“Il caso Spotlight”, quando il giornalismo è investigativo

“Il caso Spotlight” co-scritto e diretto da Tom McCarthy, irrompe nelle sale italiane proponendo su grande schermo i primi mesi d’indagine intrapresa dal Boston Globe nel 2001 sui preti pedofili dell’omonima cittadina. Da un singolo caso parte

Spotlight“Il caso Spotlight” co-scritto e diretto da Tom McCarthy, irrompe nelle sale italiane proponendo su grande schermo i primi mesi d’indagine intrapresa dal Boston Globe nel 2001 sui preti pedofili dell’omonima cittadina.

Da un singolo caso parte l’inchiesta che condurrà i quattro giornalisti investigativi a combattere “a suon di penna” il sistema. Spinti dal nuovo direttore del giornale, l’ebreo imperturbabile Martin Baron, ben interpretato dall’attore Liev Schreiber, i quattro giornalisti si ritroveranno presto ad avere tra le mani 87 nomi certi di “preti-predatori”.

La faccenda assume così una portata globale dando il via ad un’inchiesta delicata e per di più interrotta per settimane dalla tragedia del crollo delle torri gemelle. Il film si concentra tout court, proprio come un “riflettore” (traduzione italiana di Spotlight, nome del team di giornalisti investigativi), sul lavoro intrapreso dalla redazione e la scena è lasciata all’interpretazione degli attori che rendono perfettamente giustizia ai loro alias e omaggio all’autenticità del giornalismo investigativo, ostinato, attento e paziente che ha il puro intento di svelare quel che resterebbe altrimenti insabbiato e che permette di dar voce alle vittime dimenticate. Il ritmo è incalzante e serrato per tutta la durata della pellicola, aggiungendo al genere drammatico/documentario una buona dose di suspence.

Il regista mantiene uno stile pulito e lineare, concentrandosi completamente sullo svolgimento dell’inchiesta e lasciando allo spettatore solo qualche piccolo suggerimento sulle vite dei protagonisti al di fuori dell’attività giornalistica, come il dettaglio sulla fede al dito di Walter “Robby” Robinson (alias Michael Keaton), che ci lascia intendere che il caporedattore abbia una moglie che lo aspetta a casa, o come il foglio d’avvertimento attaccato al frigo che ci suggerisce che nella casa dello specialista in ricerche informatiche, Matt Carrol, ci siano dei figli.

Se McCarthy non approfondisce le vite private dei personaggi, di contro si sofferma sul fatto che, nel procedere del lavoro investigativo, la realtà indagata si avvicina sempre più alla sfera personale di ciascuno dei protagonisti. Il caso non riguarda solo le vittime direttamente, ma anche l’edificio gestito da preti a un solo isolato dalla casa di Matt; la nonna tanto cattolica e devota di Sacha Pfeiffer; la sensazione di benessere che Michael Rezendes provava da bambino quando entrava in chiesa e l’ex compagno di liceo di “Robby” che “sfortunatamente” giocava a hockey dove allenava uno dei preti pedofili.

Così la storia diventa sempre più intricata e gonfia fino a solleticare i piedi del papa, citato durante lo sfogo verbale del giovane e volenteroso cronista Michael Rezendes (alias Mark Ruffalo). Tutti vengono coinvolti, vittime, avvocati, lo psichiatra che da anni studia il caso, il cardinale, così come lo diventano sempre più i quattro redattori eticamente e moralmente. La vicenda è rimasta insabbiata troppo a lungo e si avverte l’accuratezza e l’attenzione con cui il caso viene seguito. L’argomento è estremamente delicato e viene affrontato dal team in modo impeccabile.

Dal film non si evince un attacco nei confronti della chiesa cattolica, ma un’ omertà che riguarda anche il mondo laico e, aspetto importante quest’ultimo, il film denota come la condanna verso la pedofilia in ambiente ecclesiastico comporti la perdita di fiducia nell’istituzione, nella fede. Ecco che quando Saviano, una delle vittime, chiede ai redattori se si definiscono cattolici, questi ultimi tentennano, giustificandosi. Ma il film, vincitore del premio Oscar 2016 come miglior film e miglior sceneggiatura originale, non scade in un banale attacco alla Chiesa Cattolica.

Il caso Spotlight è un elogio al “giornalismo investigativo”, un elogio ben riuscito e stimolante soprattutto per chi è del mestiere.

Anita Rubagotti

(Aprile 2016)

Laureata in Scienze dei Beni Culturali, blogger appassionata di cinema e teatro, talentuosa grafica e webmaster, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide, forte della sua estrazione umanista veste con grazia e competenza le testate digitali e su carta di Milanosud.

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