I valori del 25 aprile e Breivik

Vi ricordate di Breivik? Temo di no. Ma ci ha pensato lo stesso Anders Behring Breivik – norvegese, 37 anni – a ricordarcene. Sono passati meno di cinque anni (luglio 2011) da quella strage che Breivik compì,

Vi ricordate di Breivik? Temo di no. Ma ci ha pensato lo stesso Anders Behring Breivik – norvegese, 37 anni – a ricordarcene.

Sono passati meno di cinque anni (luglio 2011) da quella strage che Breivik compì, sterminando 77 persone a colpi d’arma da fuoco e bombe: la maggior parte erano ragazzi che partecipavano a un campeggio estivo del Partito Laburista, al quale Breivik rimproverava la “decostruzione della cultura norvegese per via dell’immigrazione in massa dei musulmani”.

Breivik compì l’eccidio in nome della guerra alla società multiculturale. Da solo, tranquillo e determinato, estremamente conseguente rispetto alle premesse ideologiche, splendidamente armato di mitra e di odio.

breveikAveva le idee chiare. E non era privo di “valori”.

In nome di quei valori abbiamo avuto Auschwitz e abbiamo imparato a usare la parola genocidio.

Potrebbe esserci bastato. Ma temo di no.

Siamo facili alla smemoratezza. Siamo la società delle commemorazioni e degli anniversari, ma le tappe più truci del nostro calendario spesso ci scivolano via.

Per fortuna, è stato lo stesso Breivik a rammemorarcene nei giorni scorsi.
Un caso come il suo è certamente un caso limite: anche nel brodo di cultura ideologico dal quale Breivik proviene, personalità così estreme e disturbate credo (spero) siano molto rare. Ma ci sono. Come ci sono, nel mondo islamico, fra centinaia di milioni di credenti, alcune migliaia di fondamentalisti fanatizzati il cui motto è “Noi amiamo la morte così come voi amate la vita”.

Quello di Breivik è il tipico caso in cui il senso comune è portato a dire: “Lo mettiamo in cella e buttiamo via la chiave”. Altri invocherebbero la pena capitale, quella stessa pena che in molte nazioni viene comminata per reati infinitamente meno gravi.

Breivik invece non è stato condannato a morte e neppure all’ergastolo: ma a 21 anni di detenzione. La chiave non è stata buttata e la sua cella non è neppure una umida segreta 2×4 malamente illuminata, come i “Piombi”, il celebre carcere veneziano da cui evase Casanova.

No, la civile Norvegia ha assegnato al nazista Breivik, vindice della purezza europea a colpi di mitra, un trilocale di 31 metri quadrati (camera da letto, palestra, studio con angolo cottura) nonché tv playstation e computer. Ma il computer non era collegato a internet, perché per i primi tre anni era condannato all’isolamento.

E Breivik ha protestato contro l’isolamento. Ha denunciato lo stato per questa misura “inumana”. E il tribunale gli ha dato ragione, condannando lo Stato a risarcirlo con una cifra corrispondente a 35.000 euro.

Davvero un bel contrappasso: lo stragista che invoca per sé quel rispetto della vita e dei diritti umani che ha negato a 77 dei suoi simili. E la legge gli dà ragione.

Ma quale legge?

La legge positiva, quella che in Norvegia, come nella gran parte dei paesi europei, è stata costruita, secolo dopo secolo, a mano a mano che la comunità cresceva, che la società si organizzava, si modificava, esprimeva il bisogno di norme che fossero a tutela di ciascun individuo e di tutti.

Lo sviluppo della storia non è lineare né privo di contraddizioni; le varie fasi di trasformazione di una comunità approdano infine a un complesso normativo che rende tutte le persone titolari degli stessi diritti e doveri e che tutela il valore della vita umana come bene supremo.

Questo sistema di leggi è il fondamento della nostra vecchia Europa. E lo è a maggior ragione dopo che nel ventesimo secolo imponenti movimenti (anche fondati su largo consenso) hanno spinto in direzione opposta, o in nome di un mito identitario proprio delle comunità primitive, o del primato incontrastato dello stato sull’individuo o a difesa della stratificazione socioeconomica e di un dominio classista.

Il secolo ventesimo ha vissuto questi sismi politico-sociali e l’Europa che ne è sortita vittoriosa è l’Europa che si è nutrita dei valori del Cristianesimo, che ha introiettato l’amore per la pienezza della vita dell’Umanesimo e che ha modellato le forme statuali a partire dalle grandi rivoluzioni del Settecento (americana e soprattutto francese).

Il sistema di leggi che ci governa (in primis le carte costituzionali), che chiamiamo democratico e che si fonda sulla tolleranza, sull’inclusività e sull’uguaglianza dei diritti, è possibile perché quello è il nostro retroterra, quella la storia della vecchia Europa, sono i valori che amiamo evocare quando teniamo a distinguerci da vecchi e nuovi barbari. È il sistema che Breivik combatte ma grazie al quale Breivik – 77 vite sulla coscienza, molte delle quali spente con lucido colpo alla nuca, se la vittima respirava ancora – si può lamentare perché non ha internet: e glielo danno. E quando uscirà da carcere fra sedici anni, poco più che cinquantenne – per nulla pentito, come ha dimostrato rivendicando orgogliosamente il suo credo nazista –, sarà ancora in grado di progettare ed effettuare altri stermini.

Quei valori però non ci sono dati per sempre, non sono una pianta che non vada coltivata.

Se celebriamo ancora il 25 aprile, è perché quella data rappresenta per noi italiani (e in date analoghe in molte altre parti d’Europa) il recupero di quei valori che i padri spirituali di Breivik avevano cancellato. Non per pochi giorni e non con trascurabili effetti.

Fissare sulla carta i principi ispiratori che preesistevano al Nazifascismo e che avrebbero dovuto – ovviamente coniugati con le grandi trasformazioni sociali che erano in atto – costituire le linee guida della convivenza nazionale è stato l’atto conclusivo di quella feconda fase che dalla fine della guerra di Liberazione ci ha portato all’Italia repubblicana e alla Costituzione.

Pensare che quella Costituzione sia il frutto effimero di una stagione e non il radicamento della società dimostra come minimo superficialità. Ricordo che pochi anni fa l’allora ministro Brunetta disse che la Costituzione andava completamente riscritta, a cominciare dall’articolo 1: “Stabilire che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla”. L’Italia – aggiunse – è fondata sul mercato, la concorrenza e il merito. Poteva anche aggiungere che è fondata sulla pizza, sul Festival di Sanremo e sugli ombrelloni. Confondere i cardini di una questione, un principio con modalità e forme transeunti oppure con alcuni (e neanche tutti) criteri che regolano l’economia non dovrebbe essere normale per un ministro, anche se Brunetta, nel suo piccolo, è un caso limite (come Breivik nel suo è grande e tragico).

Riscrivere la Costituzione nella sua prima parte (principi fondamentali, diritti e doveri dei cittadini) sarebbe come riscrivere la storia: un esercizio che conviene ai manipolatori e ai pasticcioni.

Piero Pantucci

(Aprile 2016)

Giornalista dello scorso millennio, appassionato di politica, cronaca locale e libri, rincorre l’attualità nella titanica impresa di darle un senso e farla conoscere, convinto che senza informazione non c’è democrazia, consapevole che, comunque, il senso alla vita sta quasi tutto nella continua rincorsa. Nonostante questo è il direttore “responsabile”.

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