’interpretazione sarcastica e denigratoria che è stata data a questo termine ne ha svilito l’autentico significato. Responsabile era quasi diventato sinonimo di voltagabbana o mercenario. La responsabilità aveva fallito; o meglio, era naufragato il tentativo di viverla o di contrastarla come pronto soccorso, con ambulanze sgangherate e personale sanitario impreparato, a un paziente ormai in stato comatoso. Eppure, la responsabilità è il cardine della vita politica.

Circa un secolo fa, Max Weber (La politica come professione), uno dei grandi maestri delle scienze sociali, definì con insuperato nitore gli elementi costitutivi dell’attività o meglio dell’etica politica, individuando due fondamentali parametri: l’etica dei principî e l’etica della responsabilità. La prima – stiamo obbligatoriamente semplificando – è quella che induce una forza politica a non decampare mai dai propri convincimenti ideali e programmatici: una fedeltà ideale che – suggerisce Weber – “non tollera l’irrazionalità etica del mondo” e “sembra in generale destinata al fallimento“. La seconda – l’etica della responsabilità spinge a comportamenti pragmatici e valuta tutte le scelte principalmente sugli effetti e le conseguenze che può produrre.

Si tratta di due opzioni in assoluto non conciliabili; tant’è che molto spesso la prima si deve contaminare di tatticismi e la seconda si concede al richiamo dei propri principî ispiratori.

Venendo al presente. In quell’autentica chiamata alle armi che è stato il discorso con il quale il 2 febbraio il Capo dello Stato ha preannunciato l’incarico a Draghi, era fortemente presente il rimando all’etica della responsabilità: inevitabile quando, per far fronte a emergenze non più sopportabili, si chiede a tutti, ma proprio a tutti, di concorrere a un obiettivo unitario, o che tale vuole essere.

Curiosamente pur essendo esplicito l’intento del Presidente della Repubblica, il termine responsabilità non è stato mai usato in quell’appello, forse proprio per evitare confusioni interpretative, dopo l’infelicissimo esito dell’operazione-responsabili. Ma di responsabilità politica a tutto tondo si trattava e si tratta. E responsabilità, in politica, significa tre cose: consapevolezza, rinuncia e compromesso. Al di fuori di questo perimetro si collocano posizioni che o rinviano a un futuro più meno remoto il materializzarsi dei propri ideali o con la nobiltà di dichiarazioni di principio sembrano ignorare il corso degli eventi.

La nomina di Draghi è stata accolta con consenso quasi unanime, e in qualche caso devoto. Fra le poche, rispettabilissime eccezioni, ci piace segnalare Marco Revelli, che, sul “Manifesto”, ha ricordato che “l’uomo forte” è quello che nel 2015 “non si farà scrupolo di spingere sott’acqua la Grecia di Tsipras”; ma ha soprattutto denunciato ”il colpo mortale inferto alla politica”: non a “un governo boccheggiante”, ma alla politica tout court, “il dissolvimento di tutti i suoi linguaggi”, “il fallimento di tutti i suoi protagonisti, di maggioranza e di opposizione”.

Tutto plausibile, ma la politica sa sempre rigenerarsi, anche cambiando modalità ed espressione. L’operazione Draghi risponde del tutto alle sollecitazioni dell’etica della responsabilità. La quasi unanimità di consensi è non solo il riconoscimento del valore dell’uomo, ma è anche un atto a questo punto dovuto. Dovuto a che? Allo sfinimento? Forse. A opportunismo? Più che probabile. A senso di impotenza? Almeno in parte sì.

Certo è che responsabilità vuol dire – lo ribadiamo – consapevolezza (dei propri limiti), rinuncia (alla intangibilità del proprio credo), compromesso (anche con quelli con i quali “non ci si vorrebbe mai sedere a tavola”). Il resto, bon gré mal gré, sono solo vagheggiamenti, irrilevanti sul piano pratico. Il governo Draghi può essere la morte della politica, come – ci auguriamo sbagliando – scrive Revelli, o può essere una sua metamorfosi. Comunque, uno stato di necessità.

I problemi nascono ora. Alla consapevolezza di questo stato di necessità deve seguire l’accettazione delle regole di questo stato di necessità. Prima fra tutte la regola che nessuno ha vinto e nessuno ha perso, che nessuno può pretendere che il compromesso – ché di questo stiamo parlando – sia più benevolo con alcuni e più malevolo con altri. Tutti si rinuncia a qualcosa: la fiducia nel pilota e la certezza che nessuno gli porrà i bastoni fra le ruote debbono prevalere. Il gioioso tono col quale Salvini, reduce dal colloquio con Draghi, ha annunciato la piena sintonia in tema di fiscalità col presidente incaricato, è un esempio da manuale di etica della responsabilità: il grintoso banditore della tassa piatta si è convertito alla fiscalità progressiva. Chapeau! Etica della responsabilità, ma anche etica della sfrontatezza.

Ma i problemi nascono ora. Per autorevole che sia il quadro di comando, è difficile che la variegata tribù dei “responsabili” non cerchi via via di recuperare i propri spazi di autonomia. La scelta dei ministri ha dato la stura agli inevitabili storcimenti di naso. Tutti comprensibili, singolarmente presi. Ma la loro somma, se accolta, avrebbe dato un risultato distantissimo dalla esigenza di sintesi necessaria per navigare. Tutte le lune di miele durano poco. Questa non farà eccezione.

 

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