Il giovane favoloso di Mario Martone

Mario Martone firma il suo ultimo lungometraggio, Il giovane favoloso, biografia di uno dei massimi esponenti della letteratura italiana: Giacomo Leopardi. Il regista si lancia in quest'ardua impresa e lo fa con un' eleganza d'intento non

Schermata 12-2456996 alle 11.48.57Mario Martone firma il suo ultimo lungometraggio, Il giovane favoloso, biografia di uno dei massimi esponenti della letteratura italiana: Giacomo Leopardi.
Il regista si lancia in quest’ardua impresa e lo fa con un’ eleganza d’intento non da poco. L’obiettivo, più che riuscito di avvicinare lo spettatore a questa personalità tanto discussa, è da attribuire anche all’eccellente interpretazione del protagonista, affidata all’ormai svezzato Elio Germano, che si dimostra perfettamente all’altezza e dà una straordinaria prova di sé. L’attore si cala in questa difficile parte in modo coinvolto, coinvolgente e convincente tale da rendere familiare e “amico” il poeta.
Con una forte caratterizzazione e un’ espressività notevole ti fa amare l’autore infondendogli una notevole carica emotiva. Martone, ben consapevole della bravura di Germano, se utilizza diverse situazioni per richiamare e citare i testi del poeta (evidenti i riferimenti ad Amore e morte, Il passero solitario e altri), decide anche di far recitare all’attore alcune poesie e fra queste non casuale la scelta di fargli interpretare le tre poesie cardine del suo percorso poetico: La sera del dì di festa, La quiete dopo la tempesta per terminare meravigliosamente il film con La ginestra. Germano ci offre una lettura delle opere emozionante.
Il film, che si apre con immagini di momenti ludici, alternate a momenti di intenso studio dei tre fratelli Leopardi nella fornita biblioteca del padre, conte Monaldo, ci introduce nella grande villa di Recanati. Ed è qui che si svolgerà tutta la prima parte del film. Fin da subito viene descritto il rapporto che il Leopardi ha col padre (pervasivo e geloso) e con la madre (assente e cattolica, come si conveniva nella Recanati papale dell’Ottocento), rapporto alleviato dall’affettuosa unione che lo lega ai suoi fratelli.
Ricorrenti sono le riprese delle finestre che sovrastano il suo scrittoio. Finestre sul mondo, che indicano metaforicamente il suo desiderio di evasione. Evadere fisicamente e mentalmente dalle restrizioni dovute a quella che lui stesso definisce una “vile prudenza” con cui le persone che lo circondano si fanno scudo. È un pensiero costante accompagnato dalla voglia di viaggiare e immaginare quegli “infiniti spazi”, spazi che si concede di osservare anche dal suo caro colle marchigiano. Dopo i primi decenni di vita dell’autore in Recanati il regista opera un salto di dieci anni che ci fa ritrovare il protagonista durante il suo soggiorno in Toscana (il primo fuori da Recanati) in compagnia dell’amico Ranieri. Una scelta dovuta a ovvie questioni di durata della pellicola e al timore di tediare lo spettatore, ma che ci offre tutti gli strumenti per poter al meglio valutare il percorso del Leopardi, forti di un’accurata ed incalzante prima parte.
Il secondo tempo della pellicola ci mostra la sofferenza fisica e intellettuale del giovane. Siamo negli anni 20-30 dell’Ottocento, epoca del Romanticismo, per cui agli occhi dei più, le opere del grande autore risultano malinconiche, pessimiste e scomode.
Ma Leopardi non se ne preoccupa minimamente, a lui non interessa la fama, che lascia passivamente gustare al Botta, lui indaga la natura, la condizione umana che a suo avviso è una natura infelice e l’unica reazione accesa che Martone gli concede, oltre a quella “immaginata” di forte impatto scenico, nei confronti del padre (che lo scopre in flagrante durante una tentata fuga verso Roma) è durante uno scambio con due intellettuali a Napoli che riconducono a motivo della sua malinconia e del suo pessimismo la sua condizione fisica. “Non attribuite alla mie malattie ciò che è responsabilità del mio intelletto”.
Leopardi viene ancora una volta rinchiuso tra mura, questa volta, simboliche. Gli viene affibbiata la condizione di pessimista. Martone sottolinea più volte questo aspetto e come per contrastare questa definizione riduttiva e superficiale ci mostra un giovane ironico, che nonostante i suoi problemi fisici, vive. Non a caso il regista chiude il film con l’interpretazione de La ginestra, un grido di speranza e non con la sua morte.
Se la prima parte incalza senza impedimenti, si avverte un rallentamento, un eccessivo soffermarsi soprattutto sul soggiorno a Napoli, dove ci viene inoltre proposta una scena inusuale, che si distacca un po’ dalla veridicità che caratterizza tutto il resto del film, con una particolare cura e attenzione per le scenografie e i costumi. La scena in questione riguarda il sobborgo napoletano dove viene mandato dall’amico Ranieri e dove il Leopardi ha a che fare con un insolito “femminiello”, scena che assieme alla grande statua che impersonifica la natura e, per un attimo, sembra avere le sembianze della madre, fanno pensare a un attento scavo di tipo psicanalitico fatto dal regista, supportato anche da molte scene e dall’ottima fotografia, come quella ripresa dall’alto sul giovane sdaraiato vicino alla riva di un lago in una posizione evidentemente fetale dopo la delusione subita per aver visto Ranieri assieme a Fanny. Qui la natura sembra avvolgerlo, inghiottirlo. Natura protagonista del suo percorso filosofico e poetico, che ritorna abbondante, predominante verso il finale quando si assiste all’eruzione del Vesuvio. Martone fa trapelare dal suo lavoro la convinzione che la definizione di pessimista vestita su Leopardi calza assai stretta.
Il regista lascia trapelare una voglia di vivere e in ultima analisi la sua speranza nei confronti del genere umano. Era davvero un giovane favoloso, precoce e precursore. Un’ultima osservazione riguarda la locandina del film (si veda la foto). Il regista sembra quasi lasciare intendere, attraverso una provocazione, la controtendenza alla corrente del tempo. L’attore viene infatti raffigurato capovolto. Un film che stimola ad andare a rispolverare e approfondire vecchie rimembranze scolastiche.

Anita Rubagotti

Elisa Paci, 24 anni, laureata in Comunicazione e Società (Scienze Politiche), blogger e fotografa, ha uno spirito internazionalista, che la porta a viaggare a Milano e nel mondo, in aiuto di chi non ce la fa, siano persone, interi popoli o piccole redazioni digitali. Per lei il reaggae è il massimo.

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