“Il nero e l’argento”: storia di sentimenti e d’amore

Nel suo terzo romanzo Paolo Giordano torna a parlare di sentimenti. Storie di vite normali. Di tempo che scorre inarrestabile, della banalità dei piccoli grandi gesti quotidiani, che diventano quotidianità straordinaria.Recita l’incipit: “Il giorno del

, “Il nero e l’argento”: storia di sentimenti e d’amore

Ilneroel'argentoNel suo terzo romanzo Paolo Giordano torna a parlare di sentimenti. Storie di vite normali. Di tempo che scorre inarrestabile, della banalità dei piccoli grandi gesti quotidiani, che diventano quotidianità straordinaria.

Recita l’incipit: “Il giorno del mio trentacinquesimo compleanno la signora A. ha rinunciato d’un tratto all’ostinazione che la caratterizzava ai miei occhi più di ogni altra qualità e, già composta in un letto che ormai pareva smisurato per il suo corpo, ha infine abbandonato il mondo che conosciamo…”. Il trentacinquenne, professore universitario, è la voce narrante della storia, non ha nome, è papà di Emanuele, Nora, sua moglie fa l’arredatrice.

È la storia di una coppia giovane, felice e inesperta, spaventata di scoprire, giorno dopo giorno, le molteplici forme dell’abbandono. La signora A. è entrata come governante in casa dei due giovani, doveva essere un’emergenza temporanea, solo il disbrigo di cose materiali. Poi nasce il piccolo, ne diventa la sua balia, e lei, donna umile ma capace di atteggiamenti materni, tiene a bada le fragilità della giovane famiglia. “La signora A. era la sola vera testimone dell’impresa che compivamo ogni giorno” – dice il professore – la sola testimone del legame che ci univa. Senza il suo sguardo ci sentivamo in pericolo. Lei, non più giovane, rimasta sola dopo la prematura scomparsa di suo marito, si era vestita di forza e coraggio contro il dolore e la solitudine”.

E la chiamarono Babette. La signora A. aveva insistito per mesi affinché i tre, padre, madre e il piccolo Emanuele accettassero l’invito a pranzo a casa sua. Così un sabato di aprile lei aveva apparecchiato il tavolo rotondo del soggiorno in maniera impeccabile, con l’argenteria allineata su una tovaglia floreale e dei calici pesanti dal bordo dorato.

Li aveva sedotti con un menu studiato in modo da comporre una sintesi delle loro preferenze: “Proprio come Babette!”, aveva esclamato Nora. E lei, commossa fino alle lacrime, volle farsi raccontare la storia della cuoca narrata da Karen Blixen ne Il pranzo di Babette. Quel vezzeggiativo le piaceva, la faceva sentire inserita in quel piccolo affettuoso gruppo familiare: Babette, un segno di appartenenza.

Poi, un giorno, Babette si ammala e tutto precipita. Ed è Nora, ora, a commuoversi. Di ritorno da un viaggio di lavoro, appresa la notizia della scomparsa, con voce velata di pianto, dice: “Che donna, però! La nostra Babette. Sempre presente. Anche stavolta ha aspettato che io tornassi”. Nora e suo marito, ora, si accorgono che il coraggio e la forza della signora A. ormai appartengono anche a loro. Sarà Emanuele, nell’ultima riga del romanzo, a svelare il nome di Babette.

Giordano ha scritto una storia semplice e importante. Un intreccio di vite e di rapporti fra generazioni, racconta i sentimenti, gli affetti, la quotidianità… le storie semplici non hanno bisogno di tante parole.

Lea Miniutti

Paolo Giordano
Il nero e l’argento
Einaudi; pp. 128, 15 euro

Laureata in Comunicazione politica e sociale, blogger e fotografa d’assalto, aggredisce la cronaca spregiudicatamente e l’html senza alcuna reverenza (e il sito talvolta ne risente), ma con la redazione è uno zuccherino. La sua passione è il popolo.

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