Il 20 gennaio arriva Biden, via Trump, si apre una nuova era per il mondo

Diamo uno sguardo anche oltre Atlantico. Mercoledì 20 si insedia alla Casa Bianca il quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti d’America: Joe Biden. La sua elezione è fra le più turbolente della storia. Non per colpa

Diamo uno sguardo anche oltre Atlantico. Mercoledì 20 si insedia alla Casa Bianca il quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti d’America: Joe Biden. La sua elezione è fra le più turbolente della storia. Non per colpa sua, ché anzi si tratta di un uomo mite, tranquillo (grigio, secondo i detrattori), privo di qualunque carica innovativa, ma unicamente preoccupato di riedificare la fiducia nelle istituzioni che lo squassatore Trump ha picconato fino all’ultimo giorno.

È un segnale importante anche per l’Europa che gli Stati Uniti si siano liberati di un presidente che ha tradotto il populismo e il sovranismo americano in disprezzo per i trattati internazionali, in una politica commerciale aggressiva, anche nei confronti dell’Europa; a parte il profilo etico, che in politica si è soliti non considerare, ma che nel caso di Trump è risultato particolarmente sgradevole.

Non ci si aspetta miracoli dal moderato Biden, ma su almeno due terreni gli si chiede un forte impegno, e da subito: rimettere in piedi la riforma sanitaria di Obama, che per la prima volta cercava di rendere la sanità pubblica accessibile anche ai ceti più poveri, e la ristipulazione degli accordi di Parigi (2015), che sono il timidissimo ma sin qui unico approccio alla problematica dei mutamenti climatici e che Trump aveva cassato.

E poi naturalmente c’è il Covid. Anzi il Covid è, come in Europa del resto, il primo problema, quello per il quale Biden ha preannunciato un piano straordinario da 2.000 miliardi. Il Covid ha messo in ginocchio gli USA e Trump porta grande responsabilità dei 400.000 morti, per la sprezzante sottovalutazione prima e la inadeguata attenzione poi.

Ma qui occorre fare una precisazione. Trump ha perso le elezioni (e le ha perse nettamente: 7 milioni di voti di scarto e 4,5 punti di differenza in percentuale: un divario enorme, specie per un presidente bocciato al secondo mandato); ma non le ha perse per colpa del Covid.

Una totalmente arbitraria e favolistica narrazione ha inventato un Trump avviato, prima della pandemia, ad una vittoria, addirittura “a mani basse”; poi la pandemia l’avrebbe fregato. Quali strumenti hanno a loro disposizione un politologo, un giornalista, un uomo politico per fare previsioni elettorali? Se prescindiamo dalle virtù dell’olfatto, non possiamo che riferirci ai sondaggi, per discutibili e pilotabili che siano.

Ebbene, nel giugno del 2019, la Fox, canale trumpiano, dava Biden in vantaggio di 10 punti (e persino il socialista Sanders sopravanzava il presidente di 9 punti). Andiamo avanti di qualche mese. In novembre ancora la Fox – lo riferiva col tono irridente di chi considera certi sondaggi inattendibili lo schieratissimo trumpiano “Libero” – vedeva Biden prevalere su Trump per 51 a 39. Ci fermiamo qui. Sfidiamo i mitografi di Trump a citare quali sondaggi, prima della pandemia, indicavano un Trump avviato verso una trionfale conferma.

Ora dopo l’assalto armato al Campidoglio (commentati dai giornali della destra come evento “folcloristico”), si prendono le distanze da un eversore che per primo, nella lunga storia degli USA, ha cominciato a parlare di brogli due mesi prima delle elezioni, ha continuato anche a scrutino avvenuto e, benché smentito da sessanta verdetti di tribunali sparpagliati per tutti gli States, continua a rivendicarsi vincitore defraudato, accusando soprattutto il voto postale. Che però c’è sempre stato e che, per discutibile che sia, non è pregiudizialmente favorevole a nessuno. Ma la fola del titano fregato prima dalla pandemia e poi dai brogli (dei comunisti? di Obama? di Soros?) continua.

Quando il pensiero è adolescente, il principio di piacere prende a calci il principio di realtà.

 

 

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