I rischi di una socialità a metà

Le indagini realizzate da Laboratorio Adolescenza durante e subito dopo il lockdown, hanno evidenziato come gli adolescenti abbiano vissuto complessivamente bene i mesi di isolamento da Covid. Grazie anche al ruolo svolto dalla scuola, che

Le indagini realizzate da Laboratorio Adolescenza durante e subito dopo il lockdown, hanno evidenziato come gli adolescenti abbiano vissuto complessivamente bene i mesi di isolamento da Covid. Grazie anche al ruolo svolto dalla scuola, che è riuscita in qualche modo a dare un’organizzazione e un senso alle giornate a casa, ragazzi e ragazze hanno mediamente “retto bene” e spesso meglio degli adulti.

Ciò che dobbiamo ancora verificare, però, è come nel medio (e nel lungo) periodo possa esserci qualche conseguenza negativa legata a una socialità che è ripresa, ma è ripresa a metà. Il gruppo dei pari ha sempre rappresentato per gli adolescenti il riferimento sociale più importante, ma non solo. È sempre stato, per loro – sia pure tra conflitti spesso anche drammatici o drammatizzati – l’approdo sicuro, il liquido amniotico che protegge da un “esterno” che gli adolescenti spesso percepiscono (anche al di là del ragionevole) ostile o quantomeno “insicuro”. Inutile sottolineare che “quell’esterno” siamo noi adulti, siamo noi scuola. I rischi di una socialità a metà siamo noi società, ma – almeno in questa circostanza – il problema non è questo.

L’effetto protettivo, addirittura taumaturgico, che “il gruppo” assicura agli adolescenti è sempre stato enorme, e tanto più enorme proprio perché idealizzato più che effettivamente reale. Tanto che una “frattura” all’interno del gruppo ha spesso effetti psicologici drammatici, superiori a quelli generati dai conflitti familiari che si danno, invece, per naturali e scontati

Ma il “gruppo”, per gli adolescenti, non è solo social network; è contatto, è fisicità, è promiscuità, basata sulla totale fiducia reciproca, quant’anche fosse malriposta. Ciò che bisognerà capire – adesso – è se e come covid-19 ha cambiato o, protraendosi l’emergenza, potrà cambiare la percezione dell’altro da sé, trasformandolo da “approdo sicuro” a fonte di pericolo.

Il timore dell’altro come possibile fonte di contagio non ha età, ma che effetto potrà avere per chi, come un adolescente, “l’altro” in questione è il proprio rifugio, il proprio liquido amniotico? C’è il rischio che si possano intaccare le fondamenta sulla quale l’adolescenza costruisce sé stessa?

Magari non sarà così e gli adolescenti ci sorprenderanno ancora dimostrando di riuscire a metabolizzare questa nuova socialità a metà senza drammi. Riusciranno a trovare ricovero e fiducia assoluta anche nell’amica o nell’amico con la mascherina a un metro di distanza.

Ma sarà comunque “buona pratica”, per chi è in contatto con gli adolescenti, tenere presente che questo rischio non possiamo escluderlo, almeno fino a prova contraria, e dobbiamo attrezzarci a gestirlo. Come? Ancora una volta con l’esempio; facendo comprendere ai nostri adolescenti che un pericolo comune non trasforma l’amico in nemico; che non ci deve mai essere stigma per chi si dovesse trovare a vivere questa brutta esperienza, che la prudenza non deve mai tradursi in diffidenza. 

Maurizio Tucci è nato a Potenza si è laureato in Ingegneria presso l’Università di Bologna e vive a Milano dal 1992. Lavora nel campo della comunicazione e della ricerca sociale. Ideatore e curatore dell'indagine "Abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani" realizzata annualmente dalla Associazione no-profit “Laboratorio Adolescenza”, di cui è fondatore, e dall’Istituto di Ricerca IARD. È Presidente della Associazione “Laboratorio Adolescenza” e membro del Consiglio Direttivo della dalla Società Italiana di Medicina dell'Adolescenza. Giornalista e scrittore, collabora dal 1995 con il Corriere della Sera. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche e saggi e ha scritto tre romanzi.

Recensioni
NESSUN COMMENTO

SCRIVI UN COMMENTO