I Catari

Anno 1209, un'orda di fanti e cavalieri provenienti dal Nordeuropa si abbatte come un ciclone sulla regione della Francia meridionale nota con il nome di Linguadoca; distruggono tutto ciò che trovano sul loro cammino, massacrano,

Anno 1209, un’orda di fanti e cavalieri provenienti dal Nordeuropa si abbatte come un ciclone sulla regione della Francia meridionale nota con il nome di Linguadoca; distruggono tutto ciò che trovano sul loro cammino, massacrano, saccheggiano, annientano una popolazione intera disarmata e non in grado di difendersi. Chi erano i catari e quale grave crimine avevano commesso per meritare una fine così atroce?

Per capire cosa indusse la Chiesa ufficiale di Roma nella persona di Papa Innocenzo III a muovere interi eserciti del Nord in una vera e propria crociata contro questa popolazione, occorre prima analizzare la situazione europea del momento.

La regione della Linguadoca non faceva parte ufficialmente della Francia, era un principato separato, governato da famiglie nobili, caratterizzato da una fiorente attività commerciale con Paesi stranieri, aperta all’accoglienza di culture differenti e tollerante nei confronti delle religioni straniere. Le attività commerciali avevano portato ricchezza e benessere e la popolazione aveva potuto dedicarsi a svariate attività intellettuali, dalla filosofia alla musica, alla letteratura e alla poesia, vivendo in pace e rifiutando ogni tipo di violenza e l’uso delle armi.

La Chiesa di Roma era nota nell’epoca per i costumi dissoluti e per la corruzione dei suoi rappresentanti, per l’attenzione più ad amministrare proprietà e a mantenere posizioni di potere che ad interessarsi alle anime dei fedeli.

In questo scenario di sfiducia nei confronti della Chiesa ufficiale, a fronte di una condizione di benessere e di armonia, la fede e le credenze popolari iniziarono a prendere una direzione alternativa fino a sviluppare una vera e propria religione parallela che si estese a tal punto da diventare un reale pericolo per la Chiesa di Roma. Bastò un semplice pretesto, l’uccisione di un legato pontificio, per scatenare da Roma la reazione contro gli eretici catari.

Il credo dei catari partiva dal cristianesimo ufficiale ma portava all’estremo il dualismo tra il bene e il male. Tutto ciò che era bene era associato a Dio, tutto ciò che era male era associato al diavolo. E fin qui niente di strano. Ma la loro visione venne portata all’estremo dai loro rappresentanti i quali predicavano e mettevano in pratica un principio che andava all’eccesso; poiché Dio era fatto di spirito, tutto ciò che fosse spirituale, etereo, legato all’anima era derivante da Dio; di contro tutto ciò che era materiale era creazione di Satana. Il corpo era materia (quindi sostanza diabolica) che intrappolava un’anima (sostanza divina); il cibo era materia e quindi sporco paragonato alla preghiera, che era il nutrimento dell’anima; la procreazione divenne un atto diabolico, e la nascita di una nuova vita non era più il risultato di un atto d’amore. Il mondo materiale, visibile, palpabile, non veniva più visto nell’ottica della Creazione ma come un prodotto del diavolo.

Tutto questo non poteva essere tollerato dalla Chiesa di Roma. Dopo molti tentativi, per lo più fallimentari, di predicazione pacifica da parte di legati inviati da Roma, il Papa reagì con l’azione militare. Innanzi tutto la crociata fu una reazione di intolleranza religiosa. La Chiesa di Roma non poteva permettere che venisse predicata la fede in due divinità, il diavolo elevato ad anti-dio, o meglio dio cattivo a fronte di un Dio buono. Il dualismo cataro a poco a poco portava ad abbandonare la visione monoteista per adottare quella dualista.

Ma questa nuova religione, che era anche una filosofia di vita, si stava espandendo al punto da mettere a rischio l’autorità di Roma. La motivazione religiosa venne così rafforzata dal timore di vedere indebolito il proprio potere temporale, e la crociata scivolò verso un interesse politico.

I combattenti volontari appartenevano all’aristocrazia dell’Europa settentrionale e già da tempo avevano messo gli occhi su quella regione incredibilmente ricca. Non ebbero difficoltà a rispondere al richiamo del Papa quando, oltre ad ottenere la promessa del Paradiso vennero autorizzati a saccheggiare e fare bottino di tutto quanto fossero riusciti a raccogliere. La loro motivazione religiosa venne in questo caso incoraggiata dalla brama per il denaro e le ricchezze.

Erano in campo tutte le debolezze dell’uomo: la paura dell’aldilà, il potere, la politica, il denaro. Tutto questo fece della crociata contro i catari una spedizione distruttiva che in vent’anni di guerra riportò quelle terre allo stato di barbarie primitiva.

Tanto più grande fu la distruzione, in quanto nella loro vita i catari avevano escluso ogni tipo di violenza. Non seppero difendersi perché erano una popolazione estremamente pacifica. Questo rese il massacro ancora più terribile. D’altro canto, a molti di loro fu offerta la salvezza e il perdono se avessero rinunciato alla loro fede, e molti di loro non accettarono e scelsero la morte.

Il messaggio da trarre da questa buia vicenda storica è la negatività che ogni eccesso porta con sé, sia esso un’intolleranza religiosa, razziale, politica, un fanatismo o un’esaltazione. La natura tende sempre all’equilibrio che è ciò che le permette di esistere. Questo vale per i processi biologici, per l’evoluzione della specie, per la chimica, per la termodinamica, per l’architettura. E dovrebbe valere anche per i rapporti umani e sociali, per le relazioni individuali e tra diverse società e culture. L’essere umano dotato di intelligenza ha una grande opportunità: usarla per mantenere e rafforzare questo equilibrio. Ma corre anche un grave pericolo: lasciarsi deviare dai “disturbi di fondo”.

La storia, letta in chiave critica, può aiutare ad evitare tale errore.

Nadia Mondi

 

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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