Il guaio dell’Italia? È l’uguaglianza!

Michele Ainis voleva sorprenderci e ci è riuscito. Come la maggior parte degli editorialisti, Ainis crede che una strampaleria semidotta sia preferibile alla serietà delle analisi: con la prima si fa discutere e si entra

, Il guaio dell’Italia? È l’uguaglianza!

Vignetta UgMichele Ainis voleva sorprenderci e ci è riuscito. Come la maggior parte degli editorialisti, Ainis crede che una strampaleria semidotta sia preferibile alla serietà delle analisi: con la prima si fa discutere e si entra nel circuito mediatico della chiacchiera; con la seconda si rischia di essere ignorati.

Ainis è un costituzionalista molto letto e apprezzato. Il suo terreno è il Diritto, ma di Diritto si è poco occupato in un recente editoriale del Corriere della sera, che aveva il significativo titolo di “Stato di diritto e falsi miti – L’ingannevole uguaglianza”.

Ainis si impanca a filosofo della libertà. E per colpire l’immaginazione, inventa un pericolo inesistente. La nostra società sarebbe minacciata nientemeno che da una pestilenza che si chiama “uguaglianza radicale”. Dove coglie i germi di questa pestilenza? Nell’immunità parlamentare per i senatori.

Si sta discutendo, tanto aspramente quanto confusamente, se attribuire l’immunità parlamentare anche ai membri del senato riformato da Renzi. Il governo è orientato ad attribuirla; dalle opposizioni si levano molti no, ma con motivazioni e finalità diverse: alcuni si battono per toglierla anche ai deputati, mentre altri si pongono unicamente il problema di assecondare la ventata di antipolitica ponendo i senatori (la casta) esattamente sullo stesso piano dei comuni cittadini.

Battendosi contro l’immunità alcune forze politiche non fanno altro che dar corpo alla insofferenza suscitata dagli scandali della politica. Sarà banale, qualunquistico, strumentale, ma altro non c’è. Scorgervi i prodromi di una rivoluzione egualitaria è a dir poco stravagante.

Rispetto al pasticcio istituzionale che il Senato in salsa renziana configura, quello dell’immunità ai senatori non è che un aspetto marginale. Certo, non è il danno maggiore. Ma è un tema dal profilo marcatamente demagogico e questo spiega la vivacità del dibattito politico.

Ainis però è turbato da questa ventata anti-“immunitista”, perché vi scorge il veleno del giacobinismo, il dato rivelatore di quella mortale insidia che si chiama uguaglianza. Non di una uguaglianza qualsiasi si parla, ma dell’idea stessa di uguaglianza, quella che, da millenni, appare in mille percorsi di storia un valore assoluto, come lo è, sul fronte contrario, quello della disuguaglianza intesa come necessità e destino del genere umano.

Esiste realmente questa minaccia? Davvero Ainis è convinto che viviamo in una società a tasso eccessivo di uguaglianza? Neppure un disegualitarista come lui può ignorare che da almeno tre decenni tutte le statistiche, a livello mondiale, nazionale, regionale, cittadino, rionale, segnalano un indice crescente di disuguaglianza, un progressivo accentuarsi della divaricazione fra i ceti privilegiati e la generalità della popolazione, nonché un acuirsi della povertà. Non si chiede ad Ainis di spiegare le cause di questa tendenza: potrebbe amareggiarlo il riconoscere che, dovunque, il saggio di arricchimento segue dinamiche incontrollate grazie alla incontrastata egemonia della scuola liberista. La quale, comunque emulsionata, produce invariabilmente il trionfo del principio di disuguaglianza.

Mentre noi, prosaici osservatori e consumatori di quotidiane disuguaglianze, avvertiamo il senso di una profonda ingiustizia che progressivamente mortifica la maggioranza della popolazione, Ainis coglie l’essenza dei nostri guai nella “uguaglianza radicale di cui ci stiamo innamorando”. La citazione è testuale, e conviene rileggerla per timore di aver sbagliato. Intanto, qual è la differenza fra uguaglianza ed uguaglianza radicale? Nulla di serio: è il classico trucchetto dialettico cui si ricorre per accentuare il carattere di drammaticità e connotare il potenziale polemico che da solo il sostantivo non ha. Ma, al di là di ciò, ci si chiede dove e come Ainis ravvisi nella nostra società questo “innamoramento” dell’uguaglianza. Evidentemente si tratta di un amore non corrisposto se, anno dopo anno, mese dopo mese, l’innamorato riceve sberle in faccia e secchiate dal verone mentre sta tentando di intonare una serenata.

Ainis parla di “innamoramento”: l’amore è una cosa seria, non un flirt di stagione. È in grado Ainis di indicare un solo provvedimento legislativo, negli ultimi decenni, ispirato ai principi di “radicale uguaglianza”? O riesce a individuare vistosi movimenti nel corpo sociale in direzione della “radicale uguaglianza”? Se così non è, ha senso che l’articolo di fondo del primo quotidiano d’Italia ci metta in guardia contro la minaccia dell’uguaglianza?

Il quadro politico e sociale è profondamente diverso da quello immaginato da Ainis e la sfuriata antiegualitaria è motivata dal nulla. Tutto quello che agita il corpo sociale, fiaccato dall’immiserimento, è l’aspirazione a una decorosa parità di diritti, che non solo non è l’antitesi della libertà, ma non è neppure l’anticamera dell’egualitarismo.

E allora, cosa c’entrano Babeuf, i giacobini e Lenin evocati da Ainis nella sua intemerata? Nulla, assolutamente nulla. Ci dica, professor Ainis, dov’è il giacobinismo montante? Dov’è il leninismo? Nel progetto di legge sulla pubblica amministrazione? Nella disperata difesa degli operai della Electrolux per conservare il lavoro? Nella pretesa che scrocconi e parassiti come Fiorito smettano di lucrare e le amministrazioni locali non siano fonti di indebito arricchimento? C’è da trasecolare nel leggere le sciocchezze che uno stimato accademico scrive per foia antiegualitaria, invocando, nel momento di massima disuguaglianza, l’allerta contro gli “innamorati” dell’uguaglianza. E tutto solo perché si avverte irritazione all’idea che i senatori possano godere di una immunità negata ai comuni cittadini. Se questo articolo Ainis lo avesse scritto negli anni Settanta del secolo scorso, sarebbe stato lo stesso urticante, ma certamente non fondato sul nulla.

Professor Ainis, lei sembra l’addetto dell’Anas che colloca, lungo un’autostrada rettilinea, nel mezzo di una pianura assolutamente piatta, i cartelli: “attenzione, pericolo valanghe”. Babeuf?!?!?! Ainis si permette di citare Babeuf, un teorico del comunismo egualitarista, per metterci in guardia contro la tentazione di “sbarazzarci del potere”! E chi si sta sbarazzando del potere? Ci sono masse infatuate d’anarchismo che stanno marciando contro il Palazzo? Professor Ainis, lei è un fanatico visionario che dà corpo ai propri incubi.

Altri prima di lei – e con più dottrina nonché più leggiadria – hanno esaltato il primato dell’individuo sulle masse, hanno esecrato ogni forma di uguaglianza (con o senza l’aggiunta dell’aggettivo radicale, che è puro orpello strumentale), ma lo hanno fatto pressati dal corso della storia. Se lei fosse vissuto a fine Settecento, avrebbe ragionevolmente condiviso l’avversione di Burke per la Rivoluzione francese e il giacobinismo. Ma dove è oggi il giacobinismo, professor Ainis? Pensatori come Carlyle o come de Gobineau o come Nietzsche (e tanti, tanti altri) ci hanno già ampiamente spiegato le ragioni della disuguaglianza. Non ci hanno convinto, ma avevano ottimi motivi di contesto per consegnare alla storia le loro pur memorabili pagine. Lei può salire sul pulpito dal quale don Mariano Arena, che non era un filosofo, ma di cose di mondo si intendeva, fotografava la scansione antropologica in “uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà”. A don Mariano, l’indimenticabile boss mafioso creato da Sciascia, questa stratificazione appariva giusta e immodificabile. E trovava incomprensibile che un funzionario di polizia volesse riservare anche ai quaquaraquà gli stessi diritti degli uomini. Non lo diceva apertamente, ma i segni di una “radicale uguaglianza”, di un leninismo strisciante, in quel “la legge è uguale per tutti” gli sembravano evidenti.

Piero Pantucci

Laureata in Comunicazione politica e sociale, blogger e fotografa d’assalto, aggredisce la cronaca spregiudicatamente e l’html senza alcuna reverenza (e il sito talvolta ne risente), ma con la redazione è uno zuccherino. La sua passione è il popolo.

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